L’odiato albero milanese
Lodo Meneghetti
Alcuni professori e ricercatori della facoltà di architettura milanese ...
Alcuni professori e ricercatori della facoltà di architettura milanese fondavano, anni fa, il gam, Gruppo Albero Milano. Lo scopo: studiare la possibilità di una vasta piantumazione in strade, viali, piazze e altri spazi pubblici o di uso pubblico che parevano attendersela dal dopoguerra e invece erano stati dimenticati dal Comune a un destino di aridità e squallore; pervenire a progetti particolareggiati caso per caso e coordinarli in un programma generale urbano, una specie di piano di attuazione la cui attendibilità sarebbe derivata dalla correttezza dell’analisi diretta nei luoghi; proporre il piano e i progetti ai tecnici del settore comunale competente per parchi, giardini, verde alberato, ai fini di una seria valutazione economica e di una progressiva realizzazione. Ci furono diversi incontri con i funzionari, specie con l’ingegnere capo, furono illustrati i progetti. Sembrava, al gruppo, relativamente facile discutere di alberature in una città che contava solo 160.000 piante, circa un decimo di pianta per cittadino residente e poco più di un ventesimo per persona presente nella giornata lavorativa. Al contrario, il gruppo dovette presto verificare che le proposte provocavano poco meno che terrore nel reparto comunale che avrebbe dovuto, per così dire, amare il verde per obbligo. Per i funzionari ogni albero vecchio o nuovo pareva un disturbo, una pratica burocratica pesante, una preoccupazione. Meno alberi meno problemi. Del resto, allora, non era gran che forte la richiesta di una maggior sensibilità ambientale degli amministratori pubblici da parte di abitanti o movimenti organizzati. Con una sola eccezione: Italia Nostra, grazie alla quale la città aveva ottenuto due nuovi parchi, il «Bosco in città» (area di via Novara), 120 ettari, e, nelle vicinanze, il «Parco delle cave», 121 ettari, entrambi recupero di spazi a gerbido o agricoli degradati. Il gam, nell’imbarazzo di un dialogo difficile, dovette ripiegare i progetti e rinunciare all’impresa.

Ricordo questo episodio di quasi vent’anni fa mentre a Milano si disputa intorno agli alberi soprattutto a causa della ormai famosa richiesta di Claudio Abbado, come un contratto, 90.000 piante in città in cambio del suo ritorno per dirigere qualche concerto. La discussione si è impantanata sulla questione se e come inserire, in base a un disegno di Renzo Piano accordato col maestro, qualche pianta in piazza Duomo (48 carpini, lato opposto alla chiesa) e filari in via Orefici, piazza Cordusio, via Dante (doppio filare), Largo Beltrami/Castello. Poi, fra presunte difficoltà tecniche e, addirittura, deprimenti contestazioni dei costi dell’équipe di Piano, si è fermata e il programma è stato accantonato. Si tratta, occorre rilevarlo, di soli 217 alberi a fronte dei 90.000 richiesti, per la posizione dei quali non c’è uno straccio di previsione da parte del municipio. E, ricordando le analisi del gam, sarebbero miriadi i luoghi urbani pronti per cambiare, grazie a intense alberature, la loro, è il caso di dire, natura. Alcuni urbanisti (etiam ego) hanno sempre sostenuto che un progetto di grande verde basato su vaste piantumazioni a filari e a macchie rappresenta forse la metà del valore di un buon piano regolatore.

Intanto il programma comunale relativo ai deprecati parcheggi sotterranei, dopo le demolizioni di non si sa quanti alberi con le opere già eseguite, comunque una quantità e una qualità altissime, ne prevede ora altre in piazze per le quali si stenta a credere che possa succedere. Come in piazza Lavater, spazio noto per essere folto di vecchi celtis (bagolari) bellissimi circondati da case tutte rilevanti per qualità architettonica. Aveva ben accertato il gam. L’albero è odiato dagli amministratori pubblici e, se è per questo, non è amato dalla maggioranza dei cittadini. Eppure una proposta di 90.000 piante non è certo utopica. Il numero è troppo piccolo perché rappresenti un ribaltamento di una condizione di penuria ora incancrenita. Per il Comune sono ottime false soluzioni come l’alberello, misero e triste, impiantato, invece che nel suolo, in vasi o vasoni sproporzionati dove lo impedisce il solettone del parcheggio sotterraneo. Accade in tutti i casi di ripristino dopo la costruzione dei silo costati la perdita di alberi veri: le solette e lo scarso strato di terra (dove è finito il vecchio obbligo dei due metri di spessore?) permettono, se non l’impiego di vasi, solo l’impianto di essenze a crescita bloccata. I risultati sono orribili. Vedere, ad esempio, oltre a via Vittor Pisani per i vasi, piazzale Dateo e piazza Risorgimento sulla direttrice Monforte, uno dei primari assi storici di penetrazione verso il cuore della città, con i loro rattrappiti alberini.

Un piano regolatore delle alberature in una città come Milano dovrebbe puntare su una dotazione di almeno un albero per abitante, che significa aggiungerne almeno un milione agli esistenti (ora 170.000). È la misura che pressappoco preventivava il gam.

Intanto il Comune, maestro di odio del verde, ha reso difficile la vita a Italia Nostra nella gestione unitaria del Parco delle Cave (davvero un’oasi incredibile nella disastrata Milano) tanto da costringerla a rinunciare. Sappiamo quale sarà la trasformazione: diverse e spezzettate aree concesse ad associazioni enti società che privatizzeranno gli spazi, recintandoli, costruendo casotti. Sarà quasi impossibile l’uso pedonale e ciclistico libero, aperto, sicuro.



Postilla sulle potature milanesi

Gli alberi dei viali hanno vita grama. Già riescono a difendersi con difficoltà dagli scarichi degli automezzi grazie alla loro capacità di assorbire anidride carbonica e di produrre ossigeno. Non possono invece difendersi dalle potature perpetrate dagli addetti del Comune, dei quali devono sopportare la perversa vocazione a maltrattarli, a toglier loro la parte più bella e utile, la chioma. Arthur Young (Bradfield – Suffolk, 1741-1820, scrittore, saggista, conoscitore di agricoltura, economia, problemi sociali) «condannava duramente la pratica di sfrondare il tronco lasciando soltanto un ciuffo di rami sulla cima dell’albero» (Keith Thomas, L’uomo e la natura, 1983, Einaudi 1994, p. 280). Questa è la brutta consuetudine milanese. Tagliano continuamente i rami bassi e a media altezza ingigantendo il timore di intralcio al passaggio degli autobus, riducono la figura della pianta a quella di uno scopino per la polvere. Di autobus ne potrebbero passare tre o quattro sovrapposti. (Milano, 17 maggio 2010)

Per il tema delle alberature nell’hinterland milanese vedi il mio Utopia metropolitana, 15 marzo 2003.

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