Anni settanta. L'esito non scontato della grande trasformazione
Gianpasquale Santomassimo
Intelligenti osservazioni su un decennio di cui spesso si parla a vanvera, a proposito di due libri di Crainz e De Luna. Il manifesto, 9 dicembre 2009
Lotta continua è stato il gruppo all'apparenza meno intellettualistico, tra quanti sono nati dopo il Sessantotto, per stile, pratiche e fraseologia, ma è stato quello che ha prodotto più intellettuali e comunicatori. Anche grazie a questo ha esercitato una sorta di egemonia nella memoria di una parte attiva della generazione che ne aveva attraversato l'esperienza. Egemonia talvolta ingombrante, al punto da suscitare il luogo comune (ingiusto) di una lobby politico-culturale; tradizione minore che nel tempo si è in gran parte fusa in una koiné tardoazionista che è l'ideologia più riconoscibile e individuabile nella cultura di una sinistra ormai post-socialista.

Una esperienza che ha prodotto anche molti storici, di grande valore. Due di essi, Guido Crainz e Giovanni De Luna, presentano oggi libri diversissimi nell'impianto (Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell'Italia attuale, Donzelli, pp. 241, euro 16,50; Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, euro 17,00. Di quest'ultimo ha scritto David Bidussa il 4 Novembre), ma che sono accomunati da un tentativo molto impegnativo di definizione degli Anni Settanta. Che è l'oggetto stesso del libro di De Luna, ma è anche elemento centrale e nuovo di un ragionamento più ampio di Crainz sulla storia repubblicana.

Entrambi parlano di «anni '68» per definire il decennio, in qualche misura sganciando l'evento dal contesto degli anni Sessanta, del quale è conclusione, e legandolo agli sviluppi del decennio successivo. La periodizzazione adottata da Crainz è per la verità più impegnativa, proponendo un'unica cornice che abbraccia il ventennio che va dal miracolo economico alla fine degli anni Settanta, blocco unico di una «modernizzazione» italiana che sfocia negli anni Ottanta (dove verranno alla luce, senza più ostacoli, tendenze presenti sin dall'inizio della «grande trasformazione»). Questo imporrebbe un forte ridimensionamento degli «anni '68», del peso e del valore di quella esperienza: eterogenesi dei fini, lavorare per il re di Prussia, e tutte le altre metafore correnti che potrebbero venire in mente...

Lo spettro delle regole

In primo luogo si potrebbe osservare che non si tiene nel dovuto conto come le istanze, sacrosante, di libertà, soggettività e diritti individuali si muovessero sempre in un quadro di riferimento di socialità. E dove mi sembra anche che l'esito finale suggerisca una retrodatazione di tendenze e di pratiche, niente affatto scontate o acquisite nel corso del processo.

Anche qui, e in misura più marcata che negli ampi e fortunati studi precedenti di Crainz - Storia del miracolo italiano (1996), Il paese mancato (2003) - la partita sembra giocarsi e concludersi all'inizio del ciclo, con la sconfitta del primo centrosinistra che segna la fine della stagione riformatrice. Niente programmazione, niente legge urbanistica, avvio di uno sviluppo senza regole e non governato. È questo il «paese mancato» a cui alludeva il titolo ispirato dal giurista Dante Troisi. Assenza di regole che da quella falsa partenza giunge fino a noi, divenendo nel tempo slavina e poi valanga che tutto travolge. La critica al Sessantotto, in Crainz come in De Luna, è anche quella di non aver saputo proporre e introdurre nuove regole che sostituissero le vecchie che venivano scalzate (rilievo per la verità singolare se rivolto a un movimento di contestazione: c'era una classe dirigente, c'era un governo in questo paese? E poi forse di regole ne abbiamo anche troppe, mentre è drammaticamente deficitaria lo loro osservanza, ma questo rinvia assai più all'etica pubblica che non al quadro normativo).

C'è molto di vero nella centralità attribuita al ridimensionamento dei programmi del primo centrosinistra, che è del resto notazione unanime in tutta la storiografia che è tornata su quegli anni. Ma va anche detto che è proprio a partire dagli anni immediatamente seguenti che si apre la stagione più incisiva nell'esperienza riformatrice della società italiana. Di fatto nel decennio 1969-1979 abbiamo le riforme più importanti, non solo sul terreno civile, ma su quello sociale e istituzionale. Proviamo ad elencare, sia pure in maniera incompleta e disordinata: Statuto dei lavoratori, ordinamento regionale, legge Basaglia, obiezione di coscienza, divorzio e aborto, voto ai diciottenni, sistema sanitario nazionale, liberalizzazione degli accessi all'università, comunità montane, eccetera: e non ultima la tanto deprecata «scala mobile», destinata ad essere rapidamente sterilizzata e poi soppressa negli anni successivi.

Le riforme dimezzate

Non convince il modo di presentare (e svalutare) queste riforme, già presente nel Paese mancato, ma qui reso più esplicito dalla stringatezza necessaria dell'esposizione: «Si pensi alle Regioni (1970), clonazione dei difetti dello Stato centrale, alla riforma della Rai (1975), che introduce non il pluralismo ma la sua degenerazione partitocratica; o alla riforma sanitaria (1978), costellata di sprechi e storture per la lottizzazione selvaggia». Questi limiti saranno pure autentici e vistosi, ma ci troviamo di fronte a una intelaiatura di stato sociale e di governo delle autonomie su cui ancora in gran parte si regge ciò che resta della democrazia italiana, mentre negli Stati Uniti un presidente tenta con difficoltà di introdurre un timido sistema sanitario statale.

