Trovare nel Corano l´Islam dell´amicizia
Barbara Spinelli
Una colta e appassionata testimonianza del fatto che, primna di giudicare occorre conoscere. A proposito dei Libri sacri, dell’Islam e non solo. La Repubblica, 12 gennaio 2011
Le stragi dei cristiani in una cattedrale di Baghdad e nella chiesa copta Al-Qaddissin a Alessandria d´Egitto sono segni non equivocabili, che qualcosa di grave sta succedendo in terre musulmane: la lenta e brutale estromissione dei cristiani, anche i più refrattari al proselitismo, i più inseriti nel luogo che abitano, non molto diversa dalla cacciata degli ebrei dai paesi arabi dopo il ´48. Non importa, qui, chiedersi come mai quella cacciata scosse l´Europa meno dell´odierna oppressione di cristiani. Forse perché la martirologia cristiana ha riti consolanti antichi. Forse cominciamo appena a comprendere la catastrofe che fu la fine dell´impero asburgico, il nazionalismo identitario e le persecuzioni delle minoranze che essa generò dopo la prima guerra mondiale. Mentre ancora non comprendiamo, sino in fondo, i disastri nati dalla caduta dell´impero ottomano: che produsse nazionalismi etnici e religiosi e fu occasione, per i colonizzatori, di ridisegnare frontiere a vanvera, di usare i popoli dividendoli o accostandoli senza criterio. È uno dei motivi per cui quel continente ha Stati spesso falliti. L´ossificazione di vecchi confini impedisce di ricostruire le istituzioni, l´imperio della legge.

Ma la divisione più grave è quella che colpisce i cuori, che nelle religioni del Libro sono la sede non dei sentimenti ma della mente, del raziocinio. Tanto più essenziale è divenuto capire l´Islam: perché è ormai la seconda religione in occidente. Perché il soffrire dei cristiani nei Paesi musulmani assume proporzioni calamitose. Perché col tempo non cresce negli uni e negli altri l´unica dote che salvi: il sapere, il conoscersi reciproco. Questo degrado s´è esteso quando l´Islam è entrato, brutale, nella vita d´Occidente dopo l´11 settembre 2001.

Fu allora che molti, ansiosi di compiacersi più che di sapere, corsero a cercar lumi in saggi che descrivevano, in particolare, la disfatta dell´Islam (i libri di Bernard Lewis, di Samuel Huntington, lo stesso testo ben più antico dell´imperatore Paleologo citato nel 2006 a Ratisbona da Benedetto XVI). I più ispirati erano forse quelli che si chinavano su letteratura o testi originali: si pensi, in Italia, all´erudizione di Pietro Citati, o alla sapienza indagata da Sabino Chialà, monaco di Bose, o alla precisione con cui è stato riproposto il Corano, nel 2010 per Mondadori, dal curatore Alberto Ventura e dalla traduttrice Ida Zilio-Grandi.

Ma per scrutare un grande monoteismo è al testo base che urge tornare: al Corano, anche se tante sono le prescrizioni che vengono abrogate man mano che il Libro si snoda, provocando perenni conflitti d´interpretazione. Dobbiamo cominciare seriamente a leggerlo noi e forse anche i musulmani, che a volte lo dimenticano come i cristiani o gli ebrei sovente dimenticano i propri Libri.

Usiamo pensare, ad esempio, che nell´Islam non esistano la misericordia, la pietà, l´aiuto agli ultimi, il perdono. Non è vero, soprattutto quando in questione è la giustizia uguale per tutti. Certo, una separazione fra legge di Dio e leggi laiche è ardua nell´Islam, ma costantemente, nel Corano, la giustizia è definita «la cosa più prossima alla pietà». Nella sura 4:135 si intima: «Agite con ferma giustizia quando testimoniate davanti a Dio, anche se è contro voi stessi o contro i vostri genitori o contro i vostri parenti, siano essi poveri o ricchi, agli uni e agli altri Dio è più vicino di voi, dunque non seguite le passioni che vi fanno errare dalla rettitudine». Dio ordina di non seguire neppure l´impulso opposto, odiando gli avversari: «L´odio che nutrite contro un popolo miscredente non vi induca a essere ingiusti». Uccidere in assenza di premesse (la presenza di un assassino, un corruttore della terra) «è come uccidere l´intera umanità». Incolpevoli, nei preganti di Baghdad e Alessandria è stata uccisa, secondo la sura 5:32, l´intera umanità.

