Se si dimentica quanto costa al Paese la disoccupazione
Eddyburg
“Abbiamo bisogno di una politica industriale non per acquistare prestigio, ma per valorizzare uil lavoro”. L’Unità, 4 settembre 2010
Si può fare a meno di una politica industriale? La domanda non è retorica, perché in sede europea la politica industriale è, in realtà, proibita. A Bruxelles, da sempre, si identifica la politica industriale con pratiche protezioniste, che contrastano con i principi di concorrenza fondativi dei trattati comunitari.

Naturalmente, il protezionismo riappare sempre sotto nuove forme in diversi settori e diversi paesi dell’Unione. Ad esempio, un paese come l’Inghilterra, che gode di un mercato finanziario molto sviluppato, tende a concentrare su di sé la massima quantità di scambi finanziari, proteggendo la propria specializzazione (acquistando, ad esempio, le borse di altri paesi). Oppure, grandi imprese pubbliche fingono di essere private, come l’Electricité de France, le Landesbank in Germania, l’Eni in Italia, realizzando formidabili protezioni entro i propri confini. La produzione militare è sempre stata protetta, perché anche nella Comunità europea le politiche nazionali di difesa hanno un trattamento particolare. Grandi conglomerate, non perseguite come forme monopolistiche da antitrust europeo o nazionale, concentrano nel paese di origine direzione e proprietà. In fondo, anche la differenziazione del prodotto, così comune tra noi,comeilDOC,è una forma di protezionismo, tanto più forte quanto più il DOC si estende a quantità sempre più grandi (ma se la qualità non si mantiene, la protezione si diluisce).

Quando, da noi, si invoca una politica industriale, si vuole affermare tutt’altra cosa. Qualche esempio può essere utile: la difesa dei posti di lavoro in imprese in crisi è una politica industriale, e non protezionistica,quando si fonda sull’ipotesi che l‘impresa chiuderebbe per difetto di management,di finanziamento o di proprietà; il sostegno alla ricerca e all’innovazione è politica industriale e non protezionistica, quando porta ad un miglioramento estensibile a tutto il mercato; lo stimolo allo sviluppo dell’impresa locale è politica industriale e non protezionistica se valorizza risorse non utilizzate; anche la politica che fa impresa con risorse e gestioni pubbliche non è protezionistica, se porta al successo l’impresa e alla sua cessione al mercato. La “green economy”, così popolare, è forse, oggi, la più grande politica industriale: e ha un significato così poco protezionistico, che la stessa Comunità europea, talvolta ipocriticamente, la raccomanda come strategia di sviluppo. È noto, ad esempio, che basterebbe qualche norma o legge che accelerasse l’obsolescenza di processi e prodotti nocivi all'ambiente, per generare domanda e produzioni sostenibili e non protezionistiche. Forse il criterio di fondo di una politica industriale è quello di suscitare nuove imprese e nuovi processi senza perciò ridurre fatturati e redditi in altre aree o settori dell’Unione europea. Vista in questo modo, la politica industriale non riguarda solo l’industria, ma si applica a qualsiasi settore, da quello agricolo e della pesca, a quello dei servizi e della finanza. Centrale è però, sempre, il ruolo pubblico: dello Stato centrale e delle Regioni.

Il nostro paese non pratica da anni una politica industriale, nel senso appena indicato. Anche nella green economy, salvo incentivi all’automobile, peraltro poco green e molto aziendalisti, e a qualche forma di energia rinnovabile (con prodotti largamente acquistati all’estero), non si è costruita una politica di ampio respiro. Le priorità economiche in Italia sono più legate alla riduzione di deficit e debito pubblici che alla crescita di un Pil sostenibile, ed è bene ricordare che un miglioramento della finanza pubblica non implica affatto un Pil maggiore e maggiore occupazione, mentre preclude la possibilità di finanziare, appunto, la politica industriale. È probabile che non si persegua una politica industriale, specie in tempi di crisi come l’attuale, perché il suo maggior pregio, la riduzione della disoccupazione, non è considerato un beneficio economico: altrimenti il governo non si farebbe scudo degli ammortizzatori sociali, quasi ad esaurire le politiche industriali nelle politiche assistenziali. Queste sono importanti, ma costano di più di politiche industriali che aumentano i posti di lavoro.

Non si ricorda quasi mai lo spreco della disoccupazione: tanta forza lavoro non utilizzata e, perciò, tanta impresa, tanto gettito fiscale, tanto benessere perduti: e quanti diritti indeboliti. Oggi stiamo vivendo una forte regressione sociale con la disoccupazione e l’inoccupazione, che colpisce da un lato le donne, spingendole (200.000 in un anno) a tornare nel tradizionale ruolo domestico, e dall’altro i giovani, chiudendoli nell’utero familiare, annullando anni di progresso civile.

Siamo così lontani da considerare lo spreco di forza lavoro la più grave perdita economica, che le nostre statistiche non registrano il tasso di sottoccupazione – le ore di lavoro perdute - l’unica vera misura dello spreco. Abbiamo bisogno di una politica industriale non per acquistare prestigio in Europa e nel mondo, ma per valorizzare la ricchezza del nostro patrimonio lavorativo.

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