26 marzo 2011. Democrazia in cammino
Eddyburg
Articoli di G. Ragozzino, M. Bersani, E. Martini, R. Di Michele, A. Lucarelli e U. Mattei, su ciò che si muove e si muoverà nelle piazze d’Italia. Il manifesto, 26 marzo 2011
Guglielmo Ragozzino, Democrazia in cammino
Marco Bersani, La prima tappa di una sfida decisiva
Eleonora Martini intervista Stefano Ciafani, «Il quorum? Non ci fa paura Oggi Roma è no-nuke»
Rocco Di Michele, Uniti per lo sciopero e anche per la pace
Alberto Lucarelli e Ugo Mattei, Una Costituente per i beni comuni

Democrazia in cammino
di Guglielmo Ragozzino

Oggi si chiude la settimana dell'acqua, con una grande manifestazione per i due Sì al referendum del 12 e 13 giugno. Il tema dell'acqua, bene comune, avrà voce insieme ad altri beni comuni: salute e sicurezza, giustizia; e poi il rifiuto della guerra, quella guerra che l'Italia ripudia. Un coro potente, appassionato, un concerto non dissonante, allegro.

L'acqua in primo luogo. Il successo clamoroso nella raccolta delle firme ha un valore in sé, ma descrive anche una forma di partecipazione, alternativa a quella democrazia che si risolve in un sol giorno, in un solo voto e poi rimette le scelte degli altri giorni a un migliaio di professionisti politici, talvolta capaci, talvolta inaffidabili.

Il governo dell'acqua lo vorremmo invece affidato a persone competenti e motivate, al corrente delle cento caratteristiche locali di domanda e di offerta idrica. I referendum e la manifestazione che li lancia servono proprio a collegare queste diversità in un impegno comune. A risparmiare e risanare; e inoltre a estinguere tutte le seti con equità; a non sprecare mai, non sporcare mai il bene prezioso.

Il modello partecipativo ha due pregi, tra gli altri. Mette al sicuro l'acqua da inopinate vendite di comuni indebitati a padroni multinazionali. Si evita così di sottoporre l'acqua di tutti alla finanza che, come si sa, non ha mai sete di acqua, ma sempre e solo di dividendi. Il movimento ha poi un altro obiettivo: impedire che l'investimento di grandi capitali nel settore idrico renda indispensabili profitti che solo la lievitazione delle bollette consente. Né va mai dimenticata la deformazione, il vero e proprio cambio di stato, che subisce l'acqua in bottiglia.

Questa ha l'effetto di impoverire, di acqua buona e di denaro, gli enti locali, costretti oltretutto a subire la pubblicità negativa che «la minerale» evoca nei confronti dell'acqua del sindaco - di tutti i sindaci - dal momento che quest'ultima diventa meno potabile, meno sana, di fronte alle acque reclamizzate alla televisione. La riflessione collettiva per la giornata mondiale dell'acqua ha mostrato i problemi crescenti che le generazioni future dovranno affrontare, per bere, lavarsi, nutrirsi, produrre il necessario: in pace e sicurezza. Le soluzioni che i poteri economici mondiali suggeriscono sono quelle di affidare alla legge del profitto tutto il problema della sete che verrà. Servono investimenti giganteschi, ci avvertono, e noi soltanto possiamo procurarli. Servono scienza e tecnica e noi soli ne siamo depositari. Scienza e tecnica, ma sarebbe meglio dire conoscenza, sono invece valori universali, non quotati, non brevettati. Quelli delle multinazionali sarebbero sorpresi se si rendessero conto di quante cose sappiamo, noi dei beni comuni, noi che rifiutiamo gli steccati e le barriere in cui cercano di rinchiuderci. Da loro più che soluzioni ci aspettiamo problemi. Il profitto immediato che essi pretendono non disseta le città che raccoglieranno in un prossimo futuro tanta parte dell'umanità. Nelle enormi città dei nostri nipoti, se lasciamo che le multinazionali erigano le loro barriere, ci saranno ovunque ghetti per ricchi; e intorno poveri che pagheranno per tutti o saranno liberi di morire di sete.

