La protesta in piazza
Eddyburg
Articoli (Angelo Mastrandrea, Angelo d’Orsi) e cronache (da Milano, Bologna, Roma, Bolzano, Firenze, Palermo) sulle piazze conquistate dalla scuola. Il manifesto, 9 ottobre 2010
PIAZZE D'AUTUNNO
di Angelo Mastrandrea

In un Paese asfissiato da un potere che usa i dossier al posto del manganello e da una crisi sociale che sempre più a fatica il governo riesce a nascondere, una giornata come quella di ieri può perfino essere considerata particolare. Cos'è accaduto di così rilevante? Che una generazione di giovani, spesso rappresentata come anestetizzata e disincantata, è tornata a riprendersi le strade e le piazze, in un ritorno d'onda forse inaspettato al tempo degli sponsor a scuola e del sole delle alpi messo in qualche aula a competere col crocifisso. È accaduto altresì che nelle strade e nelle piazze riconquistate si sono visti anche i fratelli maggiori, ricercatori precari per definizione e non per scelta, e qualche padre, docente in procinto di scioperare contro l'attacco al cuore della conoscenza sferrato da una destra incapace di pensare a un modello di società che non sia affaristico e privatizzatore. Una boccata d'ossigeno, e pazienza se il traffico cittadino ne ha risentito.
Fosse finita qui, saremmo già moderatamente soddisfatti. Ma contemporaneamente è accaduto qualcosa ancora più meritevole di nota: a Castelvolturno gli schiavi della terra, i migranti bersaglio dei Casalesi, quelli che bisogna ucciderne il più possibile per mandare un segnale (come si legge nelle intercettazioni del clan Setola), si sono presi le strade, anzi le rotonde dove tutte le mattine attendono i caporali che arrivano a reclutarli. No grazie, oggi non lavoro, hanno risposto educatamente proclamando uno sciopero che nessuno riconoscerà come tale solo perché nessuno riconosce il loro mestiere. Nemmeno il locale sindaco del Pdl: in un comune piagato dalla camorra non se l'è sentita di inaugurare la lapide per i sei africani uccisi dai clan e per questo si è meritato la riconoscenza di Forza Nuova.
In un Paese che non riesce a garantire un futuro ai suoi giovani, dove i cinesi non muoiono ufficialmente nemmeno quando li trovano affogati sotto un cavalcavia, ci pare un segnale di risveglio. Toccherà anche a noi provare a interpretarlo e ad alimentarlo, come alle forze della sinistra dargli continuità, perché non sia solo la replica di proteste senza sbocco. Le piazze riconquistate ieri erano 83. Con Castelvolturno fanno 84. È questa l'unità d'Italia che ci piace.

UNIVERSITA’
La distruggono dall'esterno,
la squalificano dall'interno
di Angelo d'Orsi*

Nella logica da condominio - incapacità di guardare lontano, e perseguire l'interesse di un singolo invece che quello generale - che domina il ceto politico non v'è da stupirsi dell'atteggiamento che si manifesta verso il mondo della ricerca e dell'insegnamento universitario: misconoscimento dell'una, svalutazione dell'altro. Quello che, ciò malgrado, un po' sorprende è l'impudicizia con cui si procede, desertificando il territorio della scienza, bloccando ogni possibilità di accesso di giovani studiosi alle professioni cui le loro capacità e aspirazioni li destinerebbero, praticamente cancellando i fondi di dotazione di atenei e strutture superiori e, a guisa di riparo, aprendo le porte a capitali privati, a cui, riconoscenti, ministeri e assessorati concedono il ruolo guida. Impudicizia: non hanno pudore a distruggere non solo università e ricerca superiore, ma l'intero sistema scolastico italiano che non era tra i peggiori del mondo; tutt'altro, specie ai livelli di scuola primaria.

