Via Rasella. Memorie antiche e colpevoli smemoratezze recenti.
Eddyburg
Una lettera di Paolo Grassi, la risposta di Corrado Augias e una piccola memoria personale, partendo da la Repubblica del 6 febbraio 2011
Paolo Grassi:
Caro Augias, rispondendo sul Corriere della Sera ad un lettore, Sergio Romano scrive che il partigiano «colpisce il nemico nella speranza di suscitare rappresaglie, come nel caso dell'attentato di via Rasella». Quell'attentato di cui Giorgio Amendola, della Giunta militare del Cln, si assunse tutta la responsabilità, fu un legittimo atto di guerra che, come tale, voleva attaccare il nemico e smascherare l'occupazione militare nazista di Roma «città aperta». Non sto a ripetere le deformazioni propagandate dal dopoguerra ad oggi. In particolare contro la medaglia d'oro Carla Capponi, di cui il 23 novembre scorso è ricorso il decimo anniversario della morte. L'ho conosciuta personalmente, come sono stato in stretto contatto con partigiane e partigiani romani e con famiglie di martiri delle Ardeatine, che pur dolorosamente colpite hanno sempre difeso quell'azione. Ovvio che Carla Capponi abbia sempre rivendicato la sostanza e l'obiettivo militare di quell'azione, ma ricordo ancora tante sue parole in merito alla fierezza nazionale di cui si inorgoglivano i partigiani e lei stessa, come il ruolo encomiabile dei militari nella Resistenza, quello di Montezemolo e Persichetti, o la tragedia di Cefalonia di cui ho appreso non dalle iniziative di Ciampi, ma qualche decina di anni prima dentro una sezione del Pci.
Paolo Grassi - pagrassi@alice.it

Corrado Augias:
Sono rimasto anch'io sorpreso dalle parole di Sergio Romano che stimo come attento osservatore della storia non solo diplomatica. L'attentato di via Rasella è uno dei pochi eventi della guerra di Liberazione in cui la vulgata neofascista è riuscita ad imporsi diventando talvolta 'senso comune'. Evidentemente anche Romano, che è di cultura liberale, dunque assai diversa, ne è rimasto in qualche modo preso. Non risulta da nessuna parte che quell'attentato sia stato organizzato allo scopo (tanto meno 'nella speranza'!) di suscitare rappresaglie. Al contrario, dopo un laborioso iter giudiziario, è stata la Corte di cassazione a porre fine alle polemiche con una sua sentenza (febbraio 1999) nella quale, confermando la Resistenza come istituzione della Repubblica ha, di conseguenza, considerato l'attacco partigiano come «legittimo atto di guerra». L'Italia libera aveva dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre 1943; dopo lo sbarco ad Anzio gli Alleati avevano esortato via radio le forze partigiane: «A lottare con ogni mezzo possibile e con tutte le forze ? bisogna sabotare il nemico ? colpirlo ovunque si mostri». Secondo un altro radicato pregiudizio, se gli attentatori si fossero consegnati ai tedeschi, l'eccidio delle Ardeatine si sarebbe evitato. La conoscenza dei fatti e degli orari (che qui non posso riassumere) smentisce anche questa malevola ipotesi.

Edoardo Salzano:
Posso aiutare l’amico Paolo Grassi e Corrado Augias a fornire ai lettori ulteriori elementi sulla vicenda di Via Rasella e successiva strage alle Fosse Ardeatine. In eddyburg il lettore troverà facilmente un testo utile: l’articolo dello storico Alessandro Portelli, sul manifesto del 25 aprile 2006, che informa ampiamente di una lucida e puntuale contestazione di Rosario Bentivegna alle menzogne di Bruno Vespa (è qui). Il giorno dell’attentato ero a pochi passi di via Rasella, e nei miei ricordi d’adolescenza quei giorni è ancora viva: anche perché uno degli assassinati nelle Fosse Ardeatine era un ufficiale monarchico antifascista amico di famiglia, Filippo di Montezemolo. Nel pubblicare il mio libro Le memorie di un urbanista ho integrato i miei ricordi con una piccola ricerca, dei cui risultati do conto in una pagina che copio qui sotto per i lettori di eddyburg.

«Le mie letture mi fecero comprendere la portata di un episodio cui avevo assistito da vicino, a Roma, con mio cugino Luigi, all’hotel Imperiale a Via Veneto. Un piccolo commando di partigiani aveva organizzato un attentato colpendo, con una bomba nascosta in un carretto della spazzatura e con un successivo attacco con pistole e bombe a mano, un reparti di soldati tedeschi che percorrevano la centrale via Rasella. 32 soldati erano stati uccisi. Immediatamente il comandante nazista diede ordine di raccogliere un gruppo formato da 10 persone per ogni tedesco ucciso e di liquidarli per rappresaglia. In realtà ne furono presi 335: militari e partigiani, ebrei, antifascisti, ma anche persone che con la resistenza non c’entravano. Tradotti in una cava di pozzolana sulla via Ardeatina furono trucidati con le mitragliatrici, finiti con un diligente colpo di revolver, seppelliti con l’esplosione di mine.
«Né quel giorno né il giorno dopo se ne seppe nulla: i giornali pubblicavano solo le notizie permesse dai fascisti, tacquero. Due giorni dopo un crudele comunicato, pubblicato sul “Messaggero”, diede la loro versione:
«“Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti badogliani saranno fucilati. Quell’ordine è già stato eseguito»(
“Il Messaggero”, 25 settembre 1944).
«Dopo la Liberazione il Comune bandì un concorso nazionale che condusse alla costruzione del più bell’episodio di architettura civile dell’Italia del secolo scorso, e forse uno dei più belli in assoluto. Lo disegnò un gruppo di giovani architetti e scultori (Gli architetti erano Nello Aprile, Aldo Cardelli, Cino Calcaprina, Mario Fiorentino, Giuseppe Perugini; gli scultori Francesco Coccia, Mirko Basaldella). Accanto alla roccia tufacea della cava un grande parallelepipedo si calcestruzzo, come una gigantesca lastra, copre le 365 tombe, staccato da terra da una feritoia continua; accanto, un gigantesco gruppo scultoreo rappresenta tre uomini legati; un cancello molto tormentato segna l’ingresso al complesso, nel quale sono state ripristinate le cave nelle quali gli ostaggi furono raccolti e trucidati.
«Molti anni dopo, quando si cominciarono a mettere in dubbio gli ideali della Resistenza e, con essi, i metodi della lotta partigiana si tentò di gettare fango su quell’episodio, definendolo un atto criminale dei comunisti (quasi riecheggiando le parole dell’ukase nazista). Ma la giustizia riabilitò l’operato del gruppo di patrioti riconoscendone la natura di legittimo atto di guerra (Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 6 agosto 2007, n. 17172)»
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Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto, Corte del fòntego, Venezia 2010, p. 6-7
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