Nucleare e legittimo impedimento, nel giorno dell'acqua, non sono espressioni di volontà popolare separate tra loro. Descrivono in primo luogo una forma di democrazia popolare in cui tutto si tiene. La gestione idrica, la forma dell'energia, : rinnovabile e diffusa, impostata sul risparmio oppure l'altra, di enorme taglia, con una gigantesca - ed eterna - impronta lasciata nella natura. Oggi l'occasione di ridisegnare il paese di domani è formidabile. Si parla infatti anche di giustizia, dell'eguaglianza universale e di chi è più uguale di tutti di fronte alla legge e può far valere il suo impedimento, per legittimo o truffaldino che sia.

E poi la guerra. Noi della pace non abbiamo talvolta buona stampa, accusati come siamo di protestare solo in determinati casi, contro alcuni regimi e non contro altri. In primo luogo, la protesta è sempre contro il governo, contro le sue politiche, le sue alleanze. Dieci anni fa a Genova la protesta voleva dire «non in mio nome» questa guerra contro l'Iraq e il movimento italiano - Carlo Giuliani tra i tanti - voleva rappresentare la volontà dei giovani del mondo intero in lotta contro la guerra.

In Libia, cent' anni fa abbiamo aggredito e sottomesso popolazioni che non ci avevano fatto niente di male. Poi, per i trent'anni successivi, le truppe italiane le hanno oppresse e massacrate, mentre cercavano di ribellarsi. Non saranno i miliardi di Bonaventura-Berlusconi a ripagare quei torti. Servirà piuttosto una forma di interposizione, la proposta di trattative, un'azione finalmente non violenta. 26 marzo. Una data da ricordare.

La prima tappa di una sfida decisiva
di Marco Bersani

Centinaia di migliaia di donne e uomini sfileranno oggi per le strade e le piazze della capitale. Chiamate dal popolo dell'acqua, giunto alla sua terza manifestazione nazionale e alla tappa decisiva del suo percorso di mobilitazione territoriale e di sensibilizzazione sociale: i referendum del prossimo 12-13 giugno. Un movimento dal basso, radicale e inclusivo, autonomo e partecipativo, che, raccogliendo oltre 1,4 milioni di firme nella scorsa primavera, ha saputo far irrompere nell'agenda politica del paese il tema dell'acqua, dei beni comuni, e della democrazia. Oggi sarà naturale la connessione fra la straordinaria esperienza del movimento per l'acqua e tutte le esperienze di conflittualità ambientale e di lotta per i diritti e per i beni comuni presenti in questo Paese. Prima fra tutte, quella contro il nucleare, a cui la tragedia di Fukushima restituisce la drammaticità dell'unica verità possibile: fermare le produzioni energetiche basate sul dominio e il disprezzo della vita e dell'ambiente, affermare un altro modello di energia e di società.

E altrettanto naturale sarà la connessione con le istanze della pace, che, ancora una volta, dovranno gridare l'indignazione per l'ennesima guerra - il cui unico risultato sarà quello di interrompere la primavera di democrazia dei popoli arabi - e chiedere a gran voce l'accoglienza di quanti, fuggendo, approdano sulle nostre coste. Non sarà tuttavia una semplice sommatoria di esperienze e di culture. Ciò che la sensibilizzazione collettiva ha messo in campo nel lavoro carsico e reticolare di questi anni è molto di più : le strade e le piazze di oggi diranno a voce alta come lo scontro sia tra la Borsa e la vita, ovvero tra il pilastro del modello liberista che vuol mettere a valore finanziario l'intera vita delle persone, privatizzando l'acqua e tutti i beni comuni, e le centinaia di migliaia di donne e uomini che vogliono riappropriarsi di ciò che a tutti appartiene, gestendolo in forma partecipativa e con la cura di chi guarda al domani. E soprattutto non sarà la piazza delle semplici resistenze, tanto dense di valore ideale quanto minoritarie nell'azione politica : oggi sarà il futuro a riempire la piazze e le strade della capitale, portando con sé l'indignazione consapevole del presente assieme allo sguardo fiero e sereno del cambiamento possibile e in corso.