Su tale logica condominiale, si sta materializzando da un paio d'anni il cupio dissolvi: la catastrofe dell'università non è la fine di un settore, magari importante, ma pur sempre un settore della vita sociale nazionale; è, piuttosto, l'annuncio della fine delle speranze di un Paese. Un documento di studenti dell'Ateneo dove insegno - quello di Torino - denuncia, nel governo nazionale, ora spalleggiato da quello regionale, nella mani dei leghisti, proprio la volontà di cancellare il futuro, con una politica demenziale che nega sostegno agli studenti e alle loro famiglie (specie le meno abbienti), ricordando il dettato dell'art. 34 della Costituzione («... I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze...»). E invece, la Repubblica non solo non aiuta, ma deprime, scoraggia, dissuade. Già, perché il primo elemento che balza agli occhi è il ritorno dell'università a luogo per privilegiati; annullando di colpo tutte le faticose conquiste degli scorsi decenni: privilegio, dico, e non élite: chi può permettersi di concludere gli studi e, ancor più, tentare l'accesso alla «vita degli studi», non può che avere alle spalle una famiglia abbiente. La «meritocrazia» di cui straparlano le Gelmini e i Brunetta (ma quali sarebbero, poi, i loro personali «meriti»? Questo lo ignoriamo), è una feroce gerarchia sociale fondata sul censo (e magari sull'obbedienza), e non sulle qualità personali, sulla capacità di lavoro, sulla disposizione all'impegno e anche, quando occorre, al sacrificio.

Naturalmente, analisi come la mia offrirebbero il destro all'esimio editorialista del Corriere della Sera, Angelo Panebianco (grande sostenitore della Gelmini insieme con il capo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, la Crui, Enrico Decleva), per altre sparate contro i settori «conservatori» e «corporativi» che resistono stoltamente alla ventata innovatrice e modernizzatrice di cui Mariastella sarebbe intrepida protagonista: e allora per evitarlo, aggiungo, last but not least, qualche riflessione sullo stato presente dell'Università italiana. Non posso fingere che non l'Università in quanto tale, bensì il mondo accademico del Bel Paese, non sia attraversato, non da oggi, da profondi fenomeni di corruzione: morale e intellettuale. Non è solo il nepotismo, il clientelismo, la selezione degli aspiranti ricercatori e docenti, diciamo, poco attenta alla qualità; è una condizione generale, in cui le norme sono fatte per essere eluse o aggirate; le Facoltà e i Dipartimenti sono terreni di guerre per bande, definite non da orientamenti ideali e neppure da affinità disciplinari, ma semplicemente da logiche di appartenenza, per spartirsi le esigue risorse e accaparrarsi fettine di sottopotere; una condizione nella quale la differenza tra destra e sinistra è pressoché inesistente; mentre, a dispetto di tutto il Sessantotto passato e i possibili futuri, vige tuttora, in troppi ambienti, una logica feudale e mafiosa: si procede in base alla fedeltà al capo: e si è premiati se essa è totale, si è messi in guardia o direttamente minacciati se vacilla; infine, se si osa la ribellione, si subiscono pesanti ritorsioni o, semplicemente, si è «invitati» a cercare altrove il proprio destino.

E allora, io ho firmato il documento dei docenti torinesi (e anche quello degli studenti) contro le logiche sciagurate della signora Gelmini; ma non dimentico, e mi batterò con ugual forza contro lo schifo che promana dall'interno dell'accademia.

* Angelo D'Orsi professore di Scienze politiche, ha firmato l'appello contro il ddl Gelmini insieme ad altri 200 docenti dell'Università di Torino e del Politecnico

MILANO
Ventimila in piazza contro i tagli
e i corsi paramilitari del ministro La Russa
(g.sal.)

