Ambiente, lavoro, università: crisi unica
Enzo Scandurra
Lettura complessa della fase di evoluzione socioeconomica, alla luce della crisi, e delle prospettive della sinistra. Il manifesto, 22 ottobre 2010 (f.b.)
Nel suo articolo del 20 ottobre, Guido Viale risponde ad Asor Rosa (il manifesto del 16 ottobre) che la sua (di Viale) proposta (alla Fiom) di riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo dominanti è, si, un'utopia, ma un'utopia concreta, ovvero un progetto radicalmente alternativo allo stato di cose esistente, ma praticabile. Per la prima volta - dice Viale - la questione ambientale si combina in modo incontestabile con quella dell'occupazione; e con essa del reddito, dei consumi e dell'equità sociale. Il lungo articolo di Viale si propone, con la meticolosità e puntualità che tutti gli riconoscono, di dimostrare questa affermazione. Finalmente, potremmo dire, la questione ambientale non è più questione riservata agli ambientalisti, esclusiva dei movimenti verdi, roba da intellettuali. Le sorti del pianeta - piuttosto malconce - e quelle del lavoro sono le due facce di una stessa medaglia. Il re è nudo; la strada di questo sviluppo è diventata oggettivamente impraticabile e la Fiat non può non prenderne atto. A chi venderebbe questi milioni di auto prodotte in Italia o in Polonia? A Roma, solo per fare un esempio, ci sono 750 automobili per ogni mille abitanti; ce ne potrebbero stare di più? E se mai si, con quale effetti sulla circolazione e sull'inquinamento?

Per chiudere il cerchio, alla catastrofe ormai non solo più annunciata ma dimostrata, si aggiunge a mio avviso una riflessione che riguarda l'università come uno dei luoghi privilegiati della ricerca e della formazione della classe dirigente. La riconversione ecologica del sistema produttivo, dice Viale (chiedo scusa della semplificazione dovuta a ragioni di spazio) richiede una nuova classe dirigente essendo quella attuale, sia di parte politica che industriale non all'altezza della missione posta. A Viale non sfugge che organizzare una nuova classe dirigente non è compito da poco né di breve durata, a dispetto del tempo che invece è poco. Essa, infatti (cito sempre Viale) ha bisogno di saperi, sia tecnici, sia sociali. È vero che tali risorse sono abbondantemente diffuse tra la popolazione (comitati, associazioni, movimenti, organismi dell'altra economia, ecc) che semmai avrebbero bisogno di legittimazione (finanziamenti da parte dei Municipi, Regioni). Ma non è proprio (non solo, ma certo anche) dalle università che dovrebbero svilupparsi parte di questi saperi? Ecco che allora tutta la retorica di questi giorni sulla proposta di legge Gelmini fa un gran tonfo in terra. In quella proposta di legge si parla di vaghi criteri di valutazione, di merito, di eccellenza ma mai si chiarisce rispetto a che cosa. A che cosa, appunto? Nessuno lo sa.

La proposta di Viale (per esempio il passaggio dalle "grandi opere" di ingegneria civile alla salvaguardia del territorio e alla ristrutturazione e messa in sicurezza di impianti di edifici, per non parlare delle questioni connesse ai saperi umanistici, ecc) consentirebbe di dare un senso e un significato vero alla riforma universitaria. Solo in questo modo l'accademia potrebbe recuperare se stessa, uscire dal suo protezionismo, parlare al paese, ritrovare il suo dna originario e modernizzarsi veramente. Studiare le forme concrete del nuovo modello, dall'agricoltura, alla produzione di macchine, ai trasporti, alla produzione di informazioni, saperi, culture sostenibili. La tendenza dei sistemi moderni è quella della frammentazione, caratteristica, dice Marcello Buiatti, dei sistemi rigidi in momenti di crisi.

La frammentazione agisce innanzitutto a livello sociale creando una aumento continuo dei conflitti ma è presente anche a livello concettuale perché è prevalsa una visione meccanica del Mondo che ce lo fa pensare come costituito di pezzi indipendenti che possono essere modificati a volontà ad uno ad uno e poi assemblati dagli esseri umani secondo i loro progetti. Per questo tendiamo ad affrontare solo pezzi della realtà, dimenticandoci delle connessioni dei suoi componenti Questo atteggiamento è presente a livello globale e ci porta in questo momento storico a considerare come non collegate le crisi che stiamo affrontando: ambiente, lavoro, scuola e università. Ciò rende frammentaria ed inefficace lo nostra risposta , che diventa facilmente governabile dai poteri forti mondiali che invece una visione di insieme, per quanto alienata e pericolosa per la nostra stessa sopravvivenza, la posseggono e sanno come muoversi.

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