Perché da domani comincia una tappa decisiva : ciò che oggi è già maggioranza culturale nel Paese può diventare maggioranza politica. I sì ai referendum del 12 e 13 giugno sono l'occasione per sconfiggere, per la prima volta dopo due decenni, le politiche liberiste con un voto popolare e democratico, che apra la strada alla ripubblicizzazione dell'acqua, ad un altro modello energetico, e ad un'uscita dalla crisi, basata sui diritti e sulla riappropriazione sociale dei beni comuni. Arrivarci comporterà un lavoro impegnativo ed entusiasmante, perché richiederà a tutte e tutti, compatibilmente con la propria vita quotidiana, di mettere in campo ogni energia possibile ed ogni sforzo necessario. Questa volta si vince senza deleghe. Ma sarà bello scoprire che solo la partecipazione è libertà.
* Attac Italia - Forum italiano dei movimenti per l'acqua

«Il quorum? Non ci fa paura Oggi Roma è no-nuke»
Eleonora Martini intervista Stefano Ciafani, del comitato referendario

«Benvenuto tra noi, Tremonti». Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, una delle 60 associazioni fondative del comitato «Vota sì per fermare il nucleare» - costantemente in espansione - non trattiene l'ironia. «Finalmente anche il ministro dell'economia, parlando a Cernobbio la settimana scorsa, lo ha ammesso: c'è il debito pubblico, quello privato e poi c'è anche il debito atomico, perché le centrali lasciano un buco nelle casse dello Stato». Un riconoscimento importante, spiega Ciafani, uno dei portavoce del comitato referendario che in queste ore non riesce a «tenere il conto di quanti comitati locali spontanei No nuke siano spuntati negli ultimi giorni come funghi in tutta Italia». «Il quorum? non ci fa più paura», afferma.

«Ora che, purtroppo a causa della catastrofe giapponese, è stata gioco forza rimossa la censura imposta, e i media hanno ricominciato a parlare di nucleare - aggiunge Ciafani - gli italiani si sono aggiornati su una tecnologia insicura, inquinante e costosa». Per questo oggi a Roma è prevista una partecipazione massiccia, difficilmente contabilizzabile proprio perché non organizzata. Ma tanto per fare un esempio dalla Puglia sono attesi una decina di autobus, 15 dal Veneto. Molti saranno i lavoratori delle imprese produttrici di energie rinnovabili, un settore letteralmente congelato dal decreto Romani perché fa paura alle lobby dell'atomo: «Troppo democratico - spiegano nella sede centrale del comitato referendario - troppo poco controllabile: ciascuno può infatti diventare produttore di energia alternativa».
Ciafani, finita la moratoria di un anno, cosa avverrà ?
Nulla, perché inizierà la campagna elettorale del 2013, e il governo sa che è impossibile andare ad elezioni con la clava del nucleare. Che gli italiani, di destra e di sinistra, non vogliono.
Il problema è la scelta dei siti?
Enel e Efd, autorizzati dall'accordo stipulato da Berlusconi e Sarkozy nel febbraio 2009, sanno già dove piazzare i loro quattro reattori Epr: due sicuramente a Montalto di Castro, gli altri rischiano di finire a Trino Vercellese, Caorso, Latina o Garigliano. Di reattori Epr, la III generazione avanzata, al mondo non ce n'è uno in funzione, solo 4 in costruzione. È una tecnologia bocciata ovunque, sia per la scarsa sicurezza che per i costi alti: ha perso una quantità infinita di gare internazionali, altro che «gioiello della tecnologia francese», come ci veniva descritto. Il modello italiano sarebbe il più grande reattore nucleare mai costruito: 1600 Mw.
Ieri il Consiglio d'Europa ha deciso che gli stress test si faranno su tutte le 143 centrali europee, con standard uguali per tutti. E i risultati dovranno essere resi pubblici. Cosa ne pensa?
Anche la storia degli stress test è una presa in giro, per come si sta delineando: prendono tempo. Anche il Giappone li aveva fatti, e Fukushima lo aveva superato. L'unico stress test che ha senso è quello deciso da Merkel la quale torna sui passi di Schroeder, che aveva deciso la chiusura totale entro il 2021, perché dopo aver scelto di prolungare la vita delle centrali nucleari obsolete ha perso tutte le elezioni amministrative. Gli standard di sicurezza, così come i criteri degli stress test che attualmente ciascun Paese svolge come vuole, dovrebbe definirli una volta per tutti e in tutto il mondo l'Aiea, che però non ha alcun interesse a farlo, perché non è affatto indipendente dalle lobby nucleari.
Ieri l'Idv ha denunciato che l'Italia lascia spente le centrali elettriche per importare l'energia nucleare francese.
Succede di notte, quando il consumo è minimo ed è più conveniente spegnere i nostri impianti e acquistare sottocosto l'energia dalla Francia, che non può spegnere le centrali nucleari. Di giorno, invece, anche al massimo del consumo, noi utilizziamo la metà della potenza elettrica installata sul territorio nazionale. Non c'è necessità di altri grande centrali di potenza, anzi la cosa che dovremmo fare nel prossimo futuro è cominciare a spegnere qualche centrale, magari quelle più obsolete, a carbone o a olio combustibile.
L'Italia può fare da apripista per un'Europa denuclearizzata?
Dal no italiano e tedesco (perché non siamo soli) si deve andare verso una dismissione graduale degli impianti in tutta Europa. Anche se, sia chiaro, è sempre meglio averceli distanti e oltre la barriera delle Alpi.

