La Città dopo il Diluvio
Fabrizio Bottini
Un'ampia e stimolante illustrazione (scritta per eddyburg) del dibattito a più voci raccolto nel libro La nuova urbanità, curato da P. Bonora e P.L. Cervellati.
Per una nuova urbanità. Dopo l’alluvione immobiliarista,a cura di Paola Bonora e Pier Luigi Cervellati, Reggio Emilia, Diabasis, 2009, € 21

Circola in questi giorni un curioso libro di psicogeografia, dove si narra di due viandanti più o meno smarriti fra svincoli, brandelli di campi, cani randagi, oasi rurali, quartieri popolari e capannoni. Il filo conduttore del pellegrinaggio , è l’oggetto del contendere fra i due pellegrini: si stanno aggirando dentro, attorno a una città, oppure attraversano vari incubi e allucinazioni, che solo i loro sguardi provano a ricomporre in qualche idea coerente di spazio e società?

A ben vedere, quello dei due pellegrini è un dilemma non solo del tutto legittimo, ma urgente. E che sicuramente potrebbe trovare parecchie risposte nella ricca raccolta di contributi pluridisciplinari curata da Paola Bonora e Pier Luigi Cervellati, Per una nuova urbanità. Dopo l’alluvione immobiliarista (Diabasis 2009).

L’alluvione che si cita nel titolo, pur coi ritmi travolgenti che specie nel nostro paese ha assunto nell’arco dell’ultima generazione, si inserisce nell’onda lunga dell’ideologia antiurbana novecentesca e degli apparati di crescita e trasformazione sociale che ha innescato. Il punto di svolta però, come ben sottolinea Paola Bonora sin dalle prime battute nel suo saggio introduttivo, si colloca più o meno nel processo di deindustrializzazione occidentale, e nel brusco travaso di investimenti nelle trasformazioni territoriali. Trasformazioni che, nonostante l’uso distorto e ossessivo del termine nella comunicazione di massa, di “urbano” non hanno conservato pressoché nulla. La fine della storia insomma ha innescato una tragica farsa, dove città e campagna smettono di esistere nella realtà concreta, per proiettarsi solo come immagini promozionali di una catena di consumi materiali e immateriali senza capo né coda. A meno di considerare i grassi bilanci di chi specula dall’oggi al domani, naturalmente.

Il meccanismo (perché di micidiale ingranaggio tritatutto si tratta) è quello già intuito dal direttore per il territorio della TVA, Earle Draper, negli anni ’30, e stigmatizzato da William Whyte nel secondo dopoguerra, dell’esplosione metropolitana detta sprawl. Esplosione appunto perché sostanzialmente estranea alla semplice crescita della città e sovrapposizione su parte della campagna. I due percorsi sociali storici che convergono a innescare la deflagrazione, ovvero la ricerca di migliori condizioni abitative e di maggiore spazio privato, trovano improvvisamente un catalizzatore nel modello di sviluppo industriale-consumista, fatto di competitività indotta, centralità ideologica della famiglia, frammentazione degli stili di vita. Un processo che in Europa, e nel nostro paese in particolare, non può neppure “giustificarsi” con il contesto storico, geografico, insediativo, e che appunto vede abbastanza bruscamente irrompere modelli e aspettative di investimento immobiliare a travolgere spazi e relazioni.

Il futuro potrebbe serbarci non “solo” di veder cancellate città e campagna, o esploso il sistema di aspettative e relazioni sociali, ma di dover rinunciare a elaborare qualunque prospettiva non di brevissimo termine. Conclude Bonora: “I rischi economici di un liberismo incapace di previsione sono sottolineati dalla crisi, ma la dimensione del problema è molto più profonda e coinvolge la società, le sue coordinate culturali, i sistemi di identificazione territoriale. Bisogna aprire gli occhi al più presto e ripensare la città in termini critici e propositivi. Le idee non mancano. Bisogna solo trovare il coraggio di applicarle”.
Appunto.

