La rivoluzione liberista nelle città euro-mediterranee
Salvatore Palidda
Introduzione a un seminario dal medesimo titolo, atti in corso di stampa (Mesogea, Messina). In calce scaricabile il testo completo di note e bibliografia
In tutte le epoche storiche e ancor di più oggi le città sono sempre state i luoghi in cui si manifestano con la massima radicalità tutte le conseguenze delle grandi trasformazioni della società (da Babilonia a Cartagine ad Atene, Roma ecc.). Tralasciando il passato remoto, basti pensare a cosa è avvenuto con la rivoluzione industriale e con le rivoluzioni politiche dopo il Rinascimento (che era stato la massima espressione dello sviluppo delle città-potenze marittime). La “seconda grande trasformazione” che si è innescata negli anni ’70 del XX s., ossia la cosiddetta rivoluzione liberista e la sua globalizzazione, ha provocato trasformazioni profonde tanto quanto quelle conosciute con la rivoluzione industriale fra il XVIII e il XIX s.: la grande urbanizzazione di massa, lo sconvolgimento dell’assetto urbano, le epidemie, le continue rivolte e rivoluzioni ... fra altri, si pensi a Engels e la condizione della classe operaia in Inghilterra, agli scritti di Walter Benjamin su Parigi, a Chicago che non a caso diventa la città della più feconda scuola delle scienze sociali ... e si pensi alla Milano descritta da Danilo Montaldi, alla Torino dell’immigrazione descritta da Fofi, alla “mani sulla città” di Rosi. L’accelerazione del processo di cambiamento liberista delle città induce a dimenticare e quasi a privare di memoria sociale non solo i giovani. Ken Loach ha descritto lo sfacelo della società industriale inglese, i film come “Blade runner” hanno mostrato la tragica proiezione del divenire di quelle americane come la Los Angeles di Mike Davis, Saskia Sassen ha provato ad analizzare la “città globale”, Annik Osmont ha comimciato a prporre una importante lettura della città del neoliberalismo e Dal Lago e Quadrelli svelano l’intreccio della città con le sue “ombre”. Pochi ricordano cosa era la Torino dei 300 mila dipendenti Fiat e dei 300 mila nell’indotto di questo colosso o la Milano delle grandi industrie, la Genova delle strutture industriali che l’hanno irrimediabilmente inquinata e sconvolta o ancora il devastante lascito della Gela petrolchimica. E pochi ricordano le grandiose mobilitazioni degli anni ’60 e ’70 (non solo sindacali e studentesche, ma anche per i diversi problemi sociali a cominciare da quello degli alloggi mentre oggi si fatica tanto a promuovere aggregazioni e azioni collettive sindacali e politiche malgrado le grandi riuscite delle iniziative viola.