Make school not war. Gli studenti di Milano hanno tanti buoni motivi per scendere in piazza. I tagli della Gelmini, ovviamente, i favori del governatore Formigoni alle scuole private, il sindaco che era la famigerata «Morattila» - e chi l'avrebbe detto che l'attuale ministro avrebbe fatto anche peggio. In Lombardia c'è la scuola di Adro sfregiata dai simboli leghisti che nessuno ha ancora levato. Non basta? E allora ecco i corsi paramilitari «Allenati per la vita» che Gelmini e La Russa hanno sponsorizzato.
«Facciamo scuola non la guerra», hanno gridato ieri 20 mila studenti medi in corteo da largo Cairoli fino al provveditorato di via Ripamonti, dove il corteo principale guidato dai collettivi studenteschi si è fermato in presidio. Un altro spezzone invece all'altezza del Duomo si è sganciato per andare all'università Statale dove ci sono stati scontri con la polizia.
Erano partiti tutti insieme intorno, tantissimi. A ottobre queste manifestazioni studentesche sono sempre molto partecipate, ma questa volta non si riusciva a camminare per la densità dei ragazzi che occupavano le strade. Con loro c'erano anche gli insegnanti precari che da tempo presidiano il provveditorato, c'era una rappresentanza dei docenti in sciopero di Cub e Flc-Cgil, qualche universitario e l'immancabile gruppo di Retescuole. Al corteo ha partecipato anche il centro sociale Fornace di Rho minacciato di sgombero . «A scuola non abbiamo i professori, manca la carta igienica, non ci sono i laboratori e gli insegnanti di sostegno - grida una ragazza con la faccia colorata - però possiamo andare a giocare alla guerra con gli amici di La Russa». Le fa eco una prof: «Tagliano 140 mila posti di lavoro nella scuola perché Tremonti non ha soldi, però spendono 15 miliardi di euro per comprare cacciabombardieri americani». Nei giorni scorsi alcuni studenti dei Collettivi avevano già manifestato contro i corsi militareschi davanti all'Unuci, l'associazione dei militari in congedo. E avevano anche imparato che cosa vuol dire ordine e disciplina: uno dei militanti si è preso un pugno in faccia dai carabinieri. Anche per questo ieri la manifestazione contro la Gelmini aveva una vena anti militarista. La gran parte del corteo si è diretta al provveditorato dove gli studenti hanno costruito una caserma di cartapesta e hanno affisso lo striscione: «Zona militare, limite invalicabile».
Passiamo alle dolenti note. L'altro pezzo di corteo (molto più piccolo) è andato in Statale con le bandiere dei pirati. Lì alcuni manifestanti si sono scontrati con agenti della Digos in borghese, un agente è finito all'ospedale perché gli è stato spruzzato in faccia uno spray urticante. Poi il corteo è uscito dall'università e circa 200 studenti si sono recati in largo Treves per manifestare sotto l'assessorato all'educazione del Comune. Un altro gruppo invece voleva passare oltre i cordoni della polizia schierata che, come era prevedibile, ha caricato a colpi di manganello.

ALMA MATER
Ricercatori precari, a Bologna nasce il coordinamento
(ro. ci.)
Sono i fantasmi dell'università italiana. Non esistono dati attendibili, ma sembra che siano più di 60 mila. Lavorano come contrattisti, assegnisti di ricerca, borsisti. Sono i precari della ricerca e ieri all'università di Bologna sono tornati a incontrarsi. Hanno fondato il «Coordinamento precari della ricerca e della didattica università» sul modello organizzativo della «rete 29 aprile», il coordinamento nazionale dei ricercatori che ha promosso la strategia dell'indisponibilità in più di 50 atenei italiani. Nomineranno due responsabili per ateneo, a partire da Milano-Bicocca, dalla Sapienza di Roma, il Politecnico di Torino, Bologna, Catania, Firenze, Napoli e Padova. Chideranno ai loro atenei di abbandonare il «metodo Marchionne» e di non bandire le docenze a contratto per sostituire i ricercatori indisponibili, anche se individualmente nessuno di loro si sente in diritto di chiedere ai colleghi di non partecipare ai bandi. In ogni ateneo apriranno vertenze sul modello di Torino e Bologna, dove negli ultimi mesi sono stati aperti tavoli di trattativa con i rettori e le regioni per ottenere i diritti sociali di base: un trattamento previdenziale, l'assicurazione, i buoni pasto. Dopo un'assemblea iniziata di buon mattino, alla quale hanno partecipato più di 200 persone, hanno perfezionato un documento che critica radicalmente l'impianto del ddl in discussione la prossima settimana alla Camera. Quando verrà approvato definitivamente i ricercatori precari rischiano di essere allontanati in massa da un lavoro che hanno svolto, in media, per una decina d'anni. E saranno costretti a una nuova corsa del criceto che il governo chiama «tenure track», ma che in realtà è un nuovo periodo di precariato che minaccia di durare oltre sei anni. Il coordinamento parteciperà all'assedio di Montecitorio previsto per giovedì 14 e formeranno uno spezzone nel corteo della Fiom del 16 ottobre insieme al precariato cognitivo che reclama il reddito, una riforma del Welfare e nuova politica per l'economia della conoscenza.

