I partiti-colosseo
Nadia Urbinati
“Il privato è entrato prepotente nel pubblico e lo ha colonizzato e cambiato, proprio a partire dal linguaggio”. La Repubblica, 18 dicembre 2009
La politica è l’arte della coesistenza tra sconosciuti - persone che non si conoscono, che non si frequentano come amici o parenti e che sanno conversare senza dover sapere in anticipo le rispettive idee e, soprattutto, senza dover essere sempre d’accordo. La lingua che li unisce è quella che regola il loro discorso e che dà alle loro parole un significato che tutti possono comprendere perché non è segreto o per pochi iniziati, ma accettato per convenzione da tutti e consolidato con la tradizione. La politica è quindi anche il nome dello spazio che accoglie la parola-spazio che è pubblico perché non ci lascia entrare (o così dovrebbe essere) nelle vesti private alle quali affidiamo la nostra più intima identità, i nostri gusti, i nostri affari, i nostri sentimenti, le nostre scelte morali.

Le parole della politica sono parole del discorso ragionato anche quando convogliano interessi sociali e privati – e questo spiega perché in una democrazia matura nessun politico ha l’ardire di dire in pubblico che persegue interessi particolari (anche quando li persegue di fatto). Questa che i puristi chiamano "ipocrisia" è invece un’arte civilissima, quell’arte che ci costringe a modificare il nostro linguaggio quando siamo nella sfera pubblica, che ci induce a pensare in una forma che è tutto fuor che naturale e istintiva, difficile da apprendere e praticare. E l’esito di questa scuola è l’abito della cittadinanza, quel costume pubblico che ci fa comprendere cosa dire e come, quando dirlo e dove. Che ci fa comprendere che le parole servono a tenere aperta la comunicazione anche quando dissentiamo, che servono a farci capire e a interagire per trovare ragioni per assentire e dissentire, infine per decidere pro o contro.

L’arte della parola, che è arte della politica, non teme il dissenso né la partigianeria. "Partigiani amici" erano i cittadini ai quali Machiavelli pensava quando ragionava su come una città libera articola la propria vita pubblica. Non "partigiani nemici", i quali non sanno come i primi distinguere tra inimicizia privata e dissenso politico, tra antagonismo e odio totale, tra minoranza/maggioranza per elezione e perdenti/vincitori come in guerra. La lotta politica democratica assomiglia certo a una battaglia senza armi e sangue; una battaglia di idee e con parole. Ma non è battaglia meno difficile – semmai è più impegnativa e richiede una virtù che solo i cittadini democratici possiedono: la capacità di ascoltare e di rispettare l’avversario.

In questi anni ininterrotti di transizione verso una democrazia dell’alternanza matura e senza risentimenti, abbiamo progressivamente disimparato l’arte della parola pubblica perché abbiamo appreso a disistimare la politica. Il privato, con tutto il peso che si porta dietro, è entrato prepotente nel pubblico e lo ha colonizzato e cambiato, proprio a partire dal linguaggio. I programmi televisivi ne sono il segno più evidente e inquietante. Anche quando sono fatti con lo scopo di discutere di problemi d’attualità, sono vere e proprie corride, più interessate a fare largo ascolto che a costruire opinione – anche perché hanno col tempo abituato gli spettatori a desiderare lo scontro più che il dissenso pacato, a volere la demolizione dell’avversario, diventando una pessima scuola per la cittadinanza. Uomini politici e dello spettacolo si sono affermati al pubblico largo grazie all’uso studiato di un linguaggio volgare che non fa prigionieri. E così, l’avversario è diventato oggetto di offesa e dileggio, mentre l’amico di partito è diventato un alleato acritico.

Ciò che ha cambiato la scena pubblica italiana – lo spazio pubblico – è stata questa giornaliera pratica di mala educazione della cittadinanza, di trasformazione del discorso politico in un’arte tutta privata, come è quella appunto del divertimento e dello spasso. Ma le regole del gioco democratico si adattano all’agora non al colosseo. Si combatte di fiorino non di piccone: ci si confronta sulle cose non fatte, da farsi, o fatte male; su scelte sbagliate o necessarie; sui problemi che sono quelli ai quali tutti pensiamo, dal lavoro alla sanità, dalla scuola all’integrazione degli immigrati, dalla religione nello spazio pubblico all’ambiente. Di fronte a questi problemi, che sono i problemi della nazione grande, lo spazio del discorso dovrebbe essere un’agora di cittadini che vogliono sapere e capire, che non si accontentano delle dichiarazioni roboanti e vogliono poter ragionare e controbattere. Fuori da questo spazio c’è quello che vediamo sotto i nostri occhi: reazione totale, violenza verbale e reale. Ma qui si ferma la ragione, perché di fronte all’atto esemplare di aggressione la parola è muta e impotente. Ed è di parole che invece vive la società democratica.

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