Tutti i mezzi Fiat per ottenere un sì
Loris Campetti
Una corrispondenza dal luogo del massacro dei diritti del lavoro: Torino, Mirafiori. E un convegno d’opposizione. Il manifesto, 13 gennaio 2010
L'azienda ferma eccezionalmente la produzione e organizza le sue assemblee per indottrinare i lavoratori e convincerli a votare a favore dell'accordo separato. Davanti ai cancelli di Mirafiori la tensione è alta tra gli operai

Lo chiamavano l'uomo dei miracoli, quello che aveva salvato la Fiat, il manager con il golfino che parlava americano e usava le buone maniere con i sindacati, quello che «il costo del lavoro incide per il 6-7% sul costo globale di un'automobile, la crisi non dipende certo dagli operai». Miracoli non ne ha fatti però, la quota Fiat è precipitata in Italia e in Europa, nuovi modelli (come gli investimenti) non se ne vedono all'orizzonte, figuriamoci se tra 18 mesi triplicherà la produzione in Italia. Adesso però, dopo aver detto di voler conquistare il cuore delle sue «maestranze» gliel'ha strappato, chiedendo tutto in cambio di niente. Un solo miracolo è riuscito a fare Marchionne: ha riportato indietro le lancette dell'orologio. Ai tempi di Valletta e della caccia alla Fiom e ai comunisti. Invece, alla porta 2 di Mirafiori sembrerebbe di essere tornati agli anni Settanta, se non fosse che i pullman e i tram che continuano a vomitare operai e operaie delle periferie sono nuovi fiammanti, persino la vecchia baracca dei panini a fianco del dormitorio per i senza fissa dimora è nuova di zecca: però, come allora, si affollano ai cancelli centinaia di operai, sindacalisti, giornalisti, le più impensabili sigle politiche della costellazione di sinistra, persino volantini con Marx, Lenin e Mao. Megafoni che urlano «non vendetevi al padrone, difendete la vostra dignità» e gli operai che rispondono «meno mele che ce lo dite voi». Studenti delle Università torinesi, Palazzo Nuovo e Palazzo Campana che portano solidarietà: «Se passa il progetto Marchionne lo pagheremo anche noi».

C'è Nichi Vendola che non riesce a parlare con gli operai del primo turno che entrano e con quelli del secondo che escono perché una barriera umana - si fa per dire - di giornalisti lo avvolge tra gomitate ai fianchi e telecamerate in testa. A ogni angolo gruppetti di operai litigano sul voto da dare al diktat Fiat. «Io sono dei Cobas ma voto sì perché devo pur campare», dice un'operaia cinquantenne a un suo compagno della Fiom, e lo insulta perché «neanche della Fiom ci si può fidare perché sta nella Cgil e la Cgil ha venduto l'anima e vuole firmare». Un vecchio amico sindacalista mi spiega che prima di aderire ai Cobas questa donna «era del Sida», il sindacato giallo che adesso si chiama Fismic. Il segretario generale del Fismic, Di Maulo, è circondato da un gruppo di operai che gli dicono perentoriamente «facci vedere la tua busta paga, la nostra eccola, 900 euro». Negli anni Settanta avrebbero risolto con un solo aggettivo, che qua e là ritorna: «Venduti».

Poveri operai di Mirafiori, età media vicina ai cinquant'anni, fatica e malattie e sconfitte sulle spalle, lasciati soli da quasi tutti. Ora escono a fatica, si fanno spazio nella calca, evitano le telecamere oppure ci si ficcano dentro per dire «No, perché non do tutto in cambio di niente», oppure «Sì perché ho il mutuo e due figli piccoli, se quello se ne va in Canada a brindare io che faccio? Però questo accordo fa schifo». Il segretario locale della Fim Claudio Chiarle, che domenica aveva detto «abbiamo firmato per salvare gli investimenti ma l'accordo è brutto», dopo essere stato messo in mezzo dai colleghi complici e dai superiori ora diffonde una nota in cui «l'accordo è ottimo». Un delegato della Uilm: «Con il no se ne va via la Fiat». Interviene un operaio giovane: «Sì, va a festeggiare in Canada. Voglio vederli a chiudere Mirafiori, ci vogliono solo ricattare con la pistola alla tempia». E allora quello della Uilm si arrampica sui vetri, riesce anche a spiegare che Marchione «è stato frainteso, tutta colpa della Fiom». Un gruppo di facinorosi del Fismic di fronte a Vendola sventola fotocopie del Giornale che titola «Vendola in Puglia è come Marchionne». Il gruppo viene buttato fuori al grido antico «il potere dev'essere operaio».

Chi esce racconta l'ultima di Marchionne: «Preoccupato dalle assemblee della Fiom che racconta l'accordo per filo e per segno ha fatto convocare le assemblee dai suoi capi. Spiegano che è cambiato e quello distribuito dalla Fiom è vecchio. Peccato sia identico al testo pubblicato sul sito del Sole 24 ore». Siamo a questo, la Fiat che si sostituisce ai sindacati complici e convoca le assemblee. «Dove non riescono a farle perché non vogliono essere sputtanati da noi della Fiom prendono gli operai uno a uno per indottrinarli: o votate sì o la Fiat va all'estero». In verniciatura, ci racconta un'operaia appena uscita, «i team leader e i capi Ute stanno facendo i sondaggi, chiedono a tutti tranne a noi - dice un delegato Fiom - per chi voteremo e trascrivono nome e cognome». «È uno schifo. Ieri hanno fermato una linea alle 20,30 in verniciatura - racconta Mercurio - e per un'ora e un quarto hanno fatti i comizi per votare sì. Neanche quando è morto Gianni Agnelli avevano fermato le linee».