UNIVERSITÀ · Il rettore dell'Aquila Di Orio
«Scioperi sacrosanti, basta provocazioni»
di Eleonora Martini

«Una gratuita e inutile provocazione, un attacco inaccettabile all'autonomia universitaria». A fare il questurino come gli chiede la Commissione di garanzia sugli scioperi proprio non ci sta, il rettore dell'università dell'Aquila Ferdinando Di Orio. Denunciare quei docenti e quei ricercatori che si dichiarano «indisponibili»? «Francamente un po' troppo». Proprio nel suo ateneo, poi, che viaggia «compatto contro il provvedimento Gelmini». Perciò ieri ha deciso di chiedere formalmente con una lettera al presidente della conferenza dei rettori (Crui), Enrico Decleva, «ogni possibile iniziativa per salvaguardare l'autonomia del sistema universitario».

Cosa le ha risposto Decleva?
Ho ricevuto molti messaggi di condivisione, di docenti che si sentono perseguitati e mi dicono "finalmente qualcuno che parla". È una situazione pesante. Ma finora dal presidente Decleva nemmeno una telefonata.

Lei ha sempre manifestato pubblicamente la sua contrarietà alla riforma Gelmini, cosa non le piace?
Anche dentro la Crui, dove so di essere in minoranza, ho sempre sostenuto un giudizio negativo soprattutto per un motivo: la fine dell'autonomia universitaria che è sempre stata una grande risorsa costituzionale del mondo accademico. L'intero Ddl risente di questo provvedimento assolutamente dirigistico. Ricordiamoci che le università sono sempre state separate dall'esecutivo, solo il fascismo fece giurare i professori universitari.

Decleva, invece, invita ad approvare immediatamente la riforma Gelmini per evitare che si blocchi il turn-over dei docenti.
Vede, sta succedendo qualcosa di simile a Pomigliano: mentre si dà agli operai un posto di lavoro si tolgono loro garanzie fondamentali. Non inganni nessuno, per esempio, la promessa fatta di posti per docenti associati: è l'ennesimo modo per spezzare le resistenze attraverso i soldi.

Questo governo come Marchionne?
Sì, ci stanno togliendo le garanzie istituzionali universitarie in cambio di poche risorse. Briciole, in realtà: la grande elargizione del governo sarebbe di soli 90 milioni di euro a fronte di un taglio di un miliardo e 400 milioni. Certo, in un sistema universitario ormai ridotto alla canna del gas, è cambiata la mentalità e ci siamo abituati a rinunciare alle grandi garanzie: l'autonomia di redigere statuti, la validità di un sistema pubblico che resisteva all'ingresso dei privati nell'università guidandone eventualmente l'investimento...
Nel provvedimento, invece, i privati la fanno da padrone.
Addirittura dentro il Cda universitario. È la fine del sapere critico, dell'autonomia della ricerca: tutto sarà costruito sulla base di investimenti produttivi, saremo una specie di catena di montaggio al servizio dell'industria. D'altra parte non è un caso che il provvedimento Gelmini ha avuto come grande sostenitore Confindustria.

Ma voi li avete trovati gli investitori?
Io questa fila di imprenditori disposti a portare soldi non l'ho mai vista. Viene il sospetto che si voglia appoggiare la strategia di Confindustria: al Nord un'università di ricerca e di insegnamento, con la presenza di imprenditori, e al Sud formazione senza ricerca, che costa. È emblematico di un certa cultura il fatto che il presidente del Consiglio sia andato a inaugurare l'università telematica del Cepu, lui che non credo abbia mai inaugurato un anno accademico.

