20101016 Ritratto di Luigi Scano
Edoardo Salzano
Relazione di apertura dell’incontro di studio “Luigi Scano (1946-2007). Politica, ambiente, territorio”, Iveser, Venezia, 16 ottobre 2010
Il mio compito in questa giornata è delineare un “ritratto” di Luigi Scano, l’uomo del quale ci proponiamo di utilizzare l’insegnamento e di proseguire l’azione anche utilizzando le carte che ci ha lasciato, e che mi sembra trovino la sede ideale qui, nella bella Casa della memoria e della storia dell’”Istituto veneto della storia della resistenza e della città contemporanea”, dove Mario Isnenghi e Marco Borghi, presidente e direttore dell’Iveser, li hanno accolti scongiurandone la dispersione.

Per cercare alcuni lineamenti della sua persona non affidandomi solo ai miei ricordi, ho riletto ciò che è stato detto e scritto su Gigi, dopo la sua morte, e che è raccolto in eddyburg. Parto da un pensiero di Montesquieu, che credo proprio Gigi mi abbia segnalato: «La virtù politica è una rinuncia a se stessi, ciò che è sempre molto faticoso da sopportare. Questa virtù consiste nella preferenza continua dell'interesse pubblico agli interessi propri». Con questa frase ricordammo Gigi su eddyburg, all’indomani della sua scomparsa.

Antonio Casellati, lo stesso triste giorno, nell’esprimere la sua commozione affermava che quella di Gigi era stata «una vita per la politica intesa nel suo significato più puro, dedicata disinteressatamente alla polis come servizio laico alla comunità civile».

Anche Vezio De Lucia, nella breve orazione che la commozione gli impedì di esporre al funerale, ricordava la «sua prepotente passione politica», tradottasi nella «collaborazione alle associazioni culturali, ai movimenti, a Italia nostra, al No Mose, al comitato di Fiesole», e sottolineava come Scano fosse «disposto a ogni rinuncia, sacrificando all’interesse pubblico le proprie più elementari necessità» e commentava: «è morto povero».

Anna Renzini, nell’incontro nell’aula consiliare del Comune di Venezia dedicato al ricordo di Gigi poche settimane dopo la sua morte, riferendosi alla scomparsa dalla politica della «dimensione della scelta e dell’impegno», per ridursi alla frivolezza e all’indecenza, sospettava che «l’allontanarsi di Gigi, ma non solo di Gigi, dalla politica abbia probabilmente a che fare con qualcosa del genere». E poiché per Gigi «la politica e la vita in qualche modo coincidevano», si chiedeva «se qualcosa del genere non abbia a che fare con il progressivo allontanamento di Gigi anche dalla vita».

In ciascuno di noi c’è una dimensione che – nei casi migliori - non prevarica sulle altre, non le schiaccia e le annulla, ma le guida e ispira. Questa era per Gigi la politica.

Una dimensione politica molto distante da quella che oggi prevale. Basata, in Gigi, sulla verità, non sul successo. Sulla visione ampia, non sulla miopia. Sulla ragione, non sull’emozione. Sul sacrificio personale, non sulla gratificazione.

Era ovviamente consapevole che la politica doveva condurre a risultati concreti; di conseguenza aborriva una politica affidata ai “profeti disarmati”, ma sapeva che i compromessi necessari non possono negare i principi per i quali si combatte né appannarli. Così come sapeva che le conquiste parziali che si raggiungevano dovevano essere viste e gestite non come traguardi sui quali arrestarsi, ma come tappe in un percorso. Una visione riformatrice, potremmo dire, e non “riformista”.

Esemplare a questo proposito fu il primo “compromesso” sul quale ci incontrammo. Si trattava dell’approvazione dei cosiddetti “piani particolareggiato” della città storica di Venezia. Erano piani estremamente difettosi e pieni di errori, che peraltro si volevano a ogni costo approvare (correva l’anno 1974), perché solo con la loro approvazione si sarebbero potuti ottenere i finanziamenti della legge speciale di Venezia e avviare così il risanamento della città. Il suo partito, il PRI, era nettamente contrario, per ottime ragioni. E infatti, nel passaggio da una maggioranza di centro a una maggioranza di sinistra il PRI, che apparteneva a quest’area, si pose all’opposizione. Ma Gigi – che di quel partito era un leader e il rappresentante in Comune - lavorò tenacemente alle controdeduzioni che avrebbero dovuto concludere l’iter di quei piani e ne approvò il risultato.