Come hanno proposto alcuni ricercatori al seminario euro-mediterraneo di Genova (progetto Ramses2), la riflessione sulle conseguenze della rivoluzione liberista nelle città euromediterranee rivela che fra i più clamorosi limiti e lacune c’è appunto la scarsa comprensione di cosa ha prodotto questa rivoluzione. E’ anche a causa di questi limiti e lacune che gli intellettuali e le leadership del movimento operaio (compresi quelli che pretendevano di stare a sinistra della sinistra) non sono state in grado di reagire alla distruzione non-creativa imposta dalla gestione neoconservatrice del liberismo globalizzato in cui hanno finito per confluire in tanti. Qualche esempio ancora ignorato: quando in Italia inizia il declino industriale e comincia la destrutturazione totale di quell’assetto con l’esternalizzazione a breve distanza di quasi tutte le attività (dopo la fine del ciclo di lotte studentesche e operaie del 68-72), l’intellighenzia di sinistra si entusiasma e osanna la “Terza Italia”, i “distretti”, la nuova geniale creatività e capacità di adattamento (il made in Italy). Nessuno osserva che lo smantellamento della grande industria tessile (la Marzotto dopo l’abbattimento della statua del conte amico di Goebbels) come di altre manifatture si traduce in una immersione segmentata ed eterogenea della produzione che fa proliferare il lavoro a domicilio, i caporali, il subappalto a catena, insomma il semi-nero e nero totale che schiavizza sempre più milioni di persone, compresi bambini e vecchietti nel Veneto e nell’intera “padania”, come nel carpigiano, nel lodigiano, come in Toscana, nel napoletano e in Puglia. Così trionfano le economie sommerse “postmoderne” che fanno proliferare dappertutto e soprattutto in ‘padania’ padroncini e caporali, ex-lavoratori della grandi industria a volte anche ex-sindacalisti o ex-funzionari di partito, che diventano allergici ai “lacci e lacciuoli” e finiscono per trovare nei leghisti e in Berlusconi i rappresentanti politici coerenti della loro nuova condizione economica-sociale (non è mancato chi a sinistra, anche fra accademici, ha parlato della lega come “costola operaia” o addirittura forza rivoluzionaria ...). E’ in gran parte a questa grande seconda trasformazione dell’assetto economico che si deve la crescente domanda di nuovi schiavizzabili, ossia gli immigrati da relegare quindi in uno status giuridico precario o di nonpersone/senzadiritti, fenomeno che si ripercuote sulla parte dei nazionali più deboli. E’ così che si realizza il boom economico “postmoderno” che moltiplica innanzitutto gli intrecci incontrollati fra lecito, illecito e criminale in tutti i campi, la speculazione edilizia, la corruzione, l’evasione fiscale, l’inquinamento, il cittadinismo sicuritario che ignora l’insicurezza tragica nei luoghi di lavoro e di abitazione degli esclusi, ma rivendica la razzializzazione e quindi la sottomissione dei neo-schiavi ed esprime la rappresentanza politica che dal livello locale a livello nazionale ed europeo si nutre di personaggi legati o subalterni alle mafie, di magliari, di escort, di buzzurri e in generale di fedeli yesmen/women del nuovo leviatano. Un boom che si avvale di più del 30% del PIL dovuto al sommerso, in Italia di almeno sette milioni di persone che annaspano fra precario, seminero e nero, fra molestie e violenze sessuali e non, fra incidenti sul lavoro e malattie professionali raramente riconosciuti e direttamente connessi all’inquinamento, alla produzione di merci tossiche, alla frode fiscale, nell’impotenza dell’agire collettivo. Un modello di sviluppo che tende a distruggere ogni assetto economico, sociale, politico e culturale non conforme a quello liberista che crea soprattutto effimero destinato ad assicurare sempre più profitto e rifiuta di occuparsi della posterità, cioè del futuro trattando i giovani che non diventano accaniti liberisti come “posterità inopportuna” o “feccia” - come Sarkozy ha etichettato i giovani delle banlieues (Palidda, 2008). Con la gestione liberista, i costi dell’organizzazione politica della società sono destinati soprattutto alle privatizzazioni, alla massimizzazione dei profitti a discapito della res publica e del futuro (basti pensare alla gestione della sanità, delle opere pubbliche, dei trasporti, e in generale all’attacco al settore pubblico fra cui in particolare la pubblica istruzione, l’università e la ricerca).

E’ questo il modello liberista che la gestione neoconservatrice della globalizzazione ha esportato in tutto il mondo e in particolare nelle grandi e medie città, tendendo a omologarle con operazioni ormai quasi standardizzate trovando raramente o saltuariamente un’opposizione sociale e politica che tenta di sopravvivere all’erosione dell’agire collettivo, alla debolezza sindacale e alla scomparsa della sinistra.

Non ci sono vere e proprie specificità delle città di un continente rispetto a quelle di altri continenti. Fra gli aspetti più omologanti basta pensare al design degli architetti e ai materiali diventati abituali, ma anche ai «discorsi» su una città ‘postmoderna’ che privilegia un culto del decoro, della morale, dell’igiene inglobati nell’ossessione sicuritaria che ricorda la città dei colonialisti. Chiunque visiti le diverse città del mediterraneo troverà più o meno le stesse grandi innovazioni architettoniche e urbanistiche che conosciamo nelle città europee o americane: i palazzoni di plexiglas, i grandi parcheggi, i nuovi metrò e tram, i quartieri “postmoderni” fortificati, la videosorveglianza dappertutto, polizie pubbliche e private sempre più numerose, pubblicità tramite video ossessivi, nuove grandi opere o ‘installazioni’ che si ripetono ma che pretendono di essere sempre più scioccanti, centri commerciali, boutiques, bar, luoghi di ristorazione, cinema multisale, discoteche, pub e selfservice. Dappertutto ci si ritrova nello stesso ambiente che atomizza e riduce l’abitante a un quasi robot che può circolare solo se ha soldi in tasca o meglio una carta di credito internazionale. Il tutto funziona grazie a giovani precari o al nero e ai neo-schiavi nascosti nelle cucine e nei sotterranei (come in “Metropolis” di Lang e “Le Roi et l’oiseau” di Grimault e Prevert) ma anche grazie al lavoro nascosto nelle periferie delle città. Questa parte della popolazione è totalmente ignorata dai sondaggi di vittimizzazione o sui bisogni. Ogni città si nutre delle sue ‘ombre’, le periferie o bidonvilles, e produce eccedente umano: gli ex-umani ormai troppo usurati o che non hanno avuto la possibilità o non sono stati mai capaci di adattarsi o, ancora peggio, quelli che hanno osato rivoltarsi, la “feccia”, come i rom e i “clandestini” che devono vivere nascosti negli anfratti delle periferie (per esempio nei cunicoli sotto le tangenziali e superstrade o nelle fogne). Le grandi trasformazioni a Barcellona, Marsiglia, Genova, Istanbul, Atene, e ora di nuovo a Port Said, Tangeri, Casablanca, Rabat e ... Milano (dopo la grande Berlino e il suo flop) si fanno a colpi di grandi eventi come del resto avviene da decenni in tutte le città del mondo. Colombiadi, Expo, “anno di capitale europea della cultura” e via via si inventano sempre nuovi eventi che per definizione devono essere grandiosi e internazionali. Il gioco della speculazione finanziaria intrecciata con quella immobiliare e con l’intrigo incontrollato fra lecito, sommerso e criminale, quindi con la neo-schiavizzazione, si ripete quasi a fotocopia: grande battage politico-mediatico, lancio in borsa, sgomitamento delle grandi firme di architetti e urbanisti (spesso di “sinistra”), ressa delle ditte e pseudo-ditte e voilà che si comincia a distruggere, a devastare, a inquinare di nuovo e a far spuntare qualche nuovo grande grattacielo e megastrutture magari in nome di un’architettura e un urbanismo postmoderni che sarebbe “sostenibili e rispettosi dei diritti umani” (sin quando non si guarda al subappalto in cascata, alle periferie, alle loro conseguenze indirette, al cemento fasullo e all’insicurezza delle costruzioni recenti). E’ impressionante la somiglianza fra queste operazioni in tutte le città europee e mediterranee (visibili anche su internet) dove troviamo spesso Berlusconi con Berisha o con Ben Ali. L’Italia di oggi è indiscutibilmente all’avanguardia nello sviluppo del liberismo selvaggio con tutte le conseguenze tragiche che si susseguono come mostra eloquentemente la cronaca dell’ultimo anno (nascoste nel registro “disastri naturali”).

