Rifiuti di classe
Loris Campetti
Storie del capitalismo all’italiana, che ha cancellato la lotta di classe con l’aiuto di tanta “sinistra”. Il manifesto, 10 febbraio 2010
Martin Decu, operaio romeno di 47 anni, il 26 giugno del 2008 è stato ucciso dall'esplosione di un capannone a Scarlino, nel grossetano. Lavorava allo smaltimento di rifiuti, bombolette spray esauste. Smaltimento illecito, dicono le cronache giudiziarie. Martin, probabilmente, neanche lo sapeva e anche avesse saputo che quell'operazione era illecita avrebbe comunque obbedito al padrone, la Agrideco, che quel lavoro gli aveva affidato. Certamente l'operaio non sapeva che quei rifiuti e tanti altri smaltiti illecitamente da quelle parti venivano dal sito contaminato di Bagnoli, né sapeva che la porcheria che stava trattando aveva firme prestigiose, come Marcegaglia e Lucchini, né che il materiale che l'ha ucciso era targato Ferriere di Trieste e area portuale di Ravenna. Il saperlo, del resto, non avrebbe dato un senso alla sua morte. Forse, se l'origine di quello smaltimento fosse stata conosciuta, avrebbe avuto qualcosa di più di una notizia sulle pagine toscane del manifesto. Ma ormai, in era globalizzazione liberista, nessun lavoratore è in grado di ricostruire la filiera produttiva di cui è un anello, a Termini Imerese come a Scarlino.

Una quindicina di arresti e 61 indagati. Nell'elenco c'è il fior fiore del capitalismo italiano, a partire da da Steno Marcegaglia, presidente dell'onorata ditta omonima e padre della presidente di Confindustria. Un suo laboratorio avrebbe taroccato le analisi sui prodotti tossici da smaltire, per altro illecitamente. Poi c'è di mezzo Lucchini, altro nome importante della storia industriale prima bresciana poi italiana. E altri ancora.

Scarlino, Trieste, Bagnoli. E poi Ravenna, Piombino, e via producendo, inquinando, smaltendo lungo tutto il Belpaese. In una nota il gruppo Marcegaglia precisa che «i dirigenti interessati dalle indagini non ricoprono più da tempo gli incarichi originariamente loro conferiti». Questo sì che ci tranquillizza.

Quando Martin fu ucciso dall'esplosione nel capannone della Agrideco, la locale Rifondazione comunista aveva denunciato «l'avidità di guadagno» della ditta che costringeva i dipendenti a lavori illegali e pericolosi. Reagì indignato un gruppo di questi dipendenti, in difesa del padrone. Morale: quando viene meno il conflitto sociale e il capitale la fa da padrone, perdono - anche la vita - gli operai. E perde l'ambiente, cioè perdiamo tutti noi.

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