La cultura dell´illegalità
Guido Crainz
Da Tangentopoli a oggi: «il centrosinistra non seppe contrapporre alla trionfante antipolitica di Berlusconi e di Bossi le modalità limpide di una "buona politica", radicalmente diversa». La Repubblica, 4 marzo 2010
Appena un mese fa si erano largamente imposti i peana alla modernizzazione degli anni Ottanta e ai suoi profeti ma alcuni nodi di fondo sono presto riemersi in tutta la loro profondità e gravità. La fragilità di una rimozione non è stata infranta solo da qualche scellerata esultanza mentre L’Aquila crollava o dalle mazzette nascoste in un pacchetto di sigarette: è stata infranta, molto di più, dalla "illegalità ordinaria" che intercettazioni e indagini hanno portato alla luce.

È stata infranta dall’evidenza di un "sistema", per dirla con Denis Verdini: un "sistema" che ha riproposto ad un Paese molto distratto e quasi immemore alcune domande di fondo. Più di un elemento aggiunge ragioni di riflessione, e il confronto con Tangentopoli è talora illuminante. In quegli anni, ad esempio, non pochi indagati sostennero che "rubare per il partito" era un male minore, e la tesi improntò di sé frettolose proposte di amnistia e teoremi assai discutibili. Era un vero e proprio rovesciamento della realtà – la corruzione politica è un attentato alle istituzioni, molto più devastante di un furto privato – ma segnalava talora un disagio profondo: senza di esso non capiremmo appieno neppure i terribili suicidi di quei mesi. Si intrecciarono (e in qualche modo si nascosero a vicenda) la lacerante sensazione di un trauma e quella forte volontà di autoassoluzione di cui Craxi fu l’alfiere più lucido.

È stata quest’ultima a prevalere e a improntare di sé larga parte della memoria pubblica: appena un mese fa, appunto, la "riabilitazione" del leader socialista ha segnalato che un lungo percorso è stato compiuto in un breve volger di anni. Era un approdo preparato da tempo: in una narrazione diffusa le responsabilità di quel tracollo si erano progressivamente e sensibilmente spostate da Tangentopoli a Mani Pulite, dai corrotti ai giudici.

Ora quella narrazione mostra tutte le sue crepe e tornano di stringente attualità alcune delle questioni emerse fra anni ottanta e anni novanta, segnalate dall’impetuoso ed "estremo" imporsi della Lega Nord ben prima che dalle indagini giudiziarie. Si scorrano libri e riviste di quel torno di tempo (Se cessiamo di essere una nazione; La grande slavina; A che serve l’Italia?, e così via): li attraversa un sofferto interrogarsi sul modo di essere del Paese, non solo sui processi di corruzione che attraversavano il ceto politico. Naturalmente questi ultimi apparivano in piena evidenza, e gli anni Ottanta avevano segnato un rilevante salto di qualità. Vi era stato compiutamente in essi quell’affermarsi della tangente come metodo che lo scandalo petrolifero del 1974 aveva fatto emergere: la cultura della tangente – per citare un titolo di Giorgio Bocca – aveva ormai invaso o stava invadendo in modo irreversibile l’industria di stato e un numero crescente di amministrazioni pubbliche. Ed appunto Bocca, seguendo un processo milanese di metà decennio, coglieva «un profondo convincimento del ceto politico: le tangenti sono necessarie all’amministrazione come il lievito alla panificazione». Dal canto suo il Censis segnalava ed elogiava le energie che si sprigionavano dalla società ma avvertiva anche al loro interno un «annerirsi nel profondo della dimensione collettiva». Avvertiva l’affermarsi di una «dislocazione selvaggia e particolaristica in cui tutto c’è tranne moralità collettiva, coscienza civile, senso delle istituzioni».

Queste e altre riflessioni furono rapidamente rimosse e accantonate da gran parte dell’opinione pubblica nell’euforia che accompagnò il crollo del vecchio sistema politico. Ci si illuse che potesse trovare voce e spazio una robusta società civile e avesse così avvio una salvifica "seconda Repubblica": si scoprì presto che non era così. Si scoprì presto quanto pesassero ormai le tendenze e i valori che si erano corposamente affermati nel decennio precedente: la rivincita privatistica, le varie forme di deregulation legislativa ed etica, lo sprezzo per le regole e i vincoli collettivi, il trionfo di un "individualismo protetto" che chiede allo Stato il minimo di interferenze e al tempo stesso il massimo di "protezione". Tendenze libere ormai di affermarsi senza gli anticorpi solidaristici, politici e morali che le avevano contrastate sin lì: anche per questo poté largamente prevalere la proposta che si era confusamente delineata attorno al composito polo del centrodestra. Si affermarono e trovarono espressione politica, in altri termini, tendenze che si erano consolidate in un lungo percorso, nel progressivo indebolirsi di altri e differenti modelli che pure erano stati presenti nella storia della Repubblica.

Che cosa è successo in questi anni? Perché quelle tendenze sono state così labilmente contrastate e appaiono oggi molto più solide e pervasive di allora? Quali sono state le responsabilità dirette e indirette della politica? Un’analisi sommaria di alcune leggi volute dal centrodestra, e della cultura sottesa ad esse, fa comprendere bene quanto i messaggi della politica abbiano consolidato in modo prepotente quei processi. Si aggiunga la visione del mondo variamente esposta in più occasioni dal premier o la molteplicità dei segnali che sono andati nella stessa direzione, ma non ci si fermi qui. Si ripensi ancora, su un altro versante, alla crisi dei primi anni Novanta. In quel trauma il centrosinistra non seppe contrapporre alla trionfante antipolitica di Berlusconi e di Bossi le modalità limpide di una "buona politica", radicalmente diversa da quella – pessima – che aveva segnato l’agonia della Repubblica. Mancò l’occasione, forse irripetibile, di proporre una riconoscibile e netta inversione di tendenza, caratterizzata in primo luogo dalla trasparenza delle scelte e degli orientamenti, dal privilegiamento del merito e delle competenze, e così via. Dalla capacità cioè di proporre un modo diverso di "essere italiani", su tutti i terreni. "L’Italia che noi vogliamo" o "rifare l’Italia" sono rimasti slogan vuoti e disattesi. Immediatamente dimenticati dopo le campagne elettorali, e incapaci persino di caratterizzarle in profondità. Si sono logorate e consumate così in larga misura anche le potenzialità che il centrosinistra è stato pur capace di mettere in campo, dall’esperienza dei sindaci a quella delle "primarie". Ed è doveroso ricordare, infine, che non poche indagini giudiziarie lo coinvolgono ora direttamente.

Per questo una reale inversione di tendenza appare oggi molto più difficile di prima, e collocata più di prima nel lungo periodo. Per questo essa esigerebbe una radicalità intellettuale e politica di cui non si scorgono le tracce. Per questo sarebbe così necessaria.

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