Europa. Il modello che non funziona
Bruno Amoroso
É un’illusione salvare il capitalismo dalla sua crisi semplicemente aggiungendo le merci della “green economy” alle altre e lasciando immutato il resto. Il manifesto, 5 dicembre 2010
Il decennio in corso ha appiattito la politica dell'Unione Europea al potere dei centri finanziari e del sistema dell'euro gestito dalla Bce. L'Ue assomiglia sempre più agli Stati uniti, dove gruppi finanziari e militari di potere sono in grado di assumere la governance dell'intero sistema. La turbolenza finanziaria programmata e provocata da questi gruppi, un atto predatorio organizzato mirante all'espropriazione del risparmio delle persone, è stata una dimostrazione di arroganza che gli eventi successivi hanno pienamente confermato. Così come è stato confermato il loro controllo politico e finanziario sulle istituzioni degli Stati europei. Solo pochi mesi fa l'impressione che le istituzioni europee avrebbero fatto qualcosa per introdurre una maggiore trasparenza e un controllo dei centri e delle istituzioni finanziarie era molto diffusa. Ma queste impressioni si sono rivelate sbagliate. I responsabili della crisi sono divenuti presidenti e membri delle commissioni che dovrebbero controllare e riformare il sistema. E quando la Commissione europea si è decisa a parlare, alcune settimane fa, non è stato per istituire controlli e sanzioni sui centri finanziari e sulle cosiddette istituzioni di controllo della Banca centrale europea e delle banche centrali nazionali, ma per mettere vincoli più forti alle politiche economiche degli Stati membri ed ostacolare gli sforzi per ridurre i danni prodotti dalla crisi economica e sociale causata dalla speculazione finanziaria.
Il bersaglio di queste nuove misure dell'Ue sono i sistemi europei di welfare, con la loro varietà di diritti sociali e del lavoro ereditati dal passato. La loro destabilizzazione fa seguito a quella attuata per le relazioni e le politiche industriali durante gli anni Ottanta e Novanta e a quella realizzata a partire dagli anni Sessanta per l'agricoltura europea. Il processo di delocalizzazione dell'industria europea, seguito dall'annullamento dei diritti sociali e del lavoro, costituiscono parte di questo scenario. Il ruolo di Washington e dei suoi istituti finanziari nella governance della globalizzazione ha trovato il suo partner europeo nell'alleanza tra Germania, Francia e Gran Bretagna all'interno dell'Ue.
Il modello sociale che si vuole imporre all'Europa è quello danese. L'industria danese è stata molto innovativa nella produzione di energia alternativa (eolica e solare). Come è avvenuto per l'industria automobilistica in altri paesi dell'Ue durante i decenni precedenti, lo stato e le istituzioni pubbliche hanno favorito questo innovativo settore con investimenti e infrastrutture. Tuttavia, la logica di investimento dei capitali privati è divenuta la stessa di qualsiasi altro settore for-profit. Non è orientata alla stabilità e crescita sostenibile ma a una sempre maggiore crescita indipendente dalle reali esigenze.
Il loro sogno sarebbe di fornire almeno un mulino a vento per ogni persona come è stato fatto con l'industria dell'automobile, dei telefoni cellulari, del telefono, ecc. Invece di essere un incentivo a ridurre l'energia consumata diviene esattamente il contrario. Il collasso ambientale che produrrà nei prossimi due decenni, quando tutte queste macchine diverranno obsolete e dovranno essere sostituite, non preoccupa ovviamente i produttori, esattamente come accade con l'industria automobilistica. Questo mostra che alla radice di queste politiche non ci sono scelte alternative di specializzazione (auto, auto elettriche o mulino a vento) o tendenze innovative, ma la cultura della globalizzazione e di un capitalismo predatore capitalista che ispira tali comportamenti. La Danimarca è uno dei migliori produttori europei di mulini a vento. Una delle società è Vestas, una società con grandi imprese in varie regioni della Danimarca e in altri paesi. Il 26 novembre l'impresa ha informato i lavoratori e l'opinione pubblica che, a causa di una ridotta crescita percentuale di questo settore in Europa, numerosi stabilimenti saranno chiusi. Circa 3000 lavoratori saranno licenziati. Le regioni coinvolte sono tra le meno sviluppate della Danimarca e fortemente dipendenti da questa impresa per la loro sopravvivenza economica. Si tratta di regioni (come Nakskov e Lolland Faster) che hanno incontrato gravi problemi durante la chiusura dei cantieri navali pochi decenni fa. Questa nuova industria aveva riportato speranze di stabilità, e lavori pubblici furono fatti per migliorare le infrastrutture e per la spedizione dei prodotti via mare.