Un investitore però all'Aquila lo avete trovato: l'Eni, con il quale c'è un accordo per la costruzione di un centro di ricerca interno all'ateneo...
No, lo costruiranno su un terreno di proprietà dell'università ma lontanissimo dal campus; non farà parte dell'ateneo. Era un terreno agricolo: una signora ci piantava i carciofi. E invece darà lavoro a oltre 50 nostri ricercatori e io da rettore e da cittadino aquilano, che vedo andare via i miei giovani laureati, trovo che sia davvero una bestemmia opporsi al progetto, in una città come L'Aquila che ha una vera vocazione alla ricerca. E invece in consiglio comunale, dove devono decidere il cambio di destinazione d'uso di quel terreno, l'opposizione di destra sta facendo un ostruzionismo irresponsabile, malgrado l'accordo sia stato firmato ovviamente anche dal ministro Gelmini.

Cosa riceverà in cambio, l'Eni?
Acquisirà i diritti di proprietà intellettuale sui risultati delle ricerche che si svilupperanno in campo ambientale, energetico e dei nuovi materiali.

L'accordo prevede di realizzare anche uno studio di fattibilità per la realizzazione in loco di una centrale a gas e biomasse.
Sì, però lo studio è stato fatto ed ha prodotto un giudizio negativo. Non c'è alcuna convenienza a costruire una centrale di teleriscaldamento in questa zona, e dunque non si farà.

Per una volta, dunque, è d'accordo con la ministra Gelmini?
Assolutamente sì. L'assunzione di 50 dottorandi e ricercatori per noi è una manna. Qui la situazione è tragica, altro che miracolo aquilano! Abbiamo i bilanci ridotti al minimo, entro un anno avrò difficoltà a pagare gli stipendi, su 20 mila studenti quest'anno già 8 mila fuori sede, costretti ad essere pendolari per la carenza di residenze,non hanno confermato l'iscrizione. E nessuno sa che fine abbiano fatto quei 16 milioni di euro che il ministro Gelmini aveva detto di aver stanziato per ricostruire la Casa dello studente. In queste condizioni, vuole che rinunci ad un centro ricerche?

ROMA
In trentamila assediano il ministero
«Stella ciao, il futuro ci appartiene»
di Giampiero Cazzato

La parola che più ricorre negli striscioni e negli slogan degli studenti romani in corteo verso viale Trastevere non è «tagli», troppo ovvia. La parola, dalle molteplici letture, è futuro. Un futuro da riprendere in mano, un futuro che gli studenti, i precari, gli insegnanti si vedono negato dal governo e da un ministro, che uno striscione irride, strorpiandone il nome in «Gelminator».

Piazzale Ostiense è piena di ragazzi delle scuole superiori. La manifestazione si mette in marcia alle 10. Ma c'è chi di prima mattina ha dato il buongiorno a Mariastella. Sono gli studenti di Uds-Link che alle 6,30 hanno lasciato due striscioni davanti al dicastero dell'Istruzione: «Voi l'incubo, noi la sveglia», e «La paure fa 90... cortei in tutta Italia». Sulle scale del ministero una trentina di studenti indossa maschere bianche, sono quelli del collettivo Senza tregua.
«Siamo 30 mila» annunciano dagli altoparlanti piazzati su una camionetta sgangherata. Il corteo è un caleidoscopio di colori, gonne lunghe stile anni '60, le nuove kefiah sgargianti, t-shirt autoprodotte (ce n'è una che riporta la strofa della Canzone del Maggio di De Andrè), arabeschi disegnati sulle braccia. «La scuola è un bene comune. Studenti, precari e genitori in mobilitazione» recita lo striscione che apre la manifestazione. Su uno è scritto «Chi apre una scuola chiude una prigione». Oggi le scuole sono «come il carcere - dice Tito Russo dell'Unione degli studenti - l'edilizia fatiscente, la didattica vetusta, i costi per studiare insostenibili».
Flavio è all'ultimo anno del liceo classico Socrate, zona Garbatella. La scuola, dice, vanta un credito di oltre 160 mila euro nei confronti del ministero, ma l'algida Mariastella «tanto generosa con le private non intende onorare il debito». E così i soldi che i genitori versano come contributo «volontario» (di fatto obbligatorio) e che dovrebbero servire per attività extrascolastiche vengono usati per per evitare che la didattica si fermi.

