Lavoro e territorio. Quale sviluppo? De-globalizzare l'economia
Paolo Cacciari
Una risposta alla domanda: su quali principi una nuova economia? Il manifesto, 21 gennaio 2011
Aldo Carra (Il manifesto del 18 gennaio) è riuscito a sintetizzare in tre questioni i problemi che «la sinistra deve discutere per non restare abbarbicata dentro il vecchio modello di sviluppo», peraltro sempre più inceppato a causa delle sue contraddizioni interne: a) quali settori economici possono trainare la riconversione degli apparati produttivi; b) quali relazioni devono instaurarsi tra i diversi livelli di governo: locali, nazionali, globali; c) quali soggetti possono guidare la trasformazione sociale. Carra ci chiede di farlo senza cadere nel vecchio mito della «programmazione» e senza pensare di voler insegnare il mestiere ai padroni.

Provo a dare delle risposte secche.

1 )Non si tratta, a mio avviso, "solo" di scegliere la bicicletta all'automobile, la verdura all'hamburger, il sole al nucleare, il riciclo all'usa e getta... ma di applicare un principio guida trasversale ad ogni «settore merceologico» e prescrivere delle specifiche tecniche concretamente misurabili (con nuovi indicatori che vadano oltre il pil): la decrescita dei flussi di energia e di materie prime impegnati nei cicli produttivi e di consumo.

2) Oggi vi sono 500 società multinazionali che controllano il 52% del Pil mondiale. Una concentrazione di potere gigantesca, terrificante, pericolosissima. Una piccola casta di cosmocrati (i Chief Executive Officier e gli Ad delle conglomerate) tengono i scacco non solo l'economia e la finanza, ma gli stati. Innescare un processo di de-globalizzare dell'economia, di decentralizzazione, di ri-territorializzazione e di trasferimento dei poteri al basso, diventa quindi l'imperativo principale per la difesa di qualsiasi idea di democrazia.

3) I soggetti che possono essere interessati ad un simile progetto di cambiamento di modello e di sistema sono: il terzo dell'umanità che ancora cerca di coltivare la terra, resiste all'espropriazione del suolo e dell'acqua, ai pirati del germoplasma, alla industrializzazione dell'agricoltura per l'esportazione, ecc. Insomma, i popoli indigeni che abbiamo trovato ai controvertici di Cancun sulla giustizia climatica; un altro terzo dell'umanità lo incontreremo al Social Foruma di Dakau, emarginato e accatastato negli inferni degli slums, delle bidonville, nelle banlieue... delle megalopoli, immenso esercito di riserva da cui vengono attinti i moderni schiavi industriali per le fabbriche del mondo;
un altro sesto dell'umanità siamo noi, l'esercito crescente dei salariati svalorizzati, perché precarizzati, robotizzati, impoveriti. Rimane un sesto che pensa di cavarsela costruendosi attorno muri e traendo le proprie ricchezze dalle bische delle Borse. Anche loro dovremmo riuscire a convincere che ci sono modi meno pericolosi per vivere.

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