Lunga vita ai seimila patriarchi, sono i nostri alberi più antichi
Francesco Erbani
Un censimento dei nostri alberi secolari e, a volte, millenari. Da la Repubblica, 10 novembre 2009 (m.p.g.)
Li hanno chiamati Patriarchi. E come le figure bibliche alla guida del popolo ebraico, sono considerati i capostipiti nel mondo vegetale. I progenitori della natura. Sono alberi monumentali, per lo più secolari, qualcuno millenario: ora un archivio li raccoglie e ne racconta l’età veneranda, l’altezza, la misura del tronco e della chioma. Ognuno ha la sua scheda e la localizzazione precisa. Al momento gli alberi catalogati sono 5.327, divisi per regione e per provincia. Ma sulla base dei criteri fissati dall’Associazione Patriarchi della natura, con sede a Forlì, chiunque potrà arricchire l’archivio. La gran parte degli alberi hanno alcune centinaia di anni, ma poi c’è l’olivastro di Luras, in provincia di Oristano, il più antico di tutti, la cui età stimata è di 3.800 anni, è alto 11 metri e ha un tronco della circonferenza di 13. Appena più giovane è il castagno dei 100 cavalli, che di anni potrebbe averne 3.000: si trova a Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, è alto 14 metri ed è composto da tre fusti, cresciuti da un’unica ceppaia che misura 52 metri di circonferenza. Di fatto è un bosco.

Tutti insieme gli alberi monumentali riproducono la ricca mappa dei paesaggi italiani. Ne testimoniano gli strati nel tempo e la multiforme qualità culturale. Raccontano storie di botanica e di fatiche contadine. L’Associazione dei Patriarchi, presieduta da un agronomo, Sergio Guidi, è nata nel 2005 e ha raccolto i dati messi insieme nei decenni scorsi dal Corpo forestale dello Stato e da alcune regioni. Ha raffinato i criteri di selezione e ha allestito la galleria non solo a fini documentari, «ma anche per stimolare la tutela di questo patrimonio, protetto solo in parte da leggi regionali», spiega Guidi. «La conoscenza è alla base della salvaguardia, dobbiamo conservare questo germoplasma, cioè il materiale ereditario in grado di preservare la biodiversità. Queste sono le piante più idonee all’agricoltura sostenibile del futuro, le più resistenti e quelle che assorbono meno energia».

Giovedì a Roma verranno presentati due volumi dedicati ai Patriarchi da frutto dell’Emilia Romagna, la regione che con oltre mille esemplari censiti è la più ricca d’Italia (ne parleranno Vasco Errani, Corrado Barberis, Vittorio Emiliani, Desideria Pasolini dall’Onda e Fulco Pratesi). Seguono la Toscana (463), la Lombardia (424), la Puglia (403), la Sicilia (388).
Gli alberi vanno in archivio, ma a loro volta gli alberi sono un archivio. Attraverso un sistema di carotaggi si può accertare, spesso approssimativamente, l’età. Ma nel tronco, spiega Guidi, sono incise molte informazioni sull’ambiente che li ha circondati, sul tipo di vegetazione in cui sono stati immersi nei secoli, sul clima in cui hanno prosperato oppure sofferto, sul trattamento che hanno subito da parte degli uomini. La ricchezza dei dati che gli alberi possono offrire è uno dei criteri per entrare nell’archivio. Ma anche il loro valore simbolico è importante. Gli alberi sono protagonisti di miti e di cosmogonie. «Gli esemplari più grandiosi delle diverse specie hanno sempre suggestionato per il doppio ruolo di creature telluriche, con le radici innervate nella madre terra e nello stesso tempo celesti, con la chioma aerea nel cielo», dice Guidi.

Molti sono i Patriarchi gonfi di storie. Come il platano dei Cento bersaglieri di Caprino veronese (640 anni di età, più o meno), chiamato così perché - si racconta - cento bersaglieri si nascosero nelle sue immense chiome. O come l’olmo di Bergemolo a Demonte, in provincia di Cuneo, forse il più alto olmo d’Italia (26 metri), che si dice piantato da Napoleone e che, nonostante i 200 e più anni di età, continua a crescere. O, ancora, l’ulivo di Cicciano, in provincia di Napoli, che si dice originato da sementi portate milleseicento anni fa dall’orto dei Getsemani.

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