Uniti per lo sciopero e anche per la pace
di Rocco Di Michele

Guerra e precarietà, movimenti in assemblea alla Sapienza. Assemblea di «Uniti per lo sciopero» alla Sapienza di Roma. Apre Gino Strada che lancia la manifestazione del 2 aprile contro le guerre. Non solo pacifismo: sindacati, collettivi e organizzazioni di base provano a trovare un denominatore comune per le prossime mobilitazioni prima dello sciopero generale

A passo di corsa, ché niente come la guerra alle porte di casa smuove i cervelli. L'assemblea nazionale «Uniti per lo sciopero», filiazione diretta di «Uniti contro la crisi», registra quest'urgenza. Anche a costo di farsi spiazzare dal più impaziente di tutti, dall'unico in quest'aula che la guerra sa di certo cos'è. Nell'aula I di Lettere, cuore di mille assemblee storiche, Gino Strada lancia la manifestazione nazionale del 2 aprile, a Roma, in piazza S. Giovanni, sorprendendo un po' tutti i gruppi, i sindacati, i collettivi. La logica assembleare dei movimenti degli ultimi 20 anni, con la paziente ricerca della condivisione anche nel dettaglio, è sembrata immobile di fronte alla rapidità con cui jet anglo-francesi e missili Usa hanno aperto la danza infernale sui cieli libici.

Una difficoltà più obiettiva viene dal dover affiancare, in uno spazio stretto di tempo, mobilitazioni incentrate su temi vicini ma distinti (acqua, nucleare, scuola, contratti... guerra), scontando le piccole frizioni inevitabili quando 'insiemi' che si erano pensati come autonomi si devono concentrare. Serve maturità, e viene trovata rapidamente. Il collegamento in video con Lampedusa dà il senso del bisogno di fare, ora e qui. L'assemblea vira così verso un obiettivo semplice: prendere decisioni. Tocca a Gianni Rinaldini, coordinatore de «La Cgil che vogliamo», collegare strettamente i distinti. «Contro la guerra, contro i bombardamenti», con l'autocritica necessaria per la lentezza con cui i movimenti si sono pronunciati a sostegno delle rivolte del Nordafrica: «gli altri ci hanno giocato, per costruire una campagna di falsi che portava alla guerra». Ma è l'incidente di Fukushima, contemporaneo e gravissimo, a «segnare uno spartiacque rispetto al futuro». È «il modello di sviluppo centrato sul nucleare e il petrolio ad essere entrato irrimediabilmente in crisi». Chi si ostina a voler rimettere in piedi questo modello ­ tutti i governi dei cosiddetti paesi avanzati - non fa che «accelerare i processi di guerra per appropriarsi delle fonti di energia».

