Il male maggiore
Tito Boeri
Lo scudo fiscale è un atto di inciviltà fiscale e sociale che premia i disonesti - banche ed evasori - e provoca gravi danni erariali. Da la Repubblica, 30 dicembre 2009 (m.p.g.)
Secondo il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, l’operazione scudo fiscale merita il 10 e lode. Si vede che siamo a Natale. La legge era talmente semplice che ci sono volute ben 50 circolari e note esplicative dell’Agenzia delle Entrate per chiarirne il contenuto. Le circolari fiscali normalmente servono a illustrare i contenuti della legge e ad assicurarne un’applicazione uniforme. Ma in questo caso sono andate ben al di là del testo di legge, di fatto espropriando il Parlamento delle sue funzioni e mettendo in grave imbarazzo gli uffici locali chiamati a scegliere fra rispetto di una legge vaga e applicazione di circolari che ne travalicano abbondantemente il contenuto. Hanno, inoltre, cambiato le regole in corso d’opera, quando già in molti erano ricorsi allo scudo, in barba al principio dell’uniformità di trattamento. Che questo principio fosse tenuto assai poco in conto, lo ha dimostrato il dulcis in fundo dell’operazione, la proroga del "termine improrogabile" per fruire dello scudo.

Ci sarà ora tempo fino a primavera per beneficiarne con un modico aggravio. E tutto lascia intendere che, se ai primi caldi ci fosse nuovamente bisogno di cassa, si prorogherà ulteriormente l’improrogabile. Ma forse il voto generoso del titolare della semplificazione non si deve tanto alla semplicità e certezza della normativa, quanto al respiro di sollievo tratto dal ministro nell’apprendere di poter rimandare di qualche mese scelte difficili in campagna elettorale. Sarà un caso, ma l’annuncio dei risultati del condono (95 miliardi con un gettito per lo Stato di 4 miliardi e 750 milioni) è andato di pari passo a quello del rinvio dei tagli delle poltrone degli enti locali che, imposto dall’alto, suonava assai male nella legislatura del federalismo e nei territori presidiati dalla Lega.

Un governo convertito in fine d’anno ai buoni sentimenti, all’amore e all’onestà, dovrebbe, a questo punto, limitarsi a incassare i soldi dello scudo, senza arrossire troppo, cercando magari di invocare qualche attenuante, come il ministro Brunetta, che ha parlato dello scudo come, tutto sommato, di un «male minore». Ben diverso, invece, il tono del comunicato del ministro del Tesoro sui risultati dello scudo fiscale. Narra di uno «straordinario successo», di un grande «segno di forza del Paese» e di una prova di «intelligenza», forse riferendosi alla prontezza con cui gli evasori hanno ritirato il dono loro gentilmente concesso. È, invece, l’intelligenza di milioni di italiani ad essere stata pesantemente insultata da questo comunicato. Per ottenere subito, una tantum, meno di 5 miliardi (lo 0,5 per cento della spesa pubblica corrente ogni anno) si è consentito agli evasori di mettersi definitivamente in regola, preservando l’anonimato e versando meno del 10 per cento di quanto avrebbero dovuto pagare altrimenti.

Si sono così causati danni ingenti all’erario. Se è vero, come recitato nel comunicato del Tesoro, che grazie all’azione intrapresa dai governi in questi mesi il «tempo dei Paradisi fiscali è finito», vuol dire che lo Stato ha con lo scudo rinunciato a recuperare ben 45 miliardi dalla lotta all’evasione. E anche se non fosse vero che i paradisi fiscali sono stati debellati, e che in assenza dello scudo, sarebbero rientrati solo 10 di questi 95 miliardi, lo Stato avrebbe comunque subito con questa operazione una perdita di gettito. Senza poi contare le entrate future compromesse dalla rinnovata consapevolezza che in Italia gli evasori non solo la fanno franca, ma addirittura vengono sistematicamente premiati. Ogni condono è un’istigazione a evadere in attesa del prossimo condono.

Chi potrà brindare sono, oltre agli evasori, le poche banche che amministreranno i capitali scudati. Secondo le stime di Alessandro Penati su queste colonne, hanno ottenuto da questa operazione circa 10 miliardi di ricavi puri. Cosa ne faranno di queste entrate straordinarie, per loro piovute dal cielo? Le utilizzeranno per finanziare qualche bene pubblico (istruzione, ricerca, ricostruzione dell’Aquila) o per sostenere le imprese italiane, alleggerendo la stretta creditizia in atto? Ne dubitiamo, a meno che qualcuno glielo imponga. Ben altre sono infatti le strategie di chi otterrà ricche commissioni su questi capitali. Oggi si tagliano gli impieghi con una mano mentre, con l’altra, si continuano a distribuire gli utili e si ripristinano i bonus ai manager come se niente fosse, invece di pensare a ricapitalizzare le banche per rafforzare la loro posizione patrimoniale.

Quanto ai detentori delle somme scudate, difficilmente questi investitori cambieranno le loro scelte di portafoglio ora che i capitali sono "rientrati" in Italia. Le virgolette sono d’obbligo perché nulla ci garantisce che i capitali siano davvero rientrati dopo un lungo soggiorno all’estero. Al contrario, si narra di decine di evasori che, alla notizia del nuovo condono, hanno trasferito il «nero» di tante piccole imprese lombarde armi e bagagli (nel senso di bagagliaio delle loro automobili) in Svizzera per poi rimpatriarlo, imbiancato per sempre grazie allo scudo. Bene ricordarsi che lo scudo fiscale del 2002 non ha avuto alcun impatto sulla bilancia dei pagamenti, a riprova del fatto che non c’è stato vero rientro dei capitali in Italia.

Per tutti questi motivi lo scudo non è neanche un male minore. È purtroppo e tristemente un male maggiore. Si tratta di un atto di inciviltà, che premia gli evasori e offre un’amnistia a chi ha commesso reati quali l’occultamento di documenti contabili e le false comunicazioni sociali. Come notava Massimo Bordignon su lavoce.info è stato varato mostrando al contempo la faccia feroce ai contribuenti onesti che, avendo dichiarato l’imponibile, usano il ravvedimento operoso per spostare in avanti il pagamento delle imposte, in una situazione di crisi economica e carenza di liquidità. Lo scudo è una misura che ha già causato forti perdite di gettito allo Stato italiano e che altre, ancora più ingenti ne provocherà in futuro. Per minimizzare i danni ulteriori di questo ennesimo condono ci vuole ora, subito, un segnale forte di discontinuità. Non bastano certo le promesse, sempre disattese, di non fare nuovi condoni. Ci vuole un impegno cogente, difficilmente reversibile. Che bello se il primo atto di questo clima, speriamo non solo natalizio, di conciliazione nazionale fosse un piccolo emendamento alla nostra Costituzione che vieti ulteriori condoni fiscali o edilizi, nonché «scudi fiscali» di ogni tipo, genere e denominazione!

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