Un federalismo molto poco «demaniale»
Ugo Mattei
“Di fronte ai grandi gruppi privati italiani e internazionali che vogliono mettere le mani sul patrimonio occorrerebbe organizzare una difesa strenua “. Invece… il manifesto, 15 marzo 2010

Di una cosa c'è più bisogno oggi rispetto ad ogni altra. Istituzioni pubbliche legittime, forti ed indipendenti che perseguono il bene comune e non l'interesse di chi le occupa. È l'uovo di Colombo. Solo un grande sforzo comune, politico ed intellettuale, ci può consentire di immaginarle, per poi lottare insieme per la loro posa in opera. Soltanto questo sforzo può consegnarci qualche speranza in questa drammatica nuova escalation di saccheggio della finanza al bene comune.
Tracciare una nuova rotta ed indicarla al dibattito pubblico costituisce oggi non soltanto una novità politica assoluta ma perfino una vera e propria «buona azione civile» riconosciuta ed apprezzata come tale dai cittadini in modo del tutto trasversale ai partiti politici.
Già 420 mila firme
Ed in effetti i cittadini in massa stanno firmando ai banchetti dell'acqua bene comune (già 420.000 firme dopo tre settimane di raccolta!) dando conforto e speranza a quenti a questa nuova elaborazione istituzionale dedicano da anni la vita. E ancora i cittadini, a migliaia, firmano l'appello di Stefano Rodotà per la libertà di stampa, un altro bene comune sottoposto al saccheggio oligopolistico.
Ma il mondo intorno a noi, così come narrato dai temi trattati dal dibattito giornalistico e televisivo, dà ben scarsa attenzione a questo civile anelito di cambiamento. Ricevono piuttosto grande spazio, ma ben di rado in modo critico, gli ultimi assalti al bene comune, nella grande abbuffata del capitalismo politico-finanziario che balla, in preda al delirio provocato dalla sua malattia di sovrasviluppo, sul ponte scivoloso del Titanic che affonda.
Il «modello Paulson» (segretario al Tesoro di Bush) di uscita dalla crisi attraverso un salasso inflitto alle persone comuni per «salvare» le istituzioni finanziarie dagli effetti dei loro stessi comportamenti criminali, lungi dall'essere denunciato come saccheggio viene oggi riproposto in Europa come eroico salvataggio notturno dell'euro. Non lo denunciò Obama, che anzi lo ha adottato come metodo senza muovere un dito per salvare dall'evizione i milioni di proprietari sfrattati per non poter pagare il mutuo mentre i banchieri si spartivano la torta milionaria dell'aiuto pubblico.
Lo celebrano oggi, e si vantano pure del ruolo politico giocato dall'Italia per «chiudere l'accordo», i nostri politici e commentatori «di buon senso» di fronte al saccheggio del lavoro dipendente (in Grecia e Spagna per ora, in Italia fra pochissimo) per trasferire il bottino direttamente ai signori della finanza (che si divertono sulle montagne russe della borsa).
Se queste sono le emergenze, anche di fronte al tema «strutturale» della riforma federalista, prevale la medesima diffusissima logica del «prendi i soldi e scappa». Si scrive «federalismo demaniale» ma si legge ulteriore privatizzazione e saccheggio dei beni comuni. Infatti, il patrimonio pubblico in Italia, ancorché appartenente al più forte soggetto politico (lo Stato) è debolissimo nei confronti della pressione politica di chi vuole privatizzarlo per ragioni speculative. Semplici decreti di sdemanializzazione sono sufficienti per vendere la proprietà pubblica al privato aprendo un'autostrada per la privatizzazione.
Pubblico e privato sullo stesso piano
Ma quando ci si accorge di aver sbagliato, la via del ritorno dal privato al pubblico è un impervio sentiero lastricato di ostacoli giuridici perché la proprietà privata e l'indennizzo di mercato sono tornati ad essere riconosciuti come diritti fondamentali proprio dalle Corti Europee.
Non solo, i proventi della facile (s)vendita per decreto non sono vincolati ma vengono regolarmente impiegati per la spesa corrente e per pagare gli interessi sul debito pubblico. Interessi che oggi sono, per oltre la metà, dovuti a soggetti finanziari internazionali. Cifre enormi che gli italiani sborsano (recuperandole tramite la fiscalità generale e la svendita del patrimonio) e che finiscono immediatamente all'estero senza neppure sfiorare l'economia locale.
Sembrerebbe ovvio che, in queste drammatiche condizioni, le istituzioni nazionali dotate del potere di gestire ed alienare il patrimonio pubblico andrebbero rafforzate enormemente e non certo indebolite come invece avviene col federalismo demaniale.
Di fronte ai grandi gruppi privati italiani e internazionali che vogliono mettere le mani sul patrimonio pubblico (e l'acqua è solo un aspetto del grande saccheggio dei beni comuni) occorrerebbe infatti organizzare una difesa strenua affidandola al massimo possibile livello istituzionale. Occorrerebbe quantomeno introdurre per il demanio pubblico una tutela pari a quella di cui gode la proprietà privata applicando finalmente gli artt. 42 e 43 della Costituzione, che mettono proprietà privata e pubblica sullo stesso piano. Occorrerebbe almeno una riserva di legge dello Stato e un vincolo di utilizzo sociale dei proventi.
Altro che federalismo demaniale, una mossa che indebolisce ancora di più il pubblico rispetto al privato, schierando in modo suicida nel grande scontro con la speculazione finanziaria internazionale la squadra di riserva: enti locali squattrinati contro il grande capitale finanziario che vuole comprare tutto per quattro soldi!
Complimenti al commissario tecnico Roberto Calderoli.
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