Dentro questo livello di complessità si collocano tutti i temi: quelli referendari sui beni comuni come l'acqua, il no al nucleare, e la precarietà, il reddito di cittadinanza, la scuola, le risorse finanziarie da trovare «tagliando le spese militari» e con nuovi strumenti fiscali che alleggeriscano la posizione di lavoratori e pensionati, redistribuendo il peso «su quel 10% di famiglie che possiedono il 50% della ricchezza». Tutti temi che chiamano in causa la riduzione di democrazia che stiamo vivendo qui. Perché se «si riducono i diritti del lavoro», «si elimina il contratto nazionale» e «si parte per la guerra», è la democrazia a venir svuotata di efficacia.
Difficile dirlo meglio di come ha fatto Moni Ovadia, che ritrova la parola giusta - «rivoluzionario» - per definire il bisogno di cambiare il modello di sviluppo. Modello che oggi - con il patto appena siglato tra capi di governo europei - «prevede esplicitamente di eliminare la contrattazione e fissa vincoli solo monetari, non sociali, alle politiche economiche». Facile prevedere davanti a tutti noi anni di «tagli finanziari e sociali insopportabili». Un punto essenziale riguarda il rapporto con i migranti, «eroi da difendere finché stanno sull'altra sponda del Mediterraneo e gente pericolosa da respingere quando arrivano qui». Ne vien fuori, oltre alla proposta di una «staffetta» con quanti stanno operando a Lampedusa, anche l'organizzazione di «una carovana che travalichi i confini della Tunisia».

Lo sciopero generale del 6 maggio, «strappato con fatica» a una Cgil a lungo esitante - lo ripeteranno in tanti, da Luca Casarini a Mimmo Pantaleo (segretario generale della Flc) - non è il sogno della «spallata finale», ma «una tappa fondamentale in un percorso che arriva a Genova, per il decennale». Ed è soprattutto Maurizio Landini, vulcanico segretario della Fiom, a spiegare che «bisogna farlo riuscire, svuotare i posti di lavoro, bloccare il paese»; «prolungarlo a 8 ore, generalizzarlo a tutte le figure sociali, ai precari»; non bisogna «sprecare l'occasione», anche se «non sarà sufficiente a cambiare il quadro politico e sociale». Si dovrà «andare avanti, costruire azioni unitarie sui territori», «includere e mettere all'opera l'intelligenza di tutti i lavoratori» per «delineare un sistema industriale con al centro le energie rinnovabili». Il nesso guerra-petrolio, del resto, è fin troppo chiaro. E brucia il futuro dell'umanità.

Il percorso disegnato nel documento finale ha tappe quasi settimanali di mobilitazione nazionale (oggi per l'acqua pubblica, sabato prossimo contro la guerra, il 9 aprile contro la precarietà, poi lo sciopero, i referendum e altre giornate ancora non calendarizzate, fino al 20 luglio ligure). A passo di corsa, perché «gli altri sanno benissimo cosa voglio e cercano già ora di dividerci».

Una Costituente per i beni comuni
di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei

A dieci anni dal social forum di Genova il modo migliore per festeggiare quest'anniversario, dedicandolo alla memoria di Carlo, non potrà che essere la vittoria dei referendum su acqua e nucleare il 12 giugno prossimo. Una data irragionevole imposta da un governo che abusa dei suoi poteri per cercare di invalidare il voto, ostacolando con tutti mezzi, anche i più meschini, il raggiungimento del quorum. Quei trecento milioni gettati al vento andrebbero utilizzati tutti per i rifugiati di Lampedusa.

Uno dei meriti maggiori dei movimenti riunitosi a Genova nell'estate del 2001 fu proprio quello di "gridare" con vigore l'esigenza di spazi e beni comuni dove poter esercitare e veder soddisfatto ogni diritto. Da quel momento si apre in Italia, anche attraverso il ruolo determinante di tante realtà locali, la battaglia per i beni comuni, condotta contro la privatizzazione dei diritti di cittadinanza e contro gli abusi di un pubblico sempre più corrotto e contaminato da interessi particolari.

