Una nuova proprietà per i beni comuni: è la sfida per la sinistra
Stefano Rodotà
Nell’intervista di Sara Farolfi un commento sulla questione oggetto della grande manifestazione di ieri per ll’acqua bene comune, e alle questioni di principio cui essa rinvia. Il manifesto, 21 marzo 2010
Sindaci che cantano «Bella ciao», i No Tav e i No Dal Molin con striscioni e cartelli per l'acqua pubblica, decine di comitati arrivati a Roma da tutta Italia per portare in piazza le loro battaglie ambientali. E poi associazioni e movimenti. In fondo al corteo i partiti della sinistra, il Pd quasi assente. Attorno al tema dei beni comuni la sinistra si ritrova compatta. E il Forum ora pensa al referendum

«Qui un popolo di soggetti là di spettatori, da una parte un corteo libero dall'altra una specie di piazza oppressa dal palco». C'è «un aspetto autoritario» della piazza berlusconiana di ieri che colpisce nel profondo il professore Stefano Rodotà, oggi presidente della commissione per la riforma dei beni pubblici, un aspetto che poi marca nel profondo la distanza dall'altra piazza, «perché il corteo sull'acqua è una rivendicazione dei diritti fondamentali e dei loro strumenti».

Perché allora, professore, il Partito democratico continua a rifugiarsi dietro la foglia di fico di una separatezza tra proprietà e gestione? Anche sull'acqua il concetto è: si privatizza il servizio, non il bene.

C'è in generale un'arretratezza culturale su questi temi che deriva da due fattori. Primo: si può distinguere tra proprietà e gestione, ma quando la gestione viene caricata di tanti poteri e soprattutto legata al profitto come nelle norme in questione, la proprietà, anche se formalmente resta «pubblica» sostanzialmente diventa «privata»: è la distinzione, che i giuristi hanno attuato da tempo, tra proprietà formale e proprietà sostanziale. Secondo: il bilancio delle esperienze di privatizzazione, anche nel settore dell'acqua, non è certo ottimale. Non ci si può sempre rifugiare dietro la strutturale inefficienza del pubblico per dire che l'unica via d'uscita è, formalmente o sostanzialmente, la privatizzazione. Sul Pd, ci sono due piccoli fatti istituzionali, di cui ha parlato ieri sul manifesto Roberto Placido, che vorrei sottolineare. Uno è l'iniziativa della regione Piemonte che ha approvato all'unanimità la presentazione in parlamento del testo della commissione da me presieduta. In senato poi quel testo, con qualche aggiustamento, è stato recepito in proposta di legge dall'intero gruppo del Pd. Va considerato un atto politico formale che impegna il Pd.

Sta per partire la campagna referendaria. Non c'è il rischio di un boomerang?

La legge di iniziativa popolare per l'acqua pubblica ha raccolto 400 mila firme, quindi è realistico pensare che non dovrebbe essere così difficile raggiungere le 500 mila firme necessarie. Naturalmente il rischio c'è sempre, soprattutto perché lo strumento referendario è stato abusato e logorato. Trattandosi però di un tema che riguarda la vita delle persone e l'organizzazione sociale non solo nazionale mi auguro che, anche dopo la prima fase di raccolta firme, ci sia un'assunzione di responsabilità con una marcata e deliberata presenza di partiti e movimenti in questa direzione.

Dopo le partecipazioni statali, e dopo la sbornia delle privatizzazioni, la questione dei beni comuni e della proprietà pubblica può segnare una ripartenza per la sinistra?

Deve farlo, perché i limiti delle privatizzazioni sono evidenti. Parlare di beni comuni oggi è un punto di partenza per ridiscutere il modo in cui affrontare il tema dei beni pubblici. E non a caso nei lavori della commissione si parla di beni comuni, ossia di una proprietà nè tradizionalmente pubblica nè tradizionalmente privata, che metta in evidenza gli interessi generali di una collettività, non necessariamente una comunità nazionale. È uno dei grandi temi che ridefiniscono, a livello nazionale e globale, l'organizzazione sociale.

Nei lavori della commissione l'acqua è «bene comune» e non «pubblico». Qual è lo statuto giuridico che sorregge la «proprietà comune»?

I beni comuni sono beni funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali e anche alla salvaguardia intergenerazionale. Bisogna andare oltre la storica distinzione tra proprietà pubblica e proprietà privata perché a fronte di due grandi categorie d'interessi - i diritti di chi c'è e quelli di chi verrà - il problema è l'individuazione di forme di gestione che rispondano a questi obiettivi. L'idea non è quella di far gestire l'acqua dalle solite società a capitale pubblico che hanno una componente privatistica, e dunque di profitto, ineliminabile. Pensiamo a delle «aziende speciali», con una loro autonomia e rilevanza pubblica. Naturalmente in queste «aziende speciali» il coinvolgimento non dovrebbe essere solo quello dei soggetti istituzionali tradizionali - regioni, province e comuni - ma ci dovrebbe essere un'articolazione ulteriore sfruttando anche gli spunti della Costituzione. Penso all'articolo 43 dove si dice che, ai fini dell'utilità generale, la legge può trasferire a comunità di lavoratori o di utenti imprese che si riferiscono a servizi pubblici o che abbiano carattere di preminente di interesse generale. Insomma, la discussione è aperta su questo punto, ma già nella costituzione lo schema tradizionale delle due forme di proprietà viene arricchito. Bisogna cambiare il codice civile, questo movimento dal basso obbliga a fare questo passo: avere pronti tutti gli strumenti affinché queste nuove forme di proprietà siano gestite conformemente alle finalità proclamate.

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