In effetti non solo si era riusciti a introdurre modifiche significative, che cancellavano numerosi errori, ma si erano poste alcune premesse par la formazione di uno strumento di pianificazione più maturo ed efficace, si era cominciato a definirne criteri, metodi e strumenti.

Si era insomma iniziato il percorso della formazione di quel piano regolatore della città storica di Venezia, definitivamente approvato nel 1990, di cui a Gigi e a Edgarda Feletti spetta la parte largamente più consistente di paternità. Quel piano che fu il coronamento del pluridecennale lavoro di Gigi per la città storica di Venezia, e insieme un robusto contributo all’innovazione della pianificazione urbanistica. Ma su questo si tornerà più avanti.

L’altra dimensione che dominava negli interessi, nell’azione e nelle competenze di Gigi era del resto l’urbanistica. Credo che la passione per questo campo venisse a Gigi dalla consapevolezza dell’importanza del territorio e della sua organizzazione nella vita degli uomini e della società, dalla constatazione dei danni che al territorio e alle sue qualità apportavano le azioni sconsiderate degli uomini, dalla necessità di un governo del territorio che avesse nella pianificazione urbanistica il suo strumento essenziale.

Attenzione per il territorio, per la sua consistenza e forma fisica, la sua natura di habitat dell’uomo, in ragione della ricchezza che esso nasconde e rivela, dei rischi e i guasti che lo minacciano; e insieme attenzione per le istituzioni, per la capacità degli uomini di foggiare e utilizzare gli strumenti mediante quali il territorio e la società che lo abita vengono governati. Quindi, di nuovo, rinvio alla politica.

La sua formazione giuridica era il trait d‘union pratico tra quelle due competenze: la politica e l’urbanistica. Le regole, che il diritto aiuta a formulare, sono infatti il modo nel quale l’urbanistica diventa efficace in un mondo – quale quello che viviamo - dominato dalla dialettica tra il privatismo proprietario e l’interesse comune, nella quale il primo è divenuto di gran lunga prevalente. E la formazione e gestione delle regole sono amministrate dalla politica.

Un politico davvero singolare, Gigi Scano, se lo confrontiamo con quelli di adesso. Un politico che studia, che approfondisce le questioni nelle quali è chiamato a operare. Mi veniva di pensare a Gigi e a quelli che erano politici come lui quando, qualche giorno fa, ho letto (e ho riportato su eddyburg) questa frase di Achille Occhetto: «Quello che rimpiango più di tutto del PCI è l´umiltà, l´impegno, il coraggio di studiare, studiare e ancora studiare …». Altri tempi

Gigi offriva le sue competenze a chi prometteva di utilizzarle: e moltissimi sono quelli che – come amministratori o come legislatori, ai vari livelli del governo della Repubblica - le hanno utilizzate. Questa sua disponibilità al servizio pubblico gli procurò anche battute che, sebbene non gli abbiano nuociuto, lo infastidivano. Come quando Massimo Cacciari, riferendosi alla sua continua attività di sostegno culturale al governo cittadino egemonizzato da Gianni Pellicani, definiva il piccolo partito di Gigi, il PRI veneziano, «il centro studio del PCI». Come gli procurò qualche fastidio qualcuno che tentò di ostacolare la sua collaborazione a un comune col pretesto che non era laureato – come non lo erano, del resto, Benedetto Croce, Carlo Scarpa e Claudio Napoleoni, ciascuno dei quali eccellente nel suo ambito molto più di molti accademici. E devo ricordare che se non giunse alla laurea fu perché lo inducemmo (io per primo) a utilizzare la sua splendida tesi di laurea, già pronta per la discussione, per farne un libro su Venezia da “spendere”in una campagna elettorale che speravamo intelligente.