(...) Le ragioni addotte per la chiusura di queste imprese sono che le aspettative di un grande salto avanti per il settore "verde" in Europa non si sono ancora verificate. Le aspettative sono state superiori alla realtà ed hanno influenzato la valutazione dei risultati di bilancio del terzo trimestre dell'anno. (...) All'inizio del 2010 questa grande impresa produttrice di mulini a vento ha scelto di mantenere una sostanziale sovracapacità produttiva in Europa, in attesa di un aumento della domanda nel corso del 2010 e 2011. (...) Questi sono i fatti, freddi come le reazioni delle persone coinvolte: lavoratori, sindacati e politici. È un vero peccato quanto accade, si è detto, meglio cercare lavoro altrove. Nessuna menzione particolare del problema e nessun conflitto di qualsiasi tipo è citato nei quotidiani di quei giorni. L'agenda politica era occupata da scandali politici di vario genere, dall'agitazione populista contro gli islamici, dal pericolo terrorista negli Stati Uniti, ecc. Sul mercato del lavoro nulla: la chiamano flexicurity.
Le reazioni sono state diverse in Gran Bretagna dove Vestas, un'impresa che è stata in grado di creare 21.000 posti di lavoro nel green jobs in tutto il mondo, è divenuta oggetto di critiche. Vestas e i suoi dirigenti si sono trovati improvvisamente nella poco familiare e spiacevole situazione di essere l'obiettivo di lavoratori esasperati, sindacati, politici ambientalisti che accusano la società di perseguire il profitto a scapito dei posti di lavoro. La fabbrica sull'isola di Wight britannica è stata occupata per protestare contro l'annunciata chiusura di un ramo dell'azienda con 525 dipendenti. «Riteniamo di essere stati trattati ingiustamente ed eliminati da una società il cui unico obiettivo è il profitto», ha dichiarato uno dei direttori locali dell'azienda al giornale The Guardian. I media, contrariamente a quanto accade in Danimarca, hanno seguito da vicino il conflitto e la polizia britannica si è rifiutata di interrompere l'occupazione degli stabilimenti.
Tuttavia in Gran Bretagna il problema è più complesso. Il ministro dell'ambiente Ed Milliband ha presentato un nuovo piano per il clima che prevede la creazione di 400 mila green jobs mediante la costruzione di almeno 7 mila mulini a vento. Ma l'opposizione delle autorità locali alla creazione di nuovi mulini a vento è molto diffusa. Il direttore generale di Vestas, Ditlev Engel, ha parlato di un problema dovuto alla diffusa attitudine «non nel mio giardino», problema che ha interrotto la possibilità di espansione del settore del paese. Il governo britannico sta cercando di sostenere le attività di Vestas, mentre la società sembra più orientata a lasciare il mercato britannico. I rappresentanti dei lavoratori sono contrari a dare più soldi alle imprese private e sostengono invece proposte di nazionalizzazione del settore.
I licenziamenti in un contesto di crescente disoccupazione e le gravi restrizioni delle finanze pubbliche pongono il problema delle nuove politiche per l'occupazione in una situazione di cambiamento della specializzazione e della distribuzione internazionale del lavoro. Con riferimento alla situazione negli Stati Uniti James K. Galbraith osserva che «il problema dei posti di lavoro ha praticamente nulla a che fare con la situazione dell'industria manifatturiera. In termini assoluti l'occupazione manifatturiera negli Stati Uniti non è aumentata dalla fine degli anni Cinquanta, nonostante il raddoppio della popolazione che si verificato da allora ad oggi, e la caduta in questo settore dal 2000 è stata precipitosa, tale da raggiungere meno del 9 percento dell'occupazione totale di oggi. La perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero è dovuta agli aumenti di produttività, alla concorrenza estera ed alla delocalizzazione, prima in Messico e poi in Cina. Nulla può essere fatto in merito e nulla sarà fatto. La creazione di posti di lavoro riguarda i servizi. Si tratta di trovare cose utili da fare per le persone, fornendo loro reddito ed alle imprese che li impiegano un equo profitto. Tuttavia, il ruolo dello scopo di lucro nella creazione di occupazione non dovrebbe essere sopravvalutato. Quasi il 17% dell'occupazione totale è fornita dal settore statale. Un'altra grande parte è nel settore no profit, alimentato da donazioni filantropiche, incentivato da deduzioni fiscali per iniziative di solidarietà, ecc».
Ma tutto questo ci introduce nel dibattito del nostro (italiano ed europeo) progetto di economia e di società destinato a soppiantare quello declinante del mercato capitalistico. Un discorso che merita di essere proseguito.
* Professore emerito all'università di Roskilde (Danimarca), dove insegna Economia internazionale dal '72. Dirige il Centro studi Federico Caffè

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