Il “biennio rosso” 1968-69 e lo sciopero nazionale per la casa
Oscar Mancini
L’inverno del 1969, con il grande sciopero nazionale (19 novembre) e l’attentato di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre), è uno dei momenti cruciali della storia del secondo dopoguerra del nostro paese. Nella grande manifestazione viene ribadito con forza il diritto alla casa e si chiede una riforma urbanistica che sottragga le scelte urbanistiche alla speculazione. Il movimento studentesco e quello operaio sembrano, per un attimo, in grado di unire le forze per rivendicare un paese differente, più democratico e giusto. Di lì a qualche tempo sarà approvata la legge sulla casa, ma il profondo rinnovamento richiesto da studenti, intellettuali e mondo operaio verrà impedito con tutti i mezzi, compresi quelli sanguinari.
Le ragioni dello sciopero e il contesto, nazionale e internazionale, sono tratteggiati nello scritto di Oscar Mancini, dirigente sindacale Cgil, che riportiamo di seguito.

Il “biennio rosso” 1968-69
e lo sciopero nazionale per la casa

Lo sciopero generale del 19 novembre ’69 giunge al culmine dell’autunno caldo. Anzi, di una stagione politica, quella del “biennio rosso” 69/69, nella quale irrompono sulla scena le classi subalterne e le nuove generazioni e, qualche anno dopo, una straordinaria rivoluzione femminista.
Un periodo di eccezionale fermento sociale, la più grande stagione di azione collettiva nella vita della Repubblica durante la quale cambiano i rapporti di forza tra le classi sociali e le “opinioni” cambiano i “costumi” degli italiani.
Insomma, l’Italia diventò più libera rispetto al passato. La campagna di deprezzamento, svalutazione quando non di vera e propria denigrazione del 68/69 fa parte integrante del clima degradato di questi nostri giorni ed è funzionale alla liquidazione di conquiste storiche: dal welfare alla privatizzazione dei beni comuni, dal contratto nazionale di lavoro al diritto di sciopero secondo la nuova/vecchia dottrina liberista di Marchionne/Sacconi.
Il movimento del ”biennio rosso” trae origine da cause che possiamo definire”interne” nel senso che rappresentano una peculiarità del nostro paese ma anche da una “matrice esterna”, nel senso che il “68” italiano partecipava ed interagiva con un più generale movimento su scala internazionale che vedeva mobilitarsi la gioventù studentesca di numerosi altri paesi all’est come all’ovest.
Cause “interne”

