La nostra identità nel mondo senza centro
Zygmunt Bauman
Un testo del sociologo anglo-polacco sulla rivista "Reset", anticipato da la Repubblica, 26 gennaio 2011
Invece di un progresso che vede crescere insieme sicurezza e libertà, abbiamo un movimento a pendolo che sacrifica uno dei due valori e previlegia l´altro

Che lo si voglia ammettere o no, e che la cosa piaccia o incuta timore, gli esseri umani sparsi tra le oltre duecento "unità sovrane", note come "Stati", sono in grado di vivere, da qualche tempo, senza un centro; anche se l´assenza di un centro globale ben definito, onnipotente, incontestato e di indiscutibile autorità costituisce, per i potenti e gli arroganti, una costante tentazione a riempire, o almeno a tentare di riempire, quel vuoto.

La "centralità" del "centro" si è disgregata e il legame tra sfere di autorità prima strettamente connesse e coordinate è stato (forse irreparabilmente) spezzato. I condensati locali di poteri e influenze a livello economico, militare, intellettuale o artistico non coincidono più (se mai hanno coinciso). Le mappe del mondo in cui le entità politiche sono contrassegnate da colori che indicano la loro importanza e quota relativa in termini – rispettivamente – di industria globale, commercio, investimenti, potenza militare, conquiste scientifiche o creazione artistica, non sono più sovrapponibili. E perché tali mappe siano utilizzabili per un qualsiasi arco temporale, i colori dovranno essere facilmente cancellabili, e applicati con parsimonia, visto che l´attuale gerarchia dei territori, ordinati per capacità di influenza e impatto, non offre alcuna garanzia di durata. E così, nel nostro disperato tentativo di cogliere la dinamica degli affari planetari, la vecchia abitudine, dura a morire, di mettere a punto un´immagine mentale dell´equilibrio di potere globale ricorrendo a strumenti concettuali come centro e periferia, gerarchia, superiorità e inferiorità, appare sempre più un handicap anziché, come in passato, una risorsa; i fari di un tempo sono diventati paraocchi. (...)

La "formazione delle identità", o più correttamente la loro "riformazione", diviene un compito che dura per tutta la vita, senza arrivare mai a conclusione; in nessun momento dell´esistenza l´identità può dirsi "finale". C´è sempre da svolgere un lavoro di riaggiustamento, poiché le condizioni di vita, il ventaglio delle opportunità e la natura delle minacce cambiano in continuazione. Questa "non finitezza" innata, l´irrimediabile inconclusività del compito di autoidentificazione, è causa di forte tensione e ansia. Un´ansia contro cui non esiste un rimedio istantaneo.

In ogni caso, non vi sono cure radicali, poiché gli sforzi di "formazione dell´identità" oscillano precariamente, com´è naturale, tra due valori umani parimenti centrali: la libertà e la sicurezza. Tali valori, altrettanto indispensabili per una vita umana decente, risultano difficili da conciliare, e l´equilibrio perfetto tra essi resta ancora da trovare. La libertà, dopo tutto, tende ad accompagnarsi all´insicurezza, mentre la sicurezza tende ad accompagnarsi alle limitazioni alla libertà. E se siamo insofferenti sia verso l´insicurezza sia verso la non-libertà, difficilmente saremo soddisfatti da qualsivoglia combinazione di libertà e sicurezza. Così, invece di un "progresso lineare" verso una maggiore libertà e una maggiore sicurezza, finora si è potuto osservare un movimento a pendolo, che molto probabilmente continuerà negli anni a venire: prima uno spostamento massiccio e deciso verso uno dei due valori, poi l´allontanamento in direzione dell´altro. Oggi, a quanto pare, in molti (forse la maggior parte) dei paesi del mondo, l´insofferenza rispetto all´insicurezza prevale sulla paura della mancanza di libertà (anche se nessuno può dire quanto a lungo durerà tale tendenza). (...) Lo smembramento e la disabilitazione dei centri tradizionali, sopraindividuali, saldamente strutturati e fortemente strutturanti, sembra correre in parallelo con la centralità emergente dell´Io reso orfano.

Nel vuoto lasciato da autorità politiche in ritirata o sempre più evanescenti, oggi è l´Io che si sforza o è costretto ad assumere la funzione di centro della Lebenswelt (l´interpretazione privatizzata/ individualizzata/ soggettivizzata dell´universo). È l´"Io" che riconfigura il resto del mondo come propria periferia, assegnando, definendo e attribuendo una rilevanza differenziata alle sue parti a seconda dei propri bisogni, desideri, ambizioni e apprensioni. Il compito di tenere insieme la società (qualunque cosa la nozione di "società" possa significare in condizioni di modernità liquida) viene "sussidiarizzato", "subappaltato" o ricade semplicemente nell´ambito della life politics individuale. Ed è lasciato sempre più all´iniziativa degli Io che "si mettono" in rete e "vengono messi" in rete e alle loro azioni e operazioni di connessione/ disconnessione.

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