La protesta di oggi ripropone «vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo», ha dettato alle agenzie la Gelmini. Peccato che non possa parlare con Claudia, terzo anno al Russel, gli spiegherebbe che «i muri cadono a pezzi» e che in tre anni ha cambiato 7 insegnati di inglese. Peccato che non ascolti Valerio, del liceo scientifico Labriola di Ostia che racconta come, con la sua riforma, le ore di matematica si ridurranno sempre di più, «come un maglione lavato a 60 gradi».

Già, «Mariastella bla bla bla». «Gelmini saremo il tuo inferno» promette un luciferino striscione. «Non che prima di lei le cose andassero bene - precisa Marco Grandinetti, della Federazione degli studenti - solo che lei e questo governo perseguono lo smantellamento della scuola pubblica con una tenacia che non ha eguali. Parlare di riforma della scuola si può. Noi non abbiamo paura di questa parola e nemmeno dell'autonomia, purché sia vera, realizzata mettendoci risorse, che dia opportunità a tutti».

Il corteo si avvicina al ministero della Pubblica istruzione, le casse sparano a tutto volume i Cento passi dei Modena, si risente Contessa e una versione stracult di Bella ciao: si chiama Stella ciao, è un capolavoro che tiene assieme antifascismo e goliardia.

Lo sguardo di Silvia, dell'Istituto per il turismo, Colombo va oltre la sua classe cadente. «Oggi mi negano il sapere, come domani mi negheranno un lavoro, vero». E ai lavoratori guarda pure Marcello della Rete degli studenti. Sono in piazza con i caschetti, «per proteggerci dalle macerie in cui è ridotta la scuola, ma anche per saldare la nostra lotta con quella che il 16 ottobre porterà in piazza la Fiom».

DA BOLZANO A PALERMO
Scontri a Firenze, «cortei non autorizzati»
Partono le denunce

Quasi un centinaio i cortei, da Bolzano a Palermo ha inondato ieri l'Italia. E «da domani - annunciano gli studenti - partiranno i Cantieri della scuola pubblica, iniziative e assemblee per dare inizio alla ricostruzione della nostra scuola e del nostro futuro. Il 16 ottobre saremo ancora in piazza al fianco dei lavoratori della Fiom per dire che l'Italia non può uscire dalla crisi e immaginare un domani senza i diritti e la democrazia».

TORINO
Studenti delle superiori e dell'Università, docenti, precari e comitati dei genitori, il corteo partito da piazza Arbarello ha visto la partecipazione di 30 mila persone. L'università di Torino, avanguardia della protesta dei ricercatori, ha sospeso le lezioni fino a novembre.

FIRENZE
«Dietro ai banchi automi, nelle strade liberi» così lo striscione che apriva il corteo animato da 5mila ragazzi. Sono scoppiate scintille con gli studenti di destra all'altezza della prefettura. Sul tafferuglio Unione degli studenti e Collettivi di sinistra di Firenze affermano in una nota che «la verità è ben diversa» da quella riferita dal centro sociale di destra Casaggi. Altri disordini, dice la questura, ci sono stati a seguito di due cortei non autorizzati staccatisi da quello principale per dirigersi in percorsi alternativi. Uno, con 70 studenti pisani, è andato a protestare davanti all'ufficio scolastico regionale; l'altro, con 500 persone, ha bloccato il traffico sui viali. La Digos denuncerà alcune decine di studenti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di manifestazione non preavvisata, interruzione di pubblico servizio, danneggiamento aggravato, rissa e accensioni pericolose di fumogeni e petardi. Le identificazioni sono in corso.

PALERMO
Il corteo degli studenti medi di oltre 5mila persone, partito dal Politeama ha sfilato per le vie di Palermo. In testa al serpentone i manifestanti indossavano abiti da militari, slogan e striscioni per tutto il corteo «contro le scuole-caserme» e in via Ruggero Settimo gli studenti hanno bruciato in piazza un fantoccio raffigurante un soldato, al grido di «vogliamo più cultura e meno guerre». In contemporanea un migliaio di studenti e studentesse universitari, partiti da Viale delle Scienze, sfilavano per il centro storico della città congiungendosi in fine con gli studenti medi. Roberto Lagalla, rettore dell'università di Palermo, sostiene la loro protesta: «Il governo si impegni su ricercatori e finanziamenti».

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