Il secondo dopoguerra fu un periodo di grandi cambiamenti. L’Italia compì il passaggio da Paese agricolo a Paese industriale e milioni di contadini poveri emigrarono al Nord e all’estero.
Nel ventennio 1951/71 la distribuzione geografica della popolazione italiana subì uno sconvolgimento. L’emigrazione più massiccia ebbe luogo tra il 1955 e il 1963. Gli anni del cosiddetto “boom economico”. La tendenza migratoria si bloccò brevemente a metà degli anni 60, ma riprese fortemente negli anni 1967/71. In tutto, tra il 1955 e il 1971, 9.140.000 italiani sono coinvolti in migrazioni interregionali. Le città del triangolo industriale furono naturalmente quelle che esercitarono una maggiore attrazione per questi migranti determinando un massiccio esodo dal mezzogiorno.
Questo flusso improvviso trasformò le grandi città italiane che crebbero a dismisura senza un corrispettivo sviluppo dei servizi. Scuole, ospedali, case, trasporti, tutti beni di prima necessità, restarono parecchio indietro rispetto alla rapida crescita dei consumi privati.
Infine, il “miracolo” accrebbe in modo drammatico il già serio squilibrio tra Nord e Sud.
Per rendere emblematicamente l’idea di quanto drammatico fosse il problema della casa Paul Ginsborg racconta la storia di Antonio, secondo di cinque figli di una famiglia di Bronte, un paese della Sicilia.
Trasferitosi dapprima in Toscana dove lavora in miniera approda a Milano dove trova ospitalità da un cugino con il quale condivide l’unico letto in una piccola stanza così descritta: “con una sola finestra, i vetri rotti, sostituiti da cartone. Accesa la luce, la lampadina era così piccola che la stanza rimaneva in penombra”.
Appena si sentiva pronto, e dopo aver risparmiato un po’ di denaro, l’immigrato chiamava la famiglia a raggiungerlo. Spesso lasciava a casa, in campagna, i propri genitori e li andava a trovare d’estate.
Per la famiglia arrivata al Nord iniziava subito il dramma di trovare una casa dove sistemarsi.
Le città settentrionali erano assolutamente impreparate per u n afflusso così massiccio e le famiglie erano pertanto costrette a vivere, proprio negli anni del “miracolo”, in condizioni estremamente precarie. A Torino, i nuovi abitanti della città, trovarono alloggio negli scantinati e nei solai del centro, negli edifici destinati alla demolizione, in cascine abbandonate dell’estrema periferia.
Ovunque si verificarono atteggiamenti razzisti, e spesso gli appartamenti non venivano dati in affitto ai meridionali, costretti così a vivere quattro/cinque persone per stanza, in un’unica camera divisa da tende e vecchie coperte. Gabinetti e lavandini si trovavano nei corridoi ed erano in comune per una decina di famiglie, almeno 40/50 persone.
Benché quello della casa fosse il problema più drammatico non era l’unico. L’assistenza sanitaria era inadeguata, e nelle scuole i bambini erano costretti ai doppi e tripli turni. Queste condizioni favorirono l’emergere di un diffuso razzismo verso non solo i “terroni”ma anche verso i veneti “polentoni”.
In una prima fase anche il lavoro era elemento di divisione. Molti immigrati trovavano lavoro attraverso pseudo-cooperative che rifornivano le fabbriche di manodopera a basso costo. Si trattava di uno dei classici sistemi per dividere i lavoratori, dal momento che gli operai settentrionali vedevano minacciato il loro potere contrattuale da questi “terroni” che facevano lo stesso lavoro per solo un terzo del loro salario. Quando queste sedicenti cooperative, in seguito ad una lotta sindacale, furono messe fuorilegge e nel tempo si unificò il mercato del lavoro la fabbrica divenne uno straordinario luogo di socializzazione e di costruzione di quella forte solidarietà di classe che diede origine alle lotte dell’autunno caldo.
Anche perché, all’interno delle fabbriche, nel frattempo, molte cose erano mutate. La grande ristrutturazione, seguita alla crisi del 64/65 aveva portato ad una maggiore meccanizzazione, all’uso diffuso della catena di montaggio e all’applicazione tayloristica del lavoro: quindi mansioni parcellizzate e aumento dei ritmi di lavoro.
“L’operaio massa divenne così” divenne così il soggetto sociale centrale del biennio rosso che prese avvio il 19 aprile 1968 a Valdagno con l’abbattimento della statua del Conte Marzotto.
Le basi materiali dell’esplosione della protesta nelle Università devono essere invece rintracciate nelle riforme degli anni sessanta.
Con l’introduzione della scuola media dell’obbligo, per la prima volta si era creato un sistema di istruzione a livello di massa che apriva nuovi orizzonti a migliaia di ragazzi dei ceti medi e della classe operaia. L’accesso alle facoltà scientifiche era stato aperto anche agli studenti provenienti dagli istituti tecnici.
In poco tempo la popolazione universitaria quasi raddoppiò entrando in un sistema che era già in avanzato stato di disfunzione.

La “matrice esterna”

