Sfregio all'Appia
Francesco Erbani
Strada a parte, il novanta per cento del territorio è oggi dei privati, e qualcuno dice che pensare di acquisirlo tutto è da ipocriti. L' Ente Parco ha confezionato un piano regolatore per l'intera zona e il Soprintendente Adriano La Regina lo ha bocciato con durezza.

L' ambientalista e il Soprintendente: la guerra è appena all'inizio. Anzi manca ancora l' atto ufficiale di dichiarazione. Ma la posta è altissima. Sono in gioco il destino della via Appia antica e chi dovrà governare l' immenso territorio che la circonda: tremilacinquecento ettari, un pezzo di campagna romana che infila il verde brunito dei pini a ombrello dentro la città,dai Castelli fino a Porta San Sebastiano e di lì al Circo Massimo,ai Fori e a Piazza Venezia, facendosi largo in mezzo a zone dove più sfacciata è stata la speculazione edilizia e trascinando mausolei, sepolcri e colombari della Roma repubblicana e imperiale.

I contendenti. Su un fronte è schierato l' ente che gestisce il Parco dell'Appia, guidato da Gaetano Benedetto, ambientalista di consumata esperienza, vicepresidente nazionale del Wwf. Sull' altro è attestato Adriano La Regina, da ventisei anni soprintendente ai Beni archeologici di Roma, uomo tenace e ruvido, tutore inflessibile, che il grande prestigio in Italia e all' estero tengono saldo al suo posto nonostante i numerosi tentativi di scalzarlo. La miccia è innescata. L' Ente Parco ha confezionato il "Piano di Assetto" dell'Appia, in pratica il piano regolatore dell' intera area. E' un documento atteso da decenni, per il quale il povero Antonio Cederna avrebbe invocato il Padreterno affinché gli fosse concesso qualche anno in più di vita. Il Piano è alle limature finali: deve essere consegnato alla Regione nelle prossime settimane e dopo una serie di passaggi avrà valore di legge. Ma su di esso piovono dalla Soprintendenza una quantità di osservazioni negative. La Regina ha incaricato tre illustri esperti (il botanico Carlo Blasi e gli urbanisti Italo Insolera e Vezio De Lucia) di esaminare il documento. Che è stato bocciato: le previsioni contenute, si legge in una lettera che La Regina ha spedito a Benedetto,«costituirebbero danni gravissimi al patrimonio di interesse universale dell'Appia Antica». Punto e basta. Il parco dell'Appia ha la forma di un cuneo che si stringe man mano che arriva al cuore della città. Nonostante tutto è ancora un prodigio. In una giornata come questa, con il cielo terso e la luce fredda, brilla il verde scuro delle alture ondulate, sormontate dai cipressi. Si chiama parco, ma ha ben poco di un parco. Men che meno di un parco pubblico (come il Piano regolatore di Roma, approvato nel 1965, auspicava dovesse diventare): il novanta per cento del territorio è privato, recintato da alti muraglioni che occultano tombe e ninfei. Pubblica è solo la strada, o quasi. E' qui uno dei principali punti della contesa. La Regina sostiene che l' essenza del parco è il suo patrimonio archeologico e che non si deve rinunciare all'obiettivo di acquisire pezzo dopo pezzo tutta l' area. E' un cammino lungo e costoso (una media fra i quaranta e i cinquantamila euro a ettaro — ottanta, cento milioni di lire). Ma La Regina pensa in grande: «Nessuno di noi vedrà il lieto fine di questa storia: ci vorranno cento, duecento anni? Non capisco perché bisogna rinunciare. L'Appia è fra i più grandi comprensori paesaggistico archeologici del mondo. Se lo Stato non fa uno sforzo a lunga scadenza per l'Appia, per cos'altro deve farlo?». Niente espropri, per carità di Dio. Niente vessazioni contro i privati. «Lo Stato può esercitare il diritto di prelazione su molti terreni», suggerisce La Regina. «Abbiamo acquistato così la Villa dei Quintili e quella dei Sette Bassi e recentemente un appezzamento di quasi un ettaro dietro la tomba di Cecilia Metella. L' importante è avere di mira l' obiettivo e concentrare gli sforzi di tutti, autorità centrali e locali, in questa direzione». Sugli entusiasmi di La Regina, coltivati nei decenni con Cederna, Vittoria Calzolari e Italia