Dall'interno della fabbrica si vede avanzare un corteo verso i cancelli, davanti c'è uno striscione rosso con scritto «Sono un operaio e voto no», un messaggio all'aspirante sindaco di Torino Piero Fassino che aveva declamato urbi et orbi «se fossi un operaio voterei sì». Sono quelli del Comitato per il no al referendum, li accoglie all'uscita una mezza ovazione, applausi e qualche lacrimuccia. È l'orgoglio operaio, di operai incazzati con il mondo ma sostanzialmente con la politica, gente che non ne può più e sa che «l'unica speranza è la pensione». Un giovane carrozziere del montaggio riesce ad arrivare a qualche metro dal Vendola assediato dai media e gli urla contro il centrosinistra. Un'altra operaia da un angolo spiega che «il Pd fa un'opposizione pessima e se andasse al governo farebbe un governo pessimo. Se non tornerà a occuparsi del lavoro la sinistra si scioglierà come neve al sole».

Rabbia, tanta. Ci sono volti noti ai cancelli. C'è anche il vecchio sindaco Diego Novelli che si dice incredulo, e fa i paragoni con i tempi duri, quelli di Valletta. Ci sono operai pensionati, precari, studenti. Torino torna a parlare e a parlarsi, ai cancelli, nei tram, nei negozi. Con la rabbia di chi si chiede dove sia finita la famiglia Agnelli, anch'essa dissolta al sole in mille rivoletti rinsecchiti e neanche troppo trasparenti: «Marchionne non è il padrone, i padroni dove sono? Possono permettersi la fuga dalla città che hanno spremuto per più di un secolo?». Nina, delegata Fiom, si dice ottimista: «Dentro si discute, i capi sono nervosi perché temono l'esito del voto, e invitano a non andare alle assemblee della Fiom di domani (oggi, ndr) ma alle loro». «Al montaggio c'è un buon clima per noi - è la volta di un promotore del Comitato per il no - in verniciatura è più dura». Previsioni non se ne fanno, chi annuncia che voterà sì per il mutuo, i figli, la paura, è più incazzato di chi voterà no. E chi vota no, oltre a essere incazzato con la sinistra, ha una certezza: «Mettere la firma sotto questa porcheria sarebbe un insulto a noi che ci battiamo in fabbrica nelle condizioni che vedi. Diglielo alla Camusso». Bentornati a Mirafiori.

Oggi le assemblee della Fiom, poi il voto. Chissà se anche a Mirafiori, come ha già fatto la Fiat a Pomigliano e come fanno da sempre mafia e camorra, i capi chiederanno agli operai di autocertificarsi il voto con il telefonino.

CONVEGNO
Marchionne unisce quel che era diviso
Intellettuali e sindacati di base

C'è tanta gente al convegno alla Sala Valdese organizzato da Forum Diritti/Lavoro e Unione Sindacale di Base (Usb). Ennesima dimostrazione dell'attenzione che la città riserva alla Fiat e ai suoi lavoratori, poi tutti in piazza per la fiaccolata.

Angelo D'Orsi fa un'incursione storica. Parte dal 1920, dallo «sciopero delle lancette». Gli operai si opponevano all'applicazione dell'ora legale. Le lotte portano all'occupazione delle fabbriche e ai consigli di fabbrica. Alla Fita Brevetti, per protesta, vennero portate indietro di un'ora le lancette di tutti gli orologi dello stabilimento. La dirigenza dell'azienda rispose licenziando. «Mi sembra - dice D'Orsi - che oggi come allora gli operai sono costretti a accettare la lotta sul terreno dell'avversario. È chiaro che la lotta degli anni '20 aveva anche un valore simbolico: chi comanda in fabbrica?»

La stessa domanda è implicita oggi. D'Orsi ricorda che Gramsci notava «la solitudine in cui erano stati lasciati gli operai, che dopo lo sciopero delle lancette, sempre nel '20 avevano occupato le fabbriche. Quando rientrarono al lavoro - aggiunge D'Orsi - Gramsci chiede che non vengano insultati perché sono uomini, sconfitti nel corpo ma non nell'animo». Oggi la situazione è inversa. «I lavoratori di Mirafiori non sono soli. C'è una reazione corale in città che non si vedeva da anni, forse dagli anni '70». E se la marcia dei 40 mila del 1980 era la marcia della maggioranza silenziosa, oggi, trent'anni dopo «la maggioranza silenziosa siamo noi. Maggioranza, ne sono certo. Silenziosa, perché ci hanno costretti al silenzio, ci hanno tappato la bocca, ma un po' ci siamo autoconfinati al silenzio».

D'Orsi sottolinea come ci si dimentichi spesso del fatto che il lavoro significa fatica fisica, muscoli rattrappiti, pause a comando, pipì collettive. Il nuovo contratto è un «ricatto. E credo, anche leggendo di progetti di produzione di Suv e jeep a Torino previsti nel piano industriale, che Marchionne abbia già abbandonato Torino».

Franco Turigliatto, di Sinistra Critica, sottolinea che il ricatto Marchionne «funzionerebbe molto meno se alcune forze si opponessero con determinazione. Penso a quel centrosinistra in cui tanti dicono che voterebbero sì, ma anche ad altri che voterebbero no, ma se avessero famiglia voterebbero sì. E allora, che messaggio passa? comunque un voto per il sì».

Dalla USB viene la proposta per il dopo referendum. «Noi ci impegniamo perché vinca il no, - sottolinea Paolo Leonardi - per il dopo pensiamo alla creazione di un Osservatorio permanente che utilizzi i saperi per tenere sotto mira quello che questo accordo produrrà se dovesse prevalere il sì».

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