Anche se col passare dei secoli si dilatò nell´Islam la diffidenza verso ebrei e cristiani (non a causa della fede delle genti del Libro, non per l´aderenza alle loro Scritture, giudicate antesignane del Corano), il rispetto è grande perché il Dio è unico (Allah è traduzione del nome di Dio, tendiamo a scordarlo). L´accusa, risentita, non è di adempiere le Scritture, tutte e tre sacre, ma di adulterarle e credersi figli di Dio «più degli altri uomini» (5:18). Rigettate sono le idolatrie, le passioni incontrollate. L´uso della ragione (nel Corano discernimento, perspicacia) è intenso nell´Islam.

Illuminanti a questo proposito i detti islamici di Gesù, raccolti da Chialà per l´edizione Lorenzo Valla (2009). Vorremmo citarne qualcuno. «Inguaribile è lo stupido, come sabbia dalla quale niente germoglia». Gesù ammette di aver guarito il lebbroso e il cieco nato: invece «ho curato lo stupido, ma mi ha spossato» (362). E prima ancora, nel detto 303: «Non mi è stato impossibile riportare in vita i morti, ma mi è stato impossibile guarire lo stupido». Rumi racconta che Gesù fuggiva a gambe levate, se incontrava uno stupido. Stupido perché del tutto privo di discernimento, di giustizia, è il massacro dei cristiani d´Iraq e Egitto. Tanti morti, e Cristo dipinto imbrattato di sangue a Alessandria: con quale risultato? Con quale giardino radioso in vista, per il giorno in cui morte ti coglie? Gli stessi musulmani alessandrini sono sgomenti, e si offrono di presidiare loro le chiese.

Il Corano è contrario agli anatemi, alle scomuniche: il giudizio di miscredenza viene solo da Dio. La gentilezza ha uno spazio ampio nel Libro, così come vasto spazio è dedicato alle donne, che hanno meno diritti ma sono pur sempre soggetti giuridici («Può darsi che voi disprezziate qualcosa in cui Dio ha posto un bene grande», sura 4:19). Quanto agli anatemi, la sura 2:256 è chiara: «Non c´è costrizione nella fede». Nella storia dell´Islam non potrebbero esistere conversioni forzate.

Che cosa guida allora, se non stupidità, ignoranza, e una vendetta ripetutamente scoraggiata dal Libro, la mano degli assassini o la mente degli indifferenti musulmani che sì malamente accolgono le condanne di Benedetto XVI, considerandole empie interferenze? Sembra guidarli l´incapacità radicale di mettere faccia a faccia fede e ragione, non a discapito l´una dell´altra. Un grande poeta dell´XI secolo, Abu L-Ala Al-Ma´arri, divideva la terra in «due sorti di persone: quelle che hanno la ragione senza religione, e quelle che hanno la religione e mancano di ragione».

Mille anni sono passati da allora, e ancor più dalla stesura del Corano: terzo grandioso tentativo monoteista di ingentilire la storta e cupa umanità. L´ultimo decennio di violenze, invece di stordire ancor più le menti, può esser l´occasione di tentare una memoria meno ostruita, un sapere meno trasandato. Dieci anni sono poco per iniziare a capire, e ognuno deve fare lo sforzo partendo da sé, perché le memorie comuni sono spesso una truffa, come accade in Italia attorno alla Resistenza. È un compito alto, difficile: per noi e anche per i musulmani. Nessuno è sconfitto, se si rimette a pensare.

Il Corano non pretende cose impossibili dall´uomo («è una religione facile», diceva Muhammad), ma è severo quando parla di giustizia, pietà, ragione. Il sincretismo, oltre a non essere auspicato, è impossibile perché troppe sono le soperchierie che gli uni hanno fatto agli altri. Anche in religione, come in politica, dovrebbe esserci quella riconciliazione che memore del passato costruisca un futuro diverso. Gli arabi e persiani fra loro, gli arabi e gli ebrei in guerra continua, non hanno ancora prodotto (se si escludono, agli esordi dello Stato d´Israele, figure come Hannah Arendt o Judah Magnes), persone capaci di condividere un futuro storico, una federazione laica di etnie e religioni diverse, evitando i tranelli minimalisti della memoria condivisa.

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