Da quel momento il concetto di partecipazione si libera dei formalismi giuridico-istituzionali nei quali era stata rinchiuso. I movimenti, anche attraverso un processo di informazione e formazione permanente, iniziano a pretendere che le politiche pubbliche (nazionali e locali) non siano più calate dall'alto e che le istanze partecipative, elemento decisivo per la gestione dei beni comuni, si trasformino in veri e propri diritti, espressione di antagonismo, proposta e controllo.

La straordinaria campagna referendaria per l'acqua pubblica, come è noto, ha raccolto circa un milione e mezzo di firme, con un risultato mai raggiunto nella storia della nostra Repubblica, suscitando una mobilitazione che non ha precedenti è la prova che partecipazione diretta e beni comuni sono categorie rivoluzionarie che stanno contribuendo alla nascita di nuove soggettività politiche fuori ed oltre il sistema dei partiti.

Queste nuove categorie politiche e giuridiche sono ormai entrate nel linguaggio della Corte costituzionale, che con la sentenza sull'ammissibilità del quesito referendario per l'acqua pubblica ha espressamente parlato di bene comune, seguita qualche giorno dopo dalla Corte di Cassazione.

Attraverso le battaglie sull'acqua ed ogni altra battaglia a difesa del territorio, dell'università pubblica, dei diritti dei migranti, contro il nucleare, gli inceneritori e le grandi opere inutili e dannose le moltitudini vogliono riappropriarsi del diritto di esprimersi sui beni comuni, che loro appartengono: quei beni che, secondo la definizione della Commissione Rodotà, esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona e che sono informati al principio ed alla salvaguardia intergenerazionale. Così operando, ciascuno con le proprie energie e capacità, ci stiamo riappropriando dell'art. 1 della Costituzione, ovvero del principio che assegna al popolo la sovranità, in una stagione di tragedia della democrazia rappresentativa.

Proprio nel decennale di Genova e dopo l'auspicata vittoria del 12 giugno, occorrerà partire con la fase 2 della grande marcia per i beni comuni, concentrandosi su eventuali altre campagne referendarie (a partire dalla legge Gelmini e dal Collegato lavoro) e impugnative costituzionali. I tempi sono maturi e quindi da subito ci dobbiamo mettere al lavoro per studiare le strategie politiche e giuridiche più efficaci ed incisive che, a partire dal 14 giugno, dovranno essere messe in campo anche a livello europeo (ad esempio la proposta di legge di iniziativa popolare per uno Statuto dei beni comuni che «circoscriva» il mercato).

Queste battaglie di portata nazionale, per le quali ci dobbiamo attrezzare, non potranno che partire dal lavoro della comunità locali che non sono più disposte a tollerare decisioni «non partecipate e calate dall'alto» da sindaci e consigli comunali impotenti quando non collusi. Si pretendano per esempio consigli comunali «aperti», che diventino reali luoghi di trasparenza e partecipazione, nei quali, a partire dal giorno successivo delle amministrative, i cittadini possano veramente sviluppare un senso di appartenenza verso la loro città e sia messo al primo ordine del giorno una grande discussione sul governo pubblico partecipato dei beni comuni. Le comunità locali dovranno pretendere l'adozione di nuovi Statuti comunali e regolamenti che, in armonia con la Costituzione e con i principi generale in materia di organizzazione pubblica, stabiliscano effettivi principi di organizzazione e funzionamento del comune, le forme di controllo, le forme e gli organismi di partecipazione.

Insomma, a dieci anni da Genova dobbiamo far partire, «uniti contro la crisi» e passando attraverso un successo nello sciopero generale del 6 maggio e nei referendum, un processo costituente dei beni comuni che individui gli strumenti le scadenze e gli obiettivi della Fase 2. Abbiamo di fronte a noi l'emozionante prospettiva di fermare il saccheggio ed invertire la rotta, puntando ad una nuova qualità del vivere insieme.

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