Un nuovo paradigma per le nostre città
Paolo Berdini
«Occorre coniugare difesa del territorio e costruzione delle basi per lo un'economia solidale». Il manifesto, 18 gennaio 2011
Nel 1980 la marcia contro gli operai organizzata dalla Fiat servì per imporre una ristrutturazione produttiva senza precedenti. Decine di migliaia di lavoratori furono costretti a lasciare la fabbrica. Da quel momento i rapporti sociali iniziarono a mutare rapidamente e sempre a favore dell'impresa. Ma l'azienda, che pure aveva imposto inflessibilmente il suo primato, non ebbe la tentazione di chiudere la fabbrica al sindacato sconfitto.

Anche in quegli anni di duro scontro, esisteva un patto di reciproco rispetto delle regole di convivenza democratica. Oggi non è più così. L'intollerabile arroganza di Marchionne serve proprio a mettere in chiaro che quell'epoca è finita. Si torna agli istinti peggiori del capitalismo di rapina e nessuno si aspetti sconti, tanto la sinistra è stata (temporaneamente) messa a tacere.

Se questo salto di paradigma viene osservato attraverso le città, si vede che la lacerazione di quel patto è stata compiuta da oltre un decennio. Un solo esempio. Nelle città del welfare si era obbligati a garantire le aree per il verde e i servizi: era scontato che pur in un quadro di ferrea gerarchia sociale c'era comunque il riconoscimento che la città è il luogo di tutti. È il luogo pubblico per eccellenza. È il luogo della democrazia.

Oggi il quadro è distrutto. Alcuni esempi: la cancellazione di ogni regola urbana, la vendita del patrimonio pubblico, l'espulsione dei ceti popolari (a Milano e Roma i pendolari percorrono 50 chilometri senza adeguati servizi di trasporto). Nella città del neoliberismo non si ha nulla in comune: i servizi pubblici vengono chiusi uno dopo l'altro perché «non ci sono soldi». Valgono solo i rapporti economici. E come l'economia di rapina di questi anni, anche le città mostrano una crisi profonda perché le condizioni di vita quotidiana sono drasticamente peggiorate.

Se l'analisi è corretta, non possiamo attardarci a richiedere il ripristino di regole formali, ridateci i piani urbanistici e la partecipazione, ad esempio. Se vogliamo salvarci dalla follia del fallimento del liberismo dobbiamo saper delineare una prospettiva di uscita. E siccome abbiamo ancora importanti presidi in molte amministrazioni che operano in favore del bene comune e più in generale dobbiamo avere l'ambizione di proporre una reale alternativa alla cultura liberista, provo a delineare, in vista del seminario degli amici del manifesto del 22 gennaio, alcune linee di azione che coniugano insieme difesa del territorio e la costruzione delle basi per lo sviluppo di un'economia solidale.

In primo luogo dobbiamo cancellare ogni possibilità di consumare altro suolo agricolo. Le nostre città si sono molto più estese di quanto sia la popolazione che le occupa. Occorre dunque chiudere questa fase storica della vita delle nostre città e praticare solo il recupero e la riqualificazione. Non è forse vero che Detroit ha avviato un piano di demolizioni di parti di città che dopo la grande crisi sono in pieno degrado? E se ci dicono ogni giorno che non ci sono i soldi per nulla, neppure per i trasporti, come è pensabile continuare a dilatare le città?

Nel Veneto che va sott'acqua alla prima pioggia, la banda del capitale finanziario che si è impadronita del nostro territorio propone oggi di urbanizzare altre migliaia di ettari di campagna per creare inutili cattedrali del deserto. Hanno fin qui avuto consenso perché hanno saputo far credere (grazie all'immenso potere mediatico) che dietro quelle speculazioni c'erano posti di lavoro. Non era vero ed è in atto un diffuso ripensamento critico di larghe masse di cittadini, di giovani in particolare. Sarebbe dunque colpevole perdere questa occasione per costruire una nostra offensiva utilizzando le individualità presenti in Parlamento ma anche la forma della proposta di iniziativa popolare.

Fermata questa follia (solo italiana) che immobilizza, come afferma Salvatore Settis, una ricchezza gigantesca, occorre dare concretezza alla nostra proposta. Della riconversione produttiva in senso ambientale hanno parlato in molti, ad iniziare da Guido Viale. Mi fermo quindi al settore agricolo. Il grande patrimonio di terre di uso civico, possono ad esempio essere affidate a cooperative di giovani a canoni garantiti dalle Regioni: e se qualcuno dirà che è statalismo basta ricordare il fiume di soldi pubblici che vanno alle imprese "amiche" ad iniziare dalla Fiat. Eppoi, sempre a livello locale laddove è possibile (e nell'Appennino sempre meno abitato si potrebbe fare agevolmente) gli enti locali potrebbero fare una intelligente politica di acquisizione di territori abbandonati. Con pochi soldi, quelli ad esempio risparmiati nel non dover più correre appresso alle continue espansioni urbane, si possono acquistare centinaia di ettari e restituirli all'agricoltura.

Lavoro anche questo, mica solo il loro. E se poi i comuni iniziassero a privilegiare la filiera alimentare "corta" attrezzando luoghi di mercato per i prodotti del circondario, ne guadagneremmo anche in salute non dovendo acquistare più le "monocolture" del cartello della grande distribuzione.

E anche le esperienze importanti fin qui concretizzate, penso alla Città dell'altra economia di Roma, devono essere alimentate da una visione urbana alternativa, non marginalizzate, ma poste al centro delle politiche urbane. Le città sono nate dal mercato. Possiamo provare a riconvertirle verso forme sostenibili. Loro sono fermi all'ottocento di Marchionne. Se non ora quando?

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