In questo contesto tutte le città del Mediterraneo sono diventate più che mai luoghi di immigrazione, emigrazione e transito di ogni sorta di mobilità umana (compresi i vari tipi di turismo, di pendolariato o di viaggi per shopping o affari). Ma allo stesso tempo, dappertutto tende a prevalere il protezionismo, il proibizionismo, la criminalizzazione del nemico di turno (zingari, immigrati, tossicodipendenti e marginali in genere). Le città “postmoderne” sono di fatto delle ‘porte girevoli’ attraverso le quali si può anche selezionare i “buoni” e consumare ed espellere gli “altri”. In realtà dappertutto coesistono l’inserimento, l’integrazione, l’esclusione, il rigetto, l’etnicizzazione o la razzializzazione; la città diventa un ibrido che coesiste con aspetti del passato e le nuove trasformazioni in una dinamica che riduce l’organizzazione politica della società a una gestione più violenta che pacifica e di mediazioni, a causa dell’aumento dell’asimmetria di potere, della distribuzione dei profitti e della ricchezza. Trasporti, salute, scuole, università, ricerca, sicurezza, assistenza sociale, prigioni, alloggi, sviluppo urbano, amministrazione pubblica, gestione delle crisi e catastrofi “naturali” o industriali, media: tutti i settori sono costretti ad adattarsi alla logica di una gestione che punta alla massimizzazione dei profitti a danno dei più deboli. Il gioco dell’esasperazione delle paure e dell’insicurezza provocate da questo sviluppo si configura come il “fatto politico totale” della “post-modernità” assicurando consenso alla gestione violenta del disordine sociale, cioè alla “tolleranza zero” che elimina le attività di effettiva prevenzione e recupero sociale a favore della sola repressione e penalità. La logica di guerra è diventata pervasiva che si tratti di guerra al terrorismo o ai clandestini, all’insicurezza urbana o ai ... graffiti e altre “inciviltà urbane”. Ciò che si pretende chiamare governance è diventata spesso une meschina gestione della società urbana che può anche dare un posto a degli artisti, intellettuali, urbanisti e architetti di “sinistra” o “noglobal”, a ecologisti, o alla “garden guerrilla” e ancora ad attori di altre trovate apparentemente originali; a fianco si ha l’espansione ignorata delle economie sommerse che richiamano neo-schiavi, l’espansione del business sicuritario e della tolleranza zero. Scintillante, apparentemente luogo delle libertà (per i ricchi e i dominanti) la città postmoderna è feroce con chi non può avere posto nel nuovo frame liberista (G8 di Genova docet7).

