La teoria della «decrescita» nell’operazione-verità pensata dal Quirinale
Marzio Breda
Un aspetto chiave nel discorso di Napolitano, sfuggito a gran parte della stampa, ma non all’attento “quirinalista” del Corriere della Sera, 2 gennaio 2011 (f.b.)
Dai giovani al debito pubblico alla riforma fiscale, Napolitano ha toccato temi che la politica aveva accantonato negli ultimi mesi, concentrata com’era in una resa dei conti pronta a sfociare in una crisi al buio. Ma soprattutto, nell’ «operazione verità» andata in scena nei venti minuti del suo messaggio di Capodanno, ha accennato una questione quasi assente nel nostro dibattito pubblico: la convivenza con i fantasmi della decrescita, indagata (tra i primi) dal guru ecologista francese Serge Latouche.

Infatti, quando il presidente rileva che, anche per effetto dei collassi planetari dell’economia, «il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile» , va al cuore del problema. Che è quello di imporre una riflessione sui limiti della cosiddetta «teologia del Pil» e dello sviluppo infinito, contro cui si batte Latouche. Dati i pericoli messi in evidenza dal risiko della finanza globale, proporre simili interrogativi non è esercizio di catastrofismo ma di realismo.

Una scelta obbligata e non in contrasto con la decisione di tenere sullo sfondo la politica interna. Specialmente dopo un 2010 dominato dalle «condizioni di persistente crisi e incertezza dell’economia e del tessuto sociale» , che ha diffuso «l’ansia di non poterci più aspettare un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato» . Certo, il presidente ha mitigato quel passaggio del proprio monologo con l’esortazione a non lasciarci «paralizzare» dall’ansia e a non rinunciare «al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere nel mondo segnato da un processo di globalizzazione» (che non esita a definire «ambiguo» per le ricadute «sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali» ). Dovrebbero essere motivo di riflessione per tutti, e per i giovani in particolare.

I quali — secondo l’analisi di Napolitano, fondata sui tanti incontri con disoccupati, studenti e ricercatori e sull’infinità di lettere recapitate al Quirinale— se «denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell’eguaglianza dei punti di partenza, secondo lo spirito della Costituzione» . E a un certo spirito di coesione riassunto nella Carta costituzionale sembra poi richiamarsi il capo dello Stato — oltre che quando ripropone la «storica ferita del divario tra Nord e Sud» e gli ancoraggi di un federalismo fiscale ispirato alla «solidarietà» — quando dedica un appello affinché si recuperi la rottura Fiom-Fiat. Che a suo avviso può, sì, passare attraverso una diversa «produttività del lavoro» , ma richiede pure «coraggio politico e sociale» e non una logica di eterna contrapposizione. Da parte dell’azienda e degli operai. Insieme.

Nota: su PIL, sviluppo ambiente e territorio, si veda anche la puntata di Report Consumatori difettosi (f.b.)

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