Torino, la Fiat, gli operai. Se gli intellettuali escono dal lungo sonno
Rinaldo Gianola
Sappiamo da dove veniamo e dove vogliamo andare, non dove andremo. Raccogliamo i segni di speranza, sebbene leggeri e incerti. L’Unità, 14 gennaio 2011
Sono tornati a parlare, firmano appelli e ci mettono la faccia. Dopo anni di latitanza, c’è un timido segnale: la cultura tornerà accanto al lavoro?

All’ingresso della Sala Valdese di corso Vittorio Emanuele avanza solitaria ed elegante la figura di Gianni Vattimo, filosofo temerario capace di studiare con Hans-Georg Gadamer e Luigi Pareyson e di attraversare con leggerezza ma senza rinunciare allo scontro e alla polemica la politica italiana, dai radicali al pd, fermandosi, per ora, ad Antonio Di Pietro. Caro professore, come la mettiamo con gli intellettuali, Torino e la Fiat? Cosa avete combinato? «Non va così male, come si potrebbe pensare perchè quelli che hanno ancora la forza di parlare qualche cosa giusta l’hanno detta, si sono schierati per il no all’accordo di Mirafiori, hanno difeso i diritti degli operai. Il mio rammarico è la politica, quella dei partiti e degli amministratori, e anche il sindacato. Dopo la vittoria del sì cosa facciamo, che lotte pensa di mettere in campo la Cgil? Il diritto di sciopero è un diritto individuale sancito dalla Costituzione, possiamo iniziare da qui, ma dobbiamo pensare ad autorganizzarci, a trovare nuovi sbocchi». Ci sono i partiti per questo? «Ma quali partiti vuol trovare... Il sindaco Chiamparino e il suo possibile successore Fassino si sono schierati apertamente con Marchionne, comprende il disastro in cui viviamo? Non siamo qui per divertirci».

Se c’è una città dove l’impresa, la fabbrica, il lavoro, la condizione operaia hanno alimentato cultura e professioni, politica e sindacato, questa è Torino. Qui è nata l’industria dell’auto, questa è la città di Antonio Gramsci, del capitale e dei comunisti, questa è la company town per eccellenza dove alla fine degli anni Settanta ancora 130mila cittadini vivevano stretti alla Fiat. Se in altri tempi fosse comparso Sergio Marchionne con le sue proposte sapete cosa sarebbe successo? Il Pci avrebbe organizzato una conferenza operaia chiamando le più belle teste della politica, dell’economia, del sindacato e delle imprese a discutere di Fabbrica Italia. Sui grandi giornali, anche su quelli della Fiat, si sarebbero aperti dibattiti senza fronzoli. Il ministro del Lavoro, magari un democristiano duro e testone come Carlo Donat Cattin, avrebbe chiamato sindacati e impresa attorno a un tavolo per evitare dolorose fratture. Il parlamento avrebbe raccolto le sollecitazioni dell’impresa e del lavoro.

Oggi non è rimasto quasi più nulla di tutto questo patrimonio, ogni soggetto gioca per sè e quello che risulta devastante, anche se pochi ne comprendono la tragica portata per la nostra democrazia, è la distruzione progressiva dei corpi intermedi di rappresentanza sociale, dal delegato di fabbrica fino al sindacato confederale. Anche gli intellettuali, di ogni origine e vocazione, hanno smarrito negli ultimi anni il loro ruolo di ricerca, di proposta, rifugiandosi in comodi incarichi accademici o mettendo la propria scienza al servizio della tv in cambio di pubblici riconoscimenti e generose retribuzioni. Diceva un grande torinese come Norberto Nobbio che «il compito dell’intellettuale è di seminare il dubbio e non di raccogliere certezze ». Allora di fronte al caso Fiat c’è da chiedersi se gli intellettuali abbiano almeno diffuso qualche dubbio sulle dimensioni del cambiamento indotto da Marchionne.

Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, ha un’idea chiara: «La risposta degli intellettuali è stata debole, ma qualcosa si sta muovendo, vedo un fermento che apre a nuove speranze. Il caso Fiat ha provocato reazioni, certo ancora insufficienti maforse, dopo vent’anni di silenzio, è venuta l’ora in cui l’intellettuale ritrova la forza per denunciare la menzogna e cercare la verità. A questo servono gli intellettuali». E oggi dove sta la verità? Risponde D’Orsi: «Io la vedo nella classe subalterna che non è più solo la classe operaia, Ma è il giovane precario, è il migrante costretto in schiavitù, è l’insegnante offeso, il lavoratore colpito nella sua dignità. Dopo Rosarno, Pomigliano, oggi Mirafiori l’intellettuale non può più tacere. A Torino ci sono fermenti positivi, dobbiamo rimetterci in moto, scendere in campo».

Che cosa si è mosso, allora, a Torino? Cosa stanno facendo gli intellettuali su cui ha ironizzato il sindaco Chiamparino dichiarando ieri alla Stampa che «hanno firmato contro il parcheggio di piazza san Carlo, oggi l’angolo più bello di Torino»? Marco Revelli, sociologo e docente universitario, ha lanciato un appello di solidarietà con gli operai e contro le condizioni imposte da Marchionne. Racconta: «All’inizio eravamo 19 docenti universitari, poi le firme sono aumentate, abbiamo passato le 50 con altri docenti, architetti, avvocati, insegnanti di liceo. Mi hanno chiamato persone che non sentivo da anni, che non apparivano in pubblico da molto tempo ma che in questa occasione ci tenevano a metterci la faccia, a far sapere che loro non condividono quanto sta succedendo. Un po’ mi ha sorpreso questa presenza perchè vuol dire che sotto la superficie opaca della città c’è una speranza e questa speranza viene da persone che si sono salvate perchè sono state lontane dalla politica e dalle istituzioni, non sono state contaminate».

La Fiat continua a influenzare la città, le sue scelte, ma in altri tempi avrebbe mostrato ben altra potenza, una capacità di creare consenso, anche culturale, che avrebbe accompagnato il suo disegno imprenditoriale. Questo cambiamento, forse, dipende dal fatto che oggi l’impresa ha un solo leader, Marchionne, abile e duro ma pur sempre un dipendente, mentre gli eredi della famiglia Agnelli stanno nelle retrovie e non si ricorda un intervento di John Elkann che possa far pensare all’abilità e al carisma del nonno Gianni. «Ma la Fiat è ancora uno dei pochi soggetti con un’influenza forte, riempie un cratere vuoto, mentre gli eredi della sinistra condividono le scelte di Marchionne che ha una concezione servile del lavoro» aggiunge amaro Revelli, interrogandosi sul futuro: «L’acronimo Fiat è stato distrutto: non c’è più fabbrica, non è più italiana, fa poche automobili e a Torino ha una presenza sempre più modesta». Però ci sono gli operai. «Sono l’unico pezzo di storia che ci rimane, questa non è fiction è la realtà».

Cosa manca, allora? L’economia globale non ci lascia scampo, dobbiamo stendere il tappeto rosso davanti a Marchionne e star zitti? La risposta finale la lasciamo a Rocco Larizza, ex operaio Fiat, già responsabile del pci a Mirafiori, poi parlamentare e segretario della federazione torinese dei ds:«Io voterei no al piano Marchionne, conosco la vita e la sofferenza degli operai. Si può trattare sui turni, sull’organizzazione, ma non sulla libertà e la democrazia. Quello che ci manca è un’elaborazione, una proposta capace di confrontarsi con i cambiamenti del capitalismo. Ci servirebbe uno come Bruno Trentin».

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