Sino al 1990 i cittadini dei paesi del nord Africa non erano soggetti a visto ed esistevano intense relazioni e scambi fra riva sud e riva nord del Mediterraneo; oggi invece la riva sud è di fatto spinta verso rapporti con i paesi arabi, l’oriente (la Cina) o anche gli Stati Uniti. Ma dove sta il futuro ? A Port Said ? A Tangeri oppure a Napoli, Genova, Barcellona, Marsiglia e Milano? Quale scenario si profila all’orizzonte economico e politico dello spazio euro-mediterraneo? Come interpretare l’inaspettato fatto che i porti di Tanger e Port Said in neanche due anni sono diventati i più importanti del Mediterraneo mentre quelli della riva nord sembrano declinare? Cosa pensare di Istanbul che tende ad avere 15 milioni di abitanti (quattro volte di più in pochi anni) mentre Genova torna ad averne gli stessi che nel 1936? E di Genova e Marsiglia che cercano con scarsi risultati di convertirsi in città turistiche e di servizi mentre le città e i trasporti in Marocco ma anche in Tunisia e altrove sembrano conoscere una modernizzazione velocissima e di grande qualità (basti pensare ai treni ad alta velocità che collegheranno Tangeri a Marrakech ...)? Cosa produce un’Europa che si trincera in un protezionismo accompagnato da eurocentrismo spesso razzista, mentre si allarga ad est di fatto in opposizione agli altri paesi del Mediterraneo? E dell’Unione per il Mediterraneo che sembra uno slogan vuoto senza speranze, un paradosso quasi surreale rispetto a un processo di costruzione dell’Unione europea che non si capisce perchè non possa essere euro-mediterranea e non solo eurocentrica? Rispetto a questi interrogativi il processo in corso sembra lasciato al caso. Non si discute di una possibile nuova seria ed effettiva cooperazione fra tutti i paesi euro-mediterranei. I porti del sud e del nord non creano consorzi di gestione e sviluppo comuni.

Forse queste sono domande ingenue o retoriche così come sembrano gli auspici di rispetto dei diritti universali in opposizione alle violenze crescenti per opera dei fondamentalisti nordisti e “sudisti”, pseudo religiosi o semplicemente militareschi o seguaci del business della guerra in tutti i campi e a tutti costi. Per non parlare delle meschine miserie vigliacche di politicanti locali che si dedicano alle guerre localistiche contro rom e immigrati e moschee o che inneggiano improvvisamente all’igiene, alla morale, al decoro e alla tolleranza zero senza accorgersi del declino che stanno gestendo arraffando il più possibile subito come ladri famelici che lasciano solo terra bruciata costellata dalle nuove “torri”. Qual’è il senso dei nuovi grattacieli per l’Expo di Milano, più di 50 anni dopo il Pirellone? Cosa ne sarà di questo “sviluppo postmoderno” con una popolazione autoctona che invecchia sempre più e di fatto pretende non dare posto al futuro esacerbando il razzismo verso chi per ora è costretto a fare lo schiavo e a una socialità nascosta? Quanta corruzione e quanti abusi e violenze produrrà la rivoluzione liberista nelle città?

Da qualche anno i segni del fallimento del successo neoconservatore sono evidenti nei crack finanziari e nell’incapacità di prospettare soluzioni ragionevoli e solide a un andamento economico senza futuro. E’ probabile che i liberisti- neoconservatori pretendono restare a galla e “venderanno cara la pelle” provocando ulteriori disastri umani e materiali. Sta alla resistenza antiliberista la capacità di non rimanerne annichilita a leccarsi le ferite. E’ sicuramente difficile ma l’unica speranza non può che stare nella costruzione della possibilità di azione collettiva innanzitutto da parte del “popolo” vittima delle economie sommerse.

Questo testo riprende l’introduzione al WORKSHOP La révolution néo-libérale dans les villes euro- méditerranéennes tenutosi a Genova il 15-17 Febbraio 2010 nel quadro del progetto del network europeo d’eccellenza Ramses2 (resp. per l’Italia Palidda). Fra i relatori: Silvia Finzi dell’Università di Tunisi, Frank Mermier del CNR francese, per anni ricercatore a Beyrouth, Haim Yacobi dell’Università Ben Gurion di Gerusalemme, Jean François Pérouse dell’Università Galatasaray di Istanbul, Manuel Delgado dell’Università di Barcellona, Antonello Petrillo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, Dalila Nadi del Centro di studi orientali di Berlino, André Donzel della Maison Mediterranéenne des Sciences Humaines di Aix-en-Provence, Michel Péraldi, del Centro Jacques Berque di Rabat, Alessandro Dal Lago dell’Università di Genova. Oltre a questo workshop il progetto ne ha realizzato altri quattro: uno a Rabat sulla critica delle ambiguità e del business sulle migrazioni (contributi in un volume di Mesogea e in francese con Karthala), il secondo a Aix-en-Provence sui pellegrinaggi religiosi contemporanei (contributi in un volume di Mesogea a cura di D. Albera), ancora due a Genova su arte e cultura dei migranti (il caso Simon Rodia e su giovani, musiche e immagini).
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