Così come non è stata certo cosa di ordinaria amministrazione veder ribaltati nell’arco di una generazione scarsa storici rapporti città/campagna, di sicuro non deve essere ordinaria l’elaborazione e attuazione delle idee. A partire dagli sguardi sul territorio, quello che chiamiamo, chi più chi meno, urbanistica. Urbanistica evidentemente oggi non in grado, neppure là dove le precondizioni apparivano migliori, di dispiegare strategicamente le proprie potenzialità.
Lo racconta brevemente Pier Luigi Cervellati nel secondo saggio introduttivo, dedicato all’ex paradigma di buon governo bolognese-emiliano, apparentemente ribaltato insieme a tutto il resto, dove “La città e il suo territorio negli ultimi decenni sono diventati la scena di una dissipazione collettiva di risorse”. È avvenuto cioè che si insinuasse pervasiva quella tragicomica interpretazione lost in translation dello sviluppo, inteso come pura crescita quantitativa, che applicata al territorio vuol dire in sostanza girare le spalle alle radici stesse dell’urbanistica, non certo nata dall’esigenza di far quadrare bilanci, ma di migliorare la qualità della vita. Obiettivo che ora pare proprio sfuggire a certi neo esegeti del progresso inteso come avanzare del fronte edificato, al massimo pronti a garantire le pari opportunità fra legittimi proprietari. Scelte le cui conseguenze in termini di degrado e consumo di suolo sono ben documentate dalle ricerche sullo sprawl bolognese (al libro è allegato un Cd che documenta anche questi aspetti).

Ma come provavo a spiegare poco sopra, l’alluvione è nata anche da cose buone e giuste, esigenze sacrosante, aspirazioni indiscutibili. E allora forse il percorso di lettura delle “idee che non mancano” potrebbe partire da lì. Ad esempio leggendo più o meno a ritroso i saggi del volume. A partire dalla Politica delle Città di cui tratta Chiara Sebastiani. Dove l’Autrice ci ricorda quanta differenza passi fra decidere e agire “per” la città oppure “nella” città, ovvero recuperare l’intergralità di approccio fra i due aspetti complementari di polis e urbs, la cui relativa estraneità, almeno dall’affermazione della centralità degli stati nazionali, sta alla radice di molti mali attuali. E il basso profilo di certa burocratizzazione dell’urbanistica troverebbe anche spiegazione in questo frammentarsi come pure il ruolo tutto sommato secondario che vengono ad assumere gli spazi pubblici nella composizione della città, nel momento in cui il loro adattarsi e riarticolarsi non corrisponde più la parallela evoluzione di essi in quanto strumenti di scambio e incontro, materiali e immateriali. In definitiva, “una globalizzazione fondata sulla completa divaricazione tra urbs e civitas, non può che portare alla scomparsa di quest’ultima”.

Proprio nel quadro di un rilancio della “politica della città” trova poi spazio adeguato e degno tutto il sistema oggi relegato in universi paralleli delle varie forme di partecipazione, dei significati cangianti che assumono i concetti di sussidiarietà, governance, delle politiche di genere, delle infinite sfumature e ruoli che riesce ad assumere il conflitto, come ci spiega nel suo percorso circolare storico-critico Micaela Deriu. E del resto appare evidente come certa modellistica partecipativa solo formale, come quella spesso applicata dalle archistar nei processi di riqualificazione urbana, sino alle cosiddette charrettes dei Nuovi Urbanisti per la ricostruzione di New Orleans, finisca per toccare più gli ambiti del marketing che quelli della politica.

Chiarita la centralità della politica, non solo verso una nuova urbanità, ma come componente integrante di tale nuova urbanità, può iniziare a entrare in campo un rinnovato ruolo della figura dell’urbanista. Che non può essere certo né il demiurgo pigliatutto annunciato per buona parte del Novecento, soprattutto dalla Carta d’Atene in poi, né una delle varie declinazioni del burocrate perequativo o intento a rivendicare qualche piuttosto improbabile autonomia scientifica a scelte che o sono settoriali, oppure dipendono dalla discrezionalità della politica “altra”. Un percorso possibile è quello prospettato da Edoardo Salzano, che apre il suo intervento proprio a partire dalla necessità di re-intrecciare i tre elementi costitutivi della città: spazio fisico, società, governo. Che non a caso poi caratterizzano ancora in modo tanto vistoso quanto resta della città tradizionale rispetto allo sprawl urbano-rurale, qualitativamente consolidato ben oltre l’accezione di villettopoli, magari occasione di ricucitura e iniezioni qualitative come spera esplicitamente certa cultura architettonica.

