Quale Milano: pensieri sparsi
Lodo Meneghetti
Milano, “capitale economica e morale” (si diceva) funzionava bene ...
«Non ci piace la Milano brutta, trasandata, lontana dagli standard di vivibilità delle metropoli europee», Valerio Onida, 25 ottobre 2010.

Milano, “capitale economica e morale” (si diceva) funzionava bene in ognuno dei suoi organi e nel loro insieme coeso, come un corpo sano. Ora, capitale – con Roma – della speculazione immobiliare e degli affari mafiosi, rifugge da tutte le buoni funzioni indispensabili per la buona vita degli abitanti, residenti o frequentatori. Era città madre della borghesia produttiva e della classe operaia, ora le due classi antagoniste e protagoniste, ragione primaria dell’organizzazione urbana razionale e conveniente per la comunità, sono sparite. Al posto dei borghesi non eredi dell’illuminismo – inesistente in Italia – ma illuminati, un ceto finanziario, proprietario, commerciale; al posto degli operai, impiegati (i nuovi operai?), negozianti, pensionati. Era città di industria caratteristica per diversificazione della produzione e della dimensione. Ora, distrutte inopinatamente tutte le fabbriche, è centro di due abnormi mercati improduttivi, quello della merce più preziosa, il denaro e quello dei terreni.

Milano esibiva belle case della borghesia e anche del ceto medio allineate nelle eleganti strade dell’Ottocento e del Novecento – benché non immuni da eccessi di densità fondiaria – e dignitosi quartieri popolari semiperiferici, specie dell’Istituto autonomo case popolari. Ora è sottoposta alla più smaccata deregolamentazione edilizia: violente alterazioni nel patrimonio esistente; costruzioni mostruose, specie in forma di grattacielo, laddove ci sia un’area vuota di cui la fasulla urbanistica comunale, nemica della pianificazione, esige il riempimento edilizio privato anziché la destinazione a parco comunale. Gli enti pubblici detenevano una parte del potere e non erano, come adesso, dipendenti in toto dai poteri economici; un Istituto come l’Iacp svolgeva i suoi compiti con una certa autonomia, persino in epoca fascista. Del buon funzionamento urbano era parte fondamentale e famosa la rete di tram, un mirabile sistema unico in Italia ed esemplare in Europa. Poi la politica municipale del trasporto, compiacente verso l’abuso dell’automobile, dopo aver abolito intere linee o averle sostituite con autobus solo in alcuni casi, ha raggiunto l’auspicato, dai liberisti, traguardo dei tagli bruti, della riduzione dei percorsi, dell’abolizione del collegamento più moderno, quello da periferia a periferia passando per il centro.

La città richiamava nuova popolazione, fattore essenziale di un riequilibrio demografico necessario alla vita urbana. Oggi, dopo la perdita di residenti cominciata a metà degli anni Settanta, ne ha quasi mezzo milione di meno e solo l’arrivo di immigrati non comunitari l’ha arrestata ma non ha potuto ancora ripianare lo scompenso strutturale, causa di gravi distorsioni nel mercato del lavoro, nel mercato delle abitazioni e nei servizi sociali. Il vecchio piano regolatore generale sancì la fine della pianificazione urbanistica. Presto cominciò a perdere i pezzi sotto la mannaia delle varianti pubbliche per favorire la ricostruzione privata della città tutta rivolta alla speculazione e non alla risoluzione dei problemi sociali. Milano, approdata al dominio dei capitalisti rentier, ha cambiato profondamente se stessa qua e là, così cambiando la totalità, attraverso l’erezione insensata di cubature edilizie enormi avulse dai contesti urbani e dalla domanda sociale: volumi destinati in buona parte all’inoccupazione ma tuttavia capaci di riprodurre plus-rendita nel processo incessante di compravendita. Esisteva un’architettura della città compatta. Accantonati gli spropositi edilizi del dopoguerra dovuti alla lassista legge sulla ricostruzione, Milano riusciva a superare gli errori mediante l’”affermazione ed evoluzione del razionalismo” (Piero Bottoni) e le opere degli architetti succeduti alla generazione dei maestri.

Ora è sottoposta a una doppia vessazione compendio di un’ulteriore novità nel passaggio di millennio e nel ventunesimo secolo: in basso parcheggi sotterranei multipiano in spazi pubblici di alto valore storico e sociale, piazze, slarghi ricchi di alberi (tagliati con gusto perverso), giardini intatti; in alto sopralzi di ogni genere, uno, due e più piani sfruttando cavillosamente la famosa legge per il falso riutilizzo dei sottotetti e la incredibile “regola” della Tslp, ovvero Traslazione di superficie lorda di piano (demenziale norma, secondo la quale si è potuta ottenere in una cortina stradale costituita di edifici a tre piani la riedificazione di una singola casa fino a otto piani). Intanto sorgono dappertutto, dentro e fuori della cerchia spagnola, gli oggettoni pseudo architettonici degli internazionalisti, non veri autori indipendenti ma attenti servitori degli imprenditori di turno ai quali garantiscono il perseguimento fino all’ultimo centimetro cubo della smisurata volumetria concessa dall’amministrazione comunale.

Non sorprende l’ultima trovata dell’assessorato “allo sviluppo del territorio” (locuzione programmatica): “realizziamo una nostra Defense” sui terreni di Ligresti prossimi alla zona destinata all’Expo (via Stephenson, periferia nord-ovest): cinquanta grattacieli per uffici. Superficie territoriale 400.000 metri quadrati, volume totale 3.600.000 mila metri cubi, probabile altezza dei grattacieli 140 metri (la guglia con la Madonnina è di 108,50), una densità di fabbricazione mai pretesa nemmeno dai più famelici speculatori del dopoguerra.
La città non funziona ed è brutta. La bruttezza, inseritasi nella città storica e dispiegata all’intorno, è peggiore della disfunzione perché irrimediabile. A Milano si stava bene.

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