Come difendersi dalla globalizzazione
Alain Touraine
Che cosa è necessario fare per impedire l’annullamento delle culture che sono riuscitefinora a sopravvivere al bolldozer della globalizzazione. La Repubblica, 30 novembre 2010
Anticipiamo parte di un testo di che compare integralmente nel nuovo numero di "Reset"

Il principale nemico del multiculturalismo oggi non è più la monarchia assoluta che si identifica con una religione, con una nazione o con una lingua. È piuttosto la società di massa globalizzata che trasforma nazioni e culture in meri mercati, votandole al consumismo, alle comunicazioni di massa e ai mass media. La società di massa è prima di tutto una società senza attori, senza principi morali e senza basi istituzionali. La diversità culturale oggi non può sussistere se non coniuga la difesa di specifiche minoranze locali e culturali con azioni positive che si oppongano allo schema dominante del contesto sociale e culturale. La varietà della culture rischia altrimenti di trasformarsi in un insieme di gruppi comunitari chiusi, intolleranti e ossessionati dalla propria purezza e omogeneità.
Il solo modo per scongiurare questo genere di evoluzione negativa consiste non nell’isolare e proteggere ogni peculiarità linguistica o cultura religiosa, ma nell’attaccare la società di massa che annulla la soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni. Tutte le culture dovrebbero condividere gli stessi interessi: dovrebbero puntare a non farsi distruggere dal mercato culturale globale o dallo Stato autoritario e teocratico. Ogni cultura ha l’obbligo di difendere il diritto che ciascuno ha di creare, utilizzare e trasmettere una cultura che si definisca in primo luogo per la difesa di contenuti universali, della ragione e dei diritti umani. Solo presupposti così universalistici possono difendere in maniera efficace la varietà culturale. Non è una questione di fascino della diversità, anche se quest’argomentazione, apparentemente strana, è più seria di quanto sembri.
La controffensiva però non può basarsi esclusivamente sull’aspetto positivo del pluralismo culturale. Per essere abbastanza forti da resistere alla società e alla cultura di massa e al sistema dell’economia globalizzata, dobbiamo dare priorità alle culture che si autodefiniscono in termini universalistici. È il caso delle religioni principali, dell’ecologia politica, di tutte le forme di femminismo e di tutte le azioni volte alla difesa delle minoranze, che siano nazionali, sessuali, linguistiche o religiose.
Alcuni, tra cui i postmodernisti, potrebbero obiettare di difendere il multiculturalismo per motivi molto più semplici e non così radicali. A detta loro le società moderne non sono più caratterizzate da un principio generale di unità. Non esiste nessun agente centrale che controlli l’istruzione, il tempo libero, la conoscenza della letteratura nazionale e delle opere d’arte. Il multiculturalismo - affermano - non è né buono né cattivo, ma piuttosto naturale, perché la capacità dello Stato di reprimere le minoranze si indebolisce sempre più. I gruppi dominanti si preoccupano dei processi economici che diventano ogni giorno più globali e inquietanti, ma non si sentono spaventati dal declino di una lingua nazionale o dal fatto che le attività di ricerca scientifica di punta siano concentrate in pochi laboratori localizzati per la maggior parte in America e per il resto in altre cinque o sei nazioni, anche se tale situazione potrebbe cambiare rapidamente.
A tale punto di vista non vanno attribuiti giudizi di valore. Non è né buono né cattivo, la sola argomentazione utile a suo sfavore è che è oggettivamente falso. La consapevolezza di un’identità naturale è forte negli Stati Uniti come in diversi nuovi Stati emergenti, specialmente in quelli di maggiori dimensioni. Pochi cinesi credono che entro la fine di questo secolo si trasformeranno in asio-americani. Dal canto suo l’India, più di ogni altra nazione, ha sempre avuto interesse a coniugare tradizione e innovazione. E la stessa tendenza, anche se a un livello inferiore di intensità, può essere osservata nella maggior parte dei paesi del mondo. La sola eccezione importante è rappresentata dall’Europa occidentale, in cui una stragrande maggioranza dell’opinione pubblica è convinta che l’identità nazionale e il ruolo universalistico della propria nazione appartenga al passato. In poche regioni del pianeta i cittadini sono meno interessati che in Europa occidentale al futuro del proprio paese e del proprio Stato.
Solo gli europei stanno rinunciando al gusto per le differenze e le specificità perché le generazioni più giovani già ignorano la propria storia nazionale originaria. L’orientamento culturale che si sta diffondendo più rapidamente in Europa occidentale è la xenofobia, il rifiuto degli stranieri e in particolare degli immigrati. La xenofobia è altrettanto forte in Nord Europa che nell’Europa meridionale, malgrado di primo acchito possa apparire più forte al nord.
L’idea di un multiculturalismo lievemente tollerante, libero dalle forme di controllo del vecchio Stato centralizzato, che era ossessionato dall’identità culturale della propria nazione, non è altro che un sogno. Il multiculturalismo viene più spesso percepito in termini negativi che non positivi. Per conferirgli un’accezione positiva bisogna prima di tutto sottolineare la capacità dei gruppi umani dotati di valori culturali e norme sociali di resistere alla globalizzazione della cultura di massa e all’attrattiva culturale e materiale delle maggiori superpotenze economiche.
La difesa del pluralismo culturale non può limitarsi alla tutela di una storia culturale che in realtà è già assente nella memoria dei giovani. Essa può essere supportata in maniera efficace solo attraverso un attacco diretto all’economia globalizzata e alla cultura di massa che annulla la cultura come reinterpretazione del passato, elemento chiave per la costruzione di un futuro originale. La forte difesa della cultura nazionale o regionale è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore.
(Traduzione di Chiara Rizzo)

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