Riecheggia in certi modi, impliciti e meno impliciti, dall’intervento di Salzano, quell’idea di urbanistica complessa brevemente emersa nel dibattito europeo e italiano, prima con alcune correnti del movimento per la città giardino, e da noi con la proposta di alta scuola di “studi municipali”, poi accantonata a favore dell’INU fortemente marcato dall’orientamento professionale-accademico. Un’idea di urbanistica e urbanista che, pur rimasta sostanzialmente sospesa e priva di riscontro sperimentale, torna ciclicamente proprio nei momenti di maggior crisi di legittimazione del modello vincente. Ad esempio nella figura vagamente evocata sottotraccia da Salzano, di un intellettuale collettivo della città, i cui volti rispecchiano via via quello dei movimenti, dei soggetti portatori di istanze innovative, delle competenze scientifiche consapevolmente schierate ecc.
E del resto una simile complessità, assunta dalla ex figura di “architetto integrale” dominatore del ‘900, corrisponderebbe alla sfida di una realtà smisuratamente disgregata, così come la tratteggia Giuseppe Dematteis. Dove le strategie spaziali e decisionali tagliano davvero in contemporanea e di norma la dimensione globale e quella locale, senza ricorrere ad alcun artificio retorico. E dove la citata “politica delle città” deve andare ben oltre il solito programma di investimenti del grande nodo continentale per la concorrenza o complementarità ad altri nodi. Comportamenti e strategie si devono estendere a tutti i soggetti e livelli, sino a comprendere (come intuitivamente accade, ma in modo sistematico e diffuso) anche ad esempio gli aspetti delle reti immateriali.

Ciò detto, restano “solo” da individuare gli obiettivi di organizzazione territoriale, e gli strumenti per iniziare a perseguirli. E con le premesse tratteggiate sopra, forse inizia ad assumere tono meno vagamente utopico anche la ricomposizione del binomio città-campagna così come la delinea Alberto Magnaghi, implicitamente tesa a far convergere storia e innovazione, con una prospettiva che inquadra ambiente, economia e società locale in senso decisamente progressivo (e, altrettanto decisamente, lontano anni luce da certi predicatori di austerità altrui che ahimè non mancano nel dibattito sui temi ambientali). Complementare, su scala e obiettivi specifici diversi, il contributo di Anna Marson suggerisce per le trasformazioni fisiche un percorso che - se mi è consentito - vorrei accostare agli antichi ragionamenti fondativi di Raymond Unwin, e che lavora ancora in una prospettiva progressista su Stereotipi e archetipi di territorio, con espliciti riferimenti sia storici che al dibattito contemporaneo, non escluse alcune tracce di new urbanism. Nulla di più estraneo, comunque, a certe suggestioni di “recupero qualitativo” della città dispersa attraverso il progetto di architettura.

A chiudere idealmente il cerchio della riflessione, Massimo Quaini accosta su un piano teorico e interdisciplinare il pensiero di Françoise Choay e quello di Alberto Magnaghi; Roberta Borghesi riesamina il tema complesso del paesaggio nella prospettiva di un nuovo ruolo della campagna nell’auspicabile era post- sprawl; Angelo Turco, a partire anche da suggestioni di cronaca come il recente rudimentale attivismo degli organi dello stato nella ricostruzione in Abruzzo, propone per frammenti un’idea complessa di città che nello spazio e nel tempo è “grande bollitore in cui tutto sembra sgretolarsi e dove tutto incessantemente si rimescola”.
Ma questo percorso fra polis, urbs, urbanistica, dispersione, apparente trionfo e poi ammosciamento dell’orgia liberista che alimenta sprawl e degrado, lascia naturalmente aperta almeno una questione: quella introdotta dal sottotitolo della raccolta: Dopo l’alluvione immobiliarista.
Un “dopo” non solo ancora tutto da costruire nel programma e negli obiettivi, grazie anche alle riflessioni interdisciplinari proposte. Ma anche da verificare. Il diluvio, insomma (opinione strettamente personale) è cosa che va e viene, tocca coabitarci in un modo o nell’altro. Sicuramente auspicando il meglio, e costruendo attivamente nella scia dei detriti.

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