Il movimento che nel sessantotto si sviluppò su scala internazionale puntava a sovvertire valori ormai in crisi, propri dell’equilibrio del secondo dopoguerra, che aveva sorretto le motivazioni della guerra fredda e del rapporto tra il Nord e il Sud del pianeta.
Pensiamo al processo di decolonizzazione e alla guerra di liberazione condotta dai Vietcong, i quali, proprio il 31 Gennaio del ’68, primo giorno del Tet, il capodanno buddista, iniziarono un’offensiva che li porterà fino ad assediare l’ambasciata statunitense a Saigon.
Per darvi un’idea del clima di quegli anni, consentitemi un ricordo personale. Il 27 Febbraio del ’69 la visita in Italia del presidente Statunitense Richard Nixon, responsabile dei bombardamenti al napalm contro la popolazione vietnamita, provoca grandi manifestazioni a Roma al grido “ Nixon boia go home “ e “ la Nato sarà il nostro Vietnam “.
Ho ancora negli occhi i caroselli delle camionette della polizia lanciate contro di noi in piazza Esedra, l’emozione per la morte dello studente Stefano Congedo che precipita da una finestra di Magistero nel tentativo di sfuggire ai fascisti e l’arresto, che anch'io subii a notte fonda, insieme ad altri 200, su un tetto di fronte a Palazzo Chigi dove ci eravamo rifugiati per sfuggire alle manganellate dei poliziotti.
Alcuni storici sostengono che “l’autunno caldo” è figlio del “Maggio” Francese e che esiste una “ liaison” tra il “Maggio ‘68” e la “Primavera di Praga”. Ma tutti sappiamo che queste due storiche pietre miliari durarono appena “l’espace d’un matin”.Entrambe crollarono sotto gli attacchi della polizia e l’invasione dei carri armati Sovietici, condannata non solo dalla C.G.I.L. ma anche dal PCI.
Cosicché il generale De Gaulle poté dichiarare. “La chienlit est finie” ( la baraonda è finita) e il Rude Pravo poté scrivere: ” L’ordine regna a Praga”. In sostanza quegli eventi furono bloccati e finirono non soltanto troppo presto ma troppo male.
Questo non fu il caso dell’autunno caldo Italiano che non chiuse ma piuttosto aprì un periodo di profondi cambiamenti nel sistema sociale italiano, una nuova era per un’intera generazione di giovani, di lavoratori, d’intellettuali.
Perché in Italia il processo sociale e l’ondata politica che partirono con il ‘68/’69 furono così lunghi? Essi, infatti, scavarono in profondità lasciando un’eredità importante che si proietterà nel corso di tutti gli anni ’70. La sconfitta sindacale alla Fiat nel 1980 ( anche allora la Fiat) fu un segno che tutta un’era veniva finendo e apriva la strada al rampantismo craxista.
Una ragione non secondaria che spiega la durata è, come scrive Asor Rosa che “solo in Italia – solo in Italia in tutto il mondo – movimento studentesco e movimento operaio crebbero solidalmente, tendendosi la mano”.
Vi contribuì certamente l’apertura che il PCI, a differenza del PCF, manifestò nei confronti del movimento studentesco. A differenza di Giorgio Amendola che auspicava una “battaglia su due fronti”, contro il potere capitalista e contro l’estremismo studentesco, Luigi Longo – il segretario – riconosceva che il movimento studentesco “aveva scosso la situazione politica ed era stato largamente positivo nell’indebolire il sistema sociale italiano”.
Ma vi contribuì ancor più la CGIL e massimamente i sindacati dei metalmeccanici della FIOM CGIL e della FIM CISL. Un tipico slogan della CGIL durante il 69 era stato: “portare la rivendicazione operaia nel cuore della società”. Sfortunatamente il maggior partito dei lavoratori non portò se stesso nel cuore dello Stato. A impedirlo intervennero le ovvie resistenze in campo moderato ma anche il terrorismo e l’uccisione di Aldo moro per opera delle BR. Un classico esempio di eterogenesi dei fini.
La rivoluzione sociale

Tuttavia pur in un quadro così complesso e contrastato furono anni di autentica rivoluzione sociale. Una grande massa di operai, giovani e in gran parte ex braccianti e contadini poveri pervenivano per la prima volta ad una visione del mondo ed acquisivano una coscienza di classe. Non chiedevano solo più salario, ma esprimevano una domanda nuova di dignità, di libertà della persona, di cultura ( meno ore di lavoro e più formazione).
Grandi furono le conquiste. Il 1969 si apre con due successi storici per il mondo del lavoro: la chiusura della vertenza sulle pensioni e sulle “gabbie salariale”; termina il 21 dicembre con la conquista del contratto dei metalmeccanici dopo un’aspra vertenza durata oltre quattro mesi.
Si sancirono per la prima volta le 40 ore di lavoro, aumenti salariali uguali per tutti, vincoli al lavoro straordinario, diritto di assemblea, riconoscimento dei Consigli di Fabbrica come agenti contrattuali, riduzione delle differenze tra operai e impiegati a partire dal trattamento di malattia etc.
Questo esito era stato preparato da una varietà di lotte in tanti luoghi di lavoro dai contenuti e dalle forme del tutto originali che aveva preso avvio ancora il 19 Aprile del 68 con l’abbattimento della statua del conte Marzotto a Valdagno:
per la difesa della salute contro la monetizzazione dei rischi;
per il riconoscimento di forme di democrazia diretta a livello di unità produttiva: l’assemblea e il Consiglio di Fabbrica eletto su scheda bianca a livello di reparto, di linea, di squadra;
per il controllo degli organici e la riduzione dei ritmi di lavoro;
per aumenti salariali indipendenti dal rendimento e contro il cottimo;
per la settimana di 40 ore;
per la parità di trattamento tra operai e impiegati.
Queste rivendicazioni si accompagnarono comunque a lotte più generali. Dopo i successi conseguiti sulle pensioni e il superamento delle gabbie salariali un’altra grande conquista si realizzò l’anno successivo con l’approvazione da parte del Parlamento dello “Statuto dei lavoratori” (legge 300/70). Per la prima volta, come si disse allora, la Costituzione entrava in fabbrica. La legge tutelava la libertà e la dignità del lavoratore riconoscendogli la libertà d’opinione, la tutela della salute, il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa e venivano riconosciuti i principali diritti sindacali.
Dovremo invece attendere il dicembre del ’78 per vedere entrare in vigore la legge che istituiva il servizio sanitario nazionale che garantiva per la prima volta in Italia, l’assistenza gratuita e diretta a tutti i cittadini.
La vertenza casa