Se la politica e l’urbanistica erano i fuochi della sua azione, la sua attenzione si estendeva a numerosi campi dai quali i suoi interessi principali traevano alimento: come – oltre al diritto – la filosofia, l’economia, la storia. La storia soprattutto. Direi che la sua attenzione al territorio – il suo amore per il territorio e le città – aveva nella storia la sua radice.

Era dalla ricerca del modo in cui la collaborazione tra natura e storia aveva foggiato i beni del paesaggio, della cultura, della città che Gigi cercava di trarre le regole – e i criteri, gli indirizzi, i metodi – che consentissero di trasformare conservando.

Questo vale soprattutto (ma non esclusivamente) per gli ambiti principali della sua attenzione: la città storica e la Laguna. Per quest’ultima (di cui parlerà più diffusamente Flavio Cogo) aveva esplorato a fondo i modi tecnici, amministrativi e politici, mediante i quali la Serenissima aveva assicurato la sopravvivenza dell’equilibrio tra natura e storia che il bacino lagunare rappresenta. E si deve a lui il recupero, nella legge speciale per Venezia del 1984, ancor oggi vigente, dei famosi tre requisiti che ieri la Repubblica Serenissima (oggi, ma solo a chiacchiere, la Repubblica italiana) si impegnavano ad assicurare a ogni intervento in Laguna: sperimentalità, gradualità, reversibilità.

Per la città storica Gigi contribuì moltissimo a mettere a punto un procedimento di pianificazione che consentisse, appunto, di partire dalla lettura della formazione storica dell’edilizia veneziana (e di qualunque altra area geografica in qualche modo segnata dalla storia) per individuare regole capaci di guidare le trasformazioni lasciando intatta l’essenza del messaggio del passato: le regole capaci di consentire alla società, oggi diversa da quella di ieri, di conservare trasformando, evitando sia l’imbalsamazione delle forme sia la distruzione della memoria.

La strada che percorremmo insieme partiva – soprattutto grazie all’apporto decisivo di Gigi e di Edgarda Feletti – dall’elaborazione di una scuola di pensiero che aveva in Saverio Muratori il suo maestro, e negli studi su Venezia anche di Gianfranco Caniggia e Paolo Maretto alcuni dei suoi più rilevanti prosecutori. Era una linea di ricerca che permise di giungere, nel 1990 e nel succedersi di più d’una giunta e una maggioranza, a un piano urbanistico che avrebbe consentito di guidare e controllare le trasformazioni della città con rigore e flessibilità, solo che fosse stato gestito da una intelligente volontà politica. Questa purtroppo mancò – come del resto in tutto il paese – quando, incapaci di utilizzare le regole nelle loro potenzialità di governare con rigore e flessibilità, si preferì abbatterle.

In realtà, l’applicazione di quel metodo alle trasformazioni fisiche e funzionali dell’edilizia storica aveva un difetto notevole per i politici d’oggi: evitava la discrezionalità delle decisioni. Stabiliva con precisione quali elementi dell’edilizia storica dovevano essere conservati e quali trasformati, e a quali condizioni. Consentiva – nell’ambito delle invarianti – modifiche anche consistenti, ma non le affidava alla discrezionalità dell’ufficio o dell’assessore, poiché imponeva invece una procedura trasparente. Per la discrezionalità del politico di turno esprimeva insomma un lacciuolo del quale era meglio liberarsi. E infatti, se ne liberarono.

Al modo in cui questo avvenne rinvio, chi voglia approfondire la questione, all’ultimo ponderoso scritto di Gigi, in appendice al suo libro Venezia: Terra e acqua. Oppure allo scritto che Edgarda Feletti, impossibilitata per un improvviso malore a raggiungerci oggi, ha promesso di inviarmi, e che pubblicherò in eddyburg. Oppure ancora, per comprendere e verificare in modo ancora più compiuto, allo studio sulle carte del Fondo Luigi Scano che è depositato qui, nella Casa della memoria e della storia.

