SHOAH. 365 giorni di memoria
Angelo d'Orsi
Per uscire dall’overdose di commemorazione rituale occorre sublimare la memoria in storia. Il manifesto, 27 gennaio 2011
Dieci anni di memoria «ufficiale» della Shoah. Un decennio di dolorose celebrazioni: visite, convegni, pubblicazioni, nuovi spazi museali, dibattiti giornalistici, documentari tv. La liberazione di quei residui tenaci di umanità che l'efficiente barbarie nazista non era riuscita a eliminare in tempo nel «campo» di Auschwitz, da parte dell'Armata Rossa (un dato che, chissà perché, viene spesso tralasciato o sottaciuto), aveva aperto gli occhi al mondo su quello che Lord Russell avrebbe chiamato «il flagello della svastica». Da quel 27 gennaio 1945, nessuno poté più dire (spesso mentendo): «io non sapevo». Certo, a quel tipo di reazione, con l'apertura dei lager accadde un'altra reazione sbagliata, che ci è stata mostrata dai filmati angloamericani: i bravi borghesi tedeschi accompagnati in vista obbligata ai campi che davanti ai forni crematori, con le pile di cadaveri che la macchina dello sterminio non fece a tempo a bruciare, dopo che erano passati per le «docce» a base di Zyclon B, quegli onest'uomini e quelle distinte signore elegantemente vestiti, distoglievano lo sguardo. Quasi a negare quella evidenza sconvolgente. Voltavano la testa dall'altra parte.

Voltare la testa, o fingere di non sapere, o dimenticare volontariamente, segna un atteggiamento che, almeno in punto di teoria, l'istituzione della «giornata della memoria» dovrebbe contrastare. Ma è così? Davide Bidussa intervistato da Simonetta Fiori (su la Repubblica di ieri), ha espresso dubbi condivisibili, marcate perplessità e una certa insofferenza, specificamente sull'overdose di memoria. Io credo che l'overdose sia non della memoria, la pratica volta a far sì che una comunità conservi, nel la sua intelligenza collettiva come nelle sue viscere profonde, la consapevolezza dell'accaduto, bensì della commemorazione: specie quella a comando, quella codificata da leggi, normata da regolamenti, applicata da circolari ministeriali. Se un po' di sensibilità in più sull'universo concentrazionario e su quello che uno studioso (Wolfgang Sofsky) ha chiamato «l'ordine del terrore», si è diffusa, il Giorno della Memoria è buona cosa, da conservare e sviluppare. Tanto più che anche ieri la provocazione antisemita e neofascista, a Roma, nella città di Alemanno, ha imbrattato di scritte il quartiere Monti e il Museo della Resistenza di Via Tasso.

Ma come non badare all'effetto uguale e contrario? Il commemorazionismo, che diventa celebrazionismo, inevitabilmente stucchevole e ripetitivo, può suscitare stanchezza, e addirittura rigetto, quando diventa non solo di Stato, ma addirittura di governo; e, d'altro canto, non smettiamo di assistere a un disinvolto impiego della memoria dell'Olocausto per redigere incessanti peana allo Stato di Israele, assolvendolo non solo dal suo «peccato capitale» - la sua nascita violenta, con l'espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre e dalle loro case - ma altresì dalla sua perdurante politica di discriminazione e di apartheid.

Ciò detto, e ribadito che le persecuzioni subite non possono giustificare nuove persecuzioni, tanto meno ai danni di innocenti, forse il decennale della Giornata può essere l'occasione per passare, dalla Memoria alla Storia: se la prima comprende l'errore, l'oblio, la rimozione; alla seconda spetta il compito, insostituibile, di ricostruire e preservare la verità, contro le imposture negazioniste dell'Olocausto, contro i «rovescismi» interessati e ogni tipo di contraffazione. Ma a difendere il fortino della storia, non può ergersi un «Ministero della Verità Storica», che diventa ipso facto verità politica o giudiziaria. La concomitanza tra questo decennale e la (reiterata) richiesta di una legge «antinegazionista» è inquietante e reclama vigilanza da parte dell'unico «tribunale» cui si possa riconoscere un ruolo: quello rappresentato dalla comunità scientifica.

Insomma, la Memoria ricordi, con tutti gli umani errori che comprende; la Storia acclari i fatti, servendosi del metodo e delle tecniche appropriate; e la Politica? La Politica faccia il suo mestiere. Provi ad amministrare la polis - istituzioni e società -, che ne ha tanto bisogno, a cominciare dagli amministratori stessi, che avrebbero necessità di 365 giorni della memoria che ricordino loro doveri e princìpi, che, a quanto pare, essi tendono a dimenticare in allegria.

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