E’ in questo contesto che il 19 Novembre del ’69 il sindacato – al singolare come si diceva allora per sottolinearne il carattere unitario – cioè CGIL CISL UIL, proclamarono uno sciopero generale con manifestazioni in tutte le province che riscosse un grande successo di partecipazione.
Si avviarono subito complicate trattative con il governo che durarono per tutto il 1970/71.
Le forze che premevano per una riforma del settore abitativo e della pianificazione urbanistica erano ben più forti che all’epoca di Sullo e del primo centro-sinistra ma le resistenze alla riforma erano sempre forti.
Che cosa rivendicavano le tre Confederazioni? La piattaforma inviata al governo nel settembre del 69 richiede una “politica organica della casa” fondata su un “consistente e sistematico intervento pubblico” per assicurare “a tutti i cittadini condizioni abitative adeguate ad un livello civile di vita collettiva”. In che cosa consiste un’organica politica della casa? Innanzitutto nella “realizzazione di progetti di urbanizzazione entro cui dovrebbe operare l’ente pubblico per la casa” comprensivi “non solo delle abitazioni, ma dei servizi civili e delle infrastrutture di comunicazione necessarie”. In sostanza i sindacati dei lavoratori con questa piattaforma non intendono che siano soddisfatti soltanto i “meri bisogni abitativi” ma anche quelli più generali che riguardano le condizioni civili, “i grandi servizi pubblici relativi alla scuola, alla salute, all’utilizzazione del tempo libero e alla ricostruzione di un tessuto associativo di vita dei quartieri e delle città”. Non sfugge alle Confederazioni che tale progetto “richiede e pretende l’emanazione di una nuova legislazione urbanistica che deve regolare il regime delle aree urbane attraverso il diritto di superficie e l’esproprio generalizzato”. Vi è dunque la consapevolezza che il diritto alla casa per affermarsi deve “tagliare le unghie alla rendita” attraverso un diverso regime dei suoli e che l’intervento pubblico è indispensabile anche attraverso “una politica sociale della casa che fa gravare una quota del costo delle abitazioni sulla collettività e ne rapporta il prezzo alle disponibilità di reddito dei lavoratori”. Ne consegue che “le abitazioni restano di proprietà dell’ente pubblico che le cede in locazione alle famiglie secondo criteri di politica sociale”. Gli otto punti della dettagliata piattaforma individuano anche obiettivi immediati come “il blocco degli affitti e dei contratti di locazione per un periodo di tre anni” e individua gli strumenti e i criteri per “il reperimento dei mezzi finanziari” attraverso una “riforma tributaria” fondata su un sistema fiscale “realmente progressivo, che colpisca più duramente chi più ha, che non lasci le porte aperte ai grandi evasori, che realizzi cioè il disegno delineato dalla nostra Costituzione”.
E’ dunque una piattaforma, quella al centro dello sciopero generale del 19 Novembre del ’69, fondata su una strategia che ricerca, come si scrisse allora, “soluzioni generali e non particolari condizioni di privilegio corporativo”. In sostanza quello sciopero rivendicava “un diverso sviluppo economico, sociale e politico dell’intera società nazionale”. Per questo ebbe tanto successo.

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