Quel piano della città storica - avviato alla fine degli anni 70, adottato nel 1990 e demolito negli anni successivi - fu la matrice (una delle matrici) di un’innovazione a mio parere di grande rilevanza nei metodi di pianificazione in Italia. Fu infatti in quel piano che iniziammo a sperimentare due innovazioni che da allora trovarono applicazione (per la verità, spesso approssimativa e a volte distorta) in molte successive applicazioni, sia legislative che amministrative. Mi riferisco alle “invarianti strutturali” e alla distinzione tra “componente strutturale” e “componente operativa” della pianificazione.

Con la prima espressione si indica il fatto che, nell’ambito delle scelte territoriali finalizzate prioritariamente alla tutela delle qualità ambientali, culturali e paesaggistiche, non si procede a un vincolo generalizzato, da superare mediante un procedimento di solito aperto al compromesso discrezionale, ma si individua con la massima precisione possibile quali elementi devono essere conservati, e quali invece possono essere trasformati e secondo quali regole.

Con la seconda espressione si stabilisce una differenza tra una componente del piano che contiene le scelte fondamentali, valide nel lungo e nel lunghissimo periodo, riguardanti le invarianti strutturali e le scelte strategiche (intendendo la strategia come il lungo periodo), mentre le seconde, che non possono contraddire le prime, ne costituiscono in qualche modo l’attuazione e l’elemento di flessibilità.

Nel ricordare Gigi Scano nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa Massimo Cacciari ricordava come i temi delle battaglie di Gigi costituissero ancora problemi irrisolti per la città. Il fatto è che per ciascuno di quei temi c’era non solo l’analisi e – dove necessario – la denuncia e la protesta, ma anche la proposta. Il più delle volte le sue proposte non sono state accolte. Ecco alcuni, di quei temi.

Il rapporto tra Venezia, la Laguna, l’area intercomunale gravitante su l’una e sull’altra. Gigi (lo ricorderanno certamente Toni Casellati e Cino Casson nel loro intervento) fu tra i propugnatori della dimensione dell’area vasta come nuova entità di governo di quella che fu poi chiamata “città metropolitana”. La prima sperimentazione di un governo esteso a quest’area fu il piano comprensoriale, previsto dalla legge speciale del 1973, al quale lavorò prima con Vezio De Lucia, e poi formulando una robusta osservazione integrativa presentata dal comune di Venezia. Ma il piano non fu mai definitivamente approvato, per colpa del boicottaggio della Regione, che pure del consiglio di comprensorio faceva parte (ma ne era anche il controllore).

Quell’esperienza influì sulla più matura formulazione del problema dell’area vasta nella legge 142 del 1985, in cui fu essenziale il contributo dei parlamentari veneti Lucio Strumendo e Adriana Vigneri. Ma in nessuna regione d’Italia le “nuove ragioni” della politica consentirono di avviare la formazione delle “città metropolitane”, strumento essenziale per il governo dei fenomeni che si verificano e si controllano solo sull’area vasta (la mobilità, il consumo di suolo, l’ambiente naturale, i servizi sovralocali, la politica della casa).

Il turismo divoratore della bellezza e della società. La forma del turismo che sta divorando Venezia (come molti altri luoghi belli d’Italia e del mondo) ha rivelato la sua natura nefasta da alcuni decenni. Ed è almeno dal 1990 che Gigi fu tra quelli che avviarono un ragionamento propositivo sul tema. Fu dopo l’esperienza del tentativodi far svolgere a Venezia l’Expo 2000 - fallito grazie al movimento di quegli anni - che Gigi elaborò quel metodo che definì “governo programmato dell’offerta turistica”; un approccio al problema che avrebbe consentito non solo di contenere l’entità dei flussi turistici, ma soprattutto di indirizzarlo (con un mix sapiente di politiche nei vari settori) verso le forme di visita dalla città indirizzate a conoscerla e a goderla nelle sue qualità e nel suo insegnamento, scoraggiando quelle che si riducono a “mordere e fuggire”.