Certo tutto questo non avviene come frutto di un piano dall'alto, a cui ormai si è rinunciato, ma come adeguamento a spinte sociali, che configura però un risultato non incoerente e non vissuto come tale dalla maggioranza dei cittadini. E del resto è stata questa la dialettica particolare del meccanismo riformatore nell'esperienza repubblicana, dalla riforma agraria in poi. È anche da notare come alcune delle riforme più qualificanti e coraggiose intervengano nella seconda metà degli anni Settanta, che la memoria modellata sull'esperienza di Lotta Continua attribuisce già compattamente a sconfitta e riflusso.

In quegli anni non c'era un governo che presiedeva a un piano riformatore, anzi si occupava (male) dell'ordinaria e fin troppo straordinaria amministrazione, ma c'era un parlamento - presieduto con grande spirito costituzionale da Pietro Ingrao - che legiferava liberamente e senza vincoli ferrei di maggioranza. Assemblearismo, scriveranno alla fine del decennio gli opinionisti della Loggia P2, gli stessi che parleranno di egualitarismo, anziché di eguaglianza. Ma non era piuttosto il normale funzionamento di una democrazia parlamentare? Fuori e dentro l'orbita governativa le spinte della società trovavano una sia pur parziale risposta, e il revirement del Psi craxiano sarà alla fine esiziale non solo sul piano dell'etica pubblica, ma anche nel porre fine a questa particolare dialettica repubblicana.

Ma è proprio il tema dell'eguaglianza che bisogna rimettere al centro del discorso per un giudizio storico sugli anni Settanta, che rischiano di restare nell'immaginario corrente sospesi tra demonizzazione degli «anni di piombo» e pappa del cuore dei militanti delusi. La questione fondamentale è che quel decennio fu l'unico in cui la forbice tra le classi sociali si assottigliò sensibilmente nella storia repubblicana, per riprendere a crescere nel decennio successivo fino agli eccessi dell'ultimo quindicennio.

Di tutto questo fu certamente parte l'esperienza di Lotta continua, anche se i veri protagonisti furono innegabilmente altri, come riconosce una memoria attenta e sensibile quale quella proposta da Giovanni De Luna. Nel suo libro, molto bello da leggere e molto sofferto nell'elaborazione, il gruppo trova la sua esemplarità in quanto luogo «in cui precipitarono le percezioni diffuse... un senso comune che spontaneamente serpeggiava in tutto il movimento».

La glaciazione dopo la sconfitta

È una memoria non solo di gruppo, ma anche, consapevolmente, molto «torinese», che inizia col ricordo dei militanti morti, discute della sottile linea fra ribellione e violenza, intreccia rievocazioni storiche e riflessioni attuali proiettate nel passato, come è proprio di una memoria viva. Nel ricordo quella esperienza emerge come «un sentimento assoluto di verità», innestato su «una rigidezza dottrinale altrettanto ossessiva», che dava luogo a molti (troppi) abbagli, riscattati dalla generosità dell'impegno e della militanza. Tutto sprofonderà nella «glaciazione degli anni '80», preludio dell'Italia del XXI secolo, che nasce all'indomani della sconfitta operaia alla Fiat. Da allora «l'impressione è quella di essere precipitati in un presente enormemente dilatato, in grado di ingoiare sia il passato che il futuro».

Retrospettivamente l'esperienza viene riassunta nel tentativo di dar vita a un «progetto avanzato di democrazia inclusiva», col limite di poggiare su un «lessico politico ancora totalmente novecentesco», che suscita oggi una sensazione di «straniamento» nel rileggere giornale e documenti.

Non si vede in realtà come avrebbe potuto essere diversa una esperienza nata all'apice del Novecento, e prima che la sua aura declinasse. Se mai, colpiscono oggi i residui sette-ottocenteschi di quella cultura. E colpisce, in particolare, la completa rimozione della lunga e intensa infatuazione per i colonnelli portoghesi, tutt'altro che casuale, in quanto in essa precipitava un modello storico ben preciso, quasi un Cln armato e giacobino in grado di «superare» la democrazia parlamentare.

Lo scioglimento di Lotta Continua avverrà in effetti nel novembre 1976, quando il suo giacobinismo si infrangerà contro lo scoglio dei nuovi movimenti. Lo scontro con il nuovo femminismo sarà più crudo e lacerante di quanto venga qui rievocato, e il Settantasette, se avrà come bersagli più vistosi Lama, il Pci e il sindacato, metterà in discussione anche e soprattutto la pratica politica e l'orizzonte teorico dei gruppi dei primi anni Settanta.

I diritti sociali dimenticati

Entrambi gli autori, Crainz e De Luna, si richiamano con forza alle intuizioni di Pier Paolo Pasolini, che è quasi divenuto per antonomasia il profeta inascoltato della nostra decadenza prima, della nostra abiezione poi. Ma al momento della scomparsa di Pasolini, nel 1975, stavano scomparendo le lucciole e le classi popolari stavano perdendo l'antica saggezza contadina, ma la televisione non era ancora il nuovo fascismo, bensì un servizio pubblico molto dignitoso che aveva contribuito all'unificazione e all'elevazione culturale degli italiani, e, soprattutto, il «popolo» non era irrimediabilmente corrotto dalla società dei consumi, ma proprio attraverso l'acquisizione di primi elementi di benessere e diritti sociali era divenuto cittadinanza democratica, organizzata e strutturata, che interveniva e modificava i rapporti di forza nella società.

La sinistra non ha saputo interpretare la realtà che mutava, affermano a ragione entrambi gli autori, ed è un giudizio più volte pronunciato e su cui tutti, credo, possono convenire. Si tratta di capire però il sottinteso che è spesso nascosto dietro questa constatazione. Contrastare, correggere o adeguarsi? L'omologazione sarà la scelta finale, per molti festosa e liberatoria.

Ma la «grande trasformazione» italiana non preludeva necessariamente agli esiti che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo.

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