Le luci natalizie di Milano
Lodo Meneghetti
Per quasi due mesi prima di Natale è aumentato...
Per quasi due mesi prima di Natale è aumentato, con altri mezzi, il maltrattamento cui è normalmente sottoposto il centro della città mediante opere permanenti come i sopralzi insensati, i tetti massacrati, le demolizioni con violente ricostruzioni, i parcheggi sotterranei devastatori di piazze e giardini, e, ultima ma non meno importante, l’invasione di superfici pubblicitarie che non rispettano nessun ambiente o monumento, nemmeno il Duomo. Basta la scusa di un nuovo duraturo cantiere di restauro per trasformare la facciata di un palazzo o di una chiesa in un pacchiano cartellonismo con figurazione fissa o, peggio, in movimento, per di più esaltato da riflettori per decine di migliaia di watt ingiurioso omaggio al problema del risparmio energetico.
Ma, a cosa è dovuto questo surplus di maltrattamento? Alla decisione dell’amministrazione comunale e dei commercianti associati di «abbellire» le strade e le piazze maggiormente frequentate con luminarie destinate a influire (credono) sulla psiche di milioni di «viandanti girovaghi» per renderli più propensi all’acquisto di cose inutili. Intanto si concede a Tiffany gioiellerie e oreficerie di impiantare in Piazza Duomo, proprio davanti e vicino alla cattedrale (sprezzate le proteste del parroco), un gigantesco cubico spazio di vendita contrassegnato nel mezzo dal «più alto abete d’Italia come albero di Natale», sradicato chissà dove, ricoperto da centinaia di metri di festoncini luminosi. L’albero morente di Tiffany è come il perno delle disparate installazioni pendule sulle strade o dell’illuminazione su monumenti a fasci di luci colorate e variabili.
Nell’insieme, nella città con la miglior tradizione di design ad alto livello, copiato in tutto il mondo, una sorprendente mancanza di buon gusto, una dimostrazione di basso provincialismo, una schifezza dopo l’altra, un colpevole saggio di disprezzo verso spazi storici e opere d’arte. Fra le luminarie basti vedere le due più belle strade di Milano, Via Dante e Corso Venezia. La prima, quasi ricoperta da centinaia di grosse patate appese, di color marroncino (proprio come le patate vere), la cui visione a luce interna accesa o spenta annienta il piacere di osservare la doppia cortina ottocentesca di palazzi convergenti nella prospettiva incentrata sul Castello. La seconda, poveramente e tristemente festonata da esili filamenti forse alludenti maldestramente a forme di rose; anche qui un pessimo servizio reso alla fuga prospettica dei palazzi e dei Giardini verso i grandi caselli neoclassici di Porta Venezia, a loro volta subissati da lenzuolate di lucine a maglie fitte, fantasiosa cancellazione di un’armoniosa, severa architettura. I giochi di luce su monumenti raggiungono effetti persino peggiori per volgarità, violenza figurativa, disprezzo dell’opera d’arte.
Bastino anche per quest’aspetto due trattamenti esemplari in luoghi-simbolo della storia milanese, Piazza della Scala e Piazza Fontana. Nella prima gli sciagurati ideatori del divertimento natalizio si sono sfogati sul monumento a Leonardo da Vinci, opera di Pietro Magni del 1872. Il maestro e i quattro allievi che lo circondano, Filippo Lippi, Marco d’Oggiono, Cesare da Sesto e Andrea Salaino, sono sottoposti al tormento di colpi di luce a diversi colori (viola, rosso, verde, giallo…), alternati fra Leonardo e scolari come fossero dei fantocci in fiera da mirare e abbattere con le palle, ognuno dopo l’altro quando messi in risalto dall’illuminazione. Un orrore che nemmeno nella provincia più famosa per disamore dell’estetica urbana sarebbe tollerato. Nella seconda è la fontana progettata da Giuseppe Piermarini ed eseguita da Giuseppe Franchi nel 1782, elegante e raffinata composizione di vasche sovrapposte, sirene e delfini, a essere rovinata dall’insana voglia di strafare. Oggetti e figure sono impigliati in una scomposta rete di lucette irrispettose delle forme e poi tramortiti da un botto finale costituito da un’aggiunta sopra la vasca minore di un incomprensibile cesto come di filigrana veneziana. Così si completa per il passante l’abolizione del godimento estetico che l’osservazione della scultura intatta posta al centro del bel cerchio di alberi da sempre assicura.

Postilla. Dopo aver subito la solita cura mortale, si è infine salvata la grande scultura «L’ago e il filo» di Claes Oldenburg e di sua moglie Coosje van Bruggen in Piazza Cadorna (inaugurazione 2000). Già imbrigliata inopinatamente in tutt’altri fili luminosi, se ne è infine liberata grazie alle dure proteste dell’architetto, Gae Aulenti, che l’aveva prevista nel riassetto della piazza alla fine degli anni Novanta.

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