Del resto, le stesse norme di controllo delle destinazioni d’uso residenziali e commerciali del piano regolatore del 1990 erano indirizzate a tutelare le residenze e il commercio quotidiano dall’invasione barbarica del turismo mordi e fuggi. Furono le prime regole a essere smantellate.

Antonio Casellati e Cino Casson ci parleranno del ruolo di Gigi e del “suo” PRI nella politica veneziana; Vezio De Lucia ci illustrerà più ampiamente il ruolo che Gigi svolse come urbanista a livello nazionale; Alessandra Bonesini racconterà del fondo costituito dalle sue carte – il cui deposito in questa sede è la ragione primaria di questo incontro; Flavio Cogo del rapporto di Gigi con la Laguna e con i movimenti che la difendono oggi. Io vorrei concludere tornando per un attimo su quei due fuochi del lavoro di Gigi (la politica e l’urbanistica) dai quali sono partito.

Il nesso tra questi due fuochi – quelle due dimensioni – è strettissimo. Afferma Francesco Indovina che «il piano è un atto politico tecnicamente assistito»; dice Leonardo Benevolo che «l’urbanistica è una parte della politica». Ciò rende facile a chi abbia entrambe le passioni di passare dall’una all’altra: come è accaduto a Gigi, il quale è stato per molti anni essenzialmente un uomo della politica (senza mai perdere le sue competenze e capacità di urbanista) e si è dedicato in altri anni quasi esclusivamente all’attività di urbanista (senza mai perdere lo sguardo politico sulla realtà). A questo punto mi pongo due domande.

La prima: esiste un’autonomia dell’urbanista dal politico, quando queste due figure sono distinte? E se c’è, dove risiede? De Lucia, proprio parlando di Gigi, dà la sua risposta, che condivido:

«L’unica garanzia, per evitare il naufragio sugli scogli dell’eccesso di disponibilità oppure su quelli opposti della malintesa autonomia, sta nell’essere portatori e garanti di una propria concezione etica, estetica e culturale, politica, se si vuole […]. Una condizione rara […] che si realizza solo quando la committenza pubblica è animata dalle stesse concezioni dei tecnici chiamati a collaborare».

La seconda domanda, conclusiva di questo mio intervento. Se il legame tra urbanistica e politica è così stretto, che cosa fa l’urbanista quando – come oggi – la politica è in crisi, oppure quando la committenza pubblica è animata da concezioni diverse? Ed ecco la mia risposta. La politica non si riduce a quella delle formazioni politiche della Seconda Repubblica né a ciò che oggi le istituzioni sono diventate. Aver disgregato la dimensione partito, aver lasciato deperire le istituzioni, sono stati perdite gravi.

Ma la politica come dimensione della vita dell’uomo non è scomparsa. Essa (per citare una frase di don Lorenzo Milani) è là dove più persone riconoscono che i loro problemi sono anche i problemi degli altri, e s’incontrano e lavorano insieme per affrontarli e risolverli insieme.

Qui è la politica oggi, e qui Gigi l’ha incontrata di nuovo quando ha contribuito al nascere e al crescere di movimenti, associazioni, comitati – come quelli per la Laguna e per Venezia, con i quali avremmo dovuto ragionare oggi pomeriggio per comprendere meglio che cosa fare oggi, qui a Venezia, per proseguire la lotta di Gigi. Ci incontreremo con loro, per proseguire i discorsi iniziati oggi, in una prossima occasione, in questa bellissima sede.

Sullo stesso tema
Edoardo Salzano
Testo della relazione di apertura di un seminario del dottorato in Pianificazione territoriale e urbana, Università di Roma, La Sapienza (8 marzo 2012). In calce il link alla registrazione in audiovisivo
Edoardo Salzano
testo rivisto della conferenza nel ciclo “Le città in evoluzione”, Palazzo Ducale, Genova 25 novembre 2011. In calce il link al testo scaricabarile
Edoardo Salzano
Relazione al convegno “finestre sul paesaggio”, organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, Cagliari 2 dicembre 2011. In calce il testo in .pdf
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