Lettera al Presidente della Repubblica
Rossana Rossanda
Una lettera a Napolitano. Per difendere la Costituzione repubblicana anche nella fabbrica. Se non ora, quando? Il manifesto, 13 gennaio 2011
All' on. Giorgio Napolitano
Presidente della Repubblica

Signor Presidente,

non credo di mettere in causa l'esercizio del Suo mandato al di sopra delle parti politiche e sociali, chiedendoLe, da semplice cittadina che ha avuto, anche se solo per età, il privilegio di seguire il lavoro dei costituenti, di voler intervenire con un richiamo al paese su quel che la Costituzione prescrive in tema di diritti sindacali. Gli articoli 39 e 40 infatti non sono, come può constatare anche una non giurista, principi ottativi che testimoniano di un indiscutibile spirito dei costituenti ma cui, per mancanza delle articolazioni successive, un cittadino non si può appellarsi per veder riconosciuto un suo diritto. Sono del tutto inequivoci e la loro attuazione è stata regolamentata dalle leggi.

Ora, ferma restando la libertà di opinione dell'attuale amministratore delegato della Fiat che si propone di mutare le relazioni industriali del paese, è legittimo che egli decida della libertà sindacale nella sua azienda contro il dettato costituzionale? Non credo. L'art. 39 della Costituzione più chiaro di così non potrebbe essere: l'organizzazione sindacale è libera e nessuna legge la può impedire salvo l'obbligo per i sindacati di essere registrati. Una volta registrato un sindacato ha personalità giuridica e rappresenta i suoi iscritti ed è in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto si riferisce.

Non sono in grado di sapere se sia ammissibile che una azienda privata possa obbligare i dipendenti a un referendum che, se proposto su scala nazionale, la Corte Costituzionale non ammetterebbe. Ma mi permetto di chiederLe se giovi al clima politico che Lei auspica che nella maggiore azienda italiana si indica un referendum fra lavoratori su un «accordo» con la proprietà che preveda la sospensione di alcuni diritti sindacali di fondo, come quello di sciopero garantito dall'art. 40 e dalle successivi leggi di attuazione. E se anche si considera che tale referendum possa essere tenuto, è legittimo che in quell'accordo si dichiari che il sindacato che non lo avesse firmato sarà interdetto di ogni attività nell'azienda? So che alcuni sindacati si appellano al non particolarmente trasparente art.19 dello Statuto dei lavoratori, per negare tale diritto a un sindacato che senza osteggiare il referendum dichiara di non approvarne l'oggetto, ma la loro interpretazione è quanto meno assai discutibile.

Sarebbe prezioso che Lei, la cui imparzialità nei confronti delle diverse parti sociali nessuno può negare, intervenisse su questo aspetto decisivo dei diritti indisponibili del cittadino, richiamando tutti allo spirito e alla lettera della nostra legge fondamentale. Se la possibilità di agire d'un sindacato, fra l'altro ad oggi il più fortemente rappresentativo, è messa in causa nella maggiore azienda italiana, cade uno dei diritti fondamentali che distinguono una democrazia da una dittatura. Per questo esso sta a cuore ad ognuna e ognuno di noi, e sono certa che Lei condivide questa preoccupazione.

Voglia scusare l'irritualità di questo mio rivolgersi alla Sua persona, e, in attesa d'un suo cenno, La ringrazio fin d'ora per l'ascolto.

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