Nostra, cala una doccia gelata: nella bozza del Piano d' assetto, la scelta di rendere pubblica tutta l'Appia fissata nel ‘65 viene definita "ideologica e ipocrita". Non si esclude di acquistare altri terreni (molti proprietari, si dice, sarebbero dispostissimi a vendere). Ma quell' orizzonte svanisce. E anzi il problema si ribalta: le previsioni di acquisto sono diventate irrealistiche e nel frattempo, mentre sull' Appia vigevano vincoli rigidissimi di inedificabilità, non è mai corrisposta un' adeguata vigilanza contro gli abusi che nel corso dei decenni sono cresciuti fino a raggiungere il milione di metri cubi. Quindi, dicono all' Ente Parco, bisogna seguire un' altra strada. Ma quale? Risponde Benedetto: «Bisogna distinguere, dentro l'Appia, fra zona e zona. In alcune devono rimanere il rispetto assoluto e il divieto a non edificare. In altre, dove si svolgono attività agricole, dobbiamo consentire delle costruzioni minime per incentivare le coltivazioni biologiche, che servono a una migliore manutenzione dei tratti di campagna romana. Dobbiamo coinvolgere nella tutela i proprietari, solo così l'Appia potrà essere salvaguardata per davvero». Sentir parlare di sfruttamento agricolo, pur non intensivo, dell'Appia, procura a La Regina un attacco d'orticaria. «L'Appia non è una tenuta come un' altra, dove si fa dell' ottimo latte», sibila. L'Appia è l'Appia, ripete Rita Paris, dirigente della Soprintendenza: «Nel piano non si prevedono zone di riserva integrale e invece si propone di trasformare l' Appia in un luogo di promozione economica e sociale. Addirittura parlano di un marchio doc per i prodotti, come se il marchio dell'Appia non fosse già contenuto nel suo patrimonio. E poi guardi qui, all' altezza della chiesa del Domine Quo Vadis è previsto persino un allargamento della strada». Si fronteggiano due modi diversi di intendere la tutela. Due diverse formazioni culturali. Una visione più integrale e una più pragmatica. Persino due caratteri. Anche il Piano di Assetto contiene previsioni ambiziose. Per esempio ricucire alcuni territori strappati interrando in un punto la linea ferroviaria, in un altro un tratto dell'Appia nuova, che è quasi un emblema del caos urbanistico romano. Ma il giudizio della Soprintendenza resta severo: «Se prevalesse questa linea la gestione del parco sarebbe solo dell'Ente e noi per scavare dovremmo chiedere l' autorizzazione». I nodi da sciogliere sono intricati. Nel frattempo l'Appia deve vivere. E passi per i casali ottocenteschi o le ville primi Novecento e persino per quelle degli anni Cinquanta: da queste magioni, abitate dagli Zeffirelli, le Lollobrigide, i Fiorucci, i Greco (quelli della catena Baloon), da una crema di professionisti e costruttori si alzano lamenti alla Soprintendenza perché il fondo stradale che di nuovo sfoggia il basolato antico fracassa gli avantreni delle Bmw. Il fatto è che il parco dell'Appia non è un parco perché è una specie di paradiso dell'abuso. Oltre il raccordo anulare, poi, lungo i bordi dell'Appia si ammassano gli scarichi di calcestruzzi e le macchine scorrazzano senza ritegno, parcheggiano sotto un sepolcro, o, inservibili, giacciono con le loro carcasse puzzolenti a fianco di una stele. Quando cala il sole arrivano gli spacciatori, si traffica con le batterie e gli spinterogeni rubati e si radunano a gruppetti le vecchie prostitute romane di fattezze felliniane che quasi non si vedono più da nessun'altra parte. Mauro Veronesi è di Legambiente ed è consulente del Parco. Gli abusivi dell'Appia li conosce uno per uno. Fra il 1974 e il 1999 sono stati costruiti illegalmente quaranta campi da tennis, sette piscine, trentacinque abitazioni, quattro campi di calcetto, uno di baseball e uno di bocce, una pista di pattinaggio, due piazzole per il tiro con l'arco; ma soprattutto quarantaquattro capannoni industriali, dieci piazzali per l' esposizione di auto, ventotto magazzini commerciali, trenta edifici per uso agricolo, novantadue orti. «E' una quantità di cubatura pari a cinque Hotel Fuenti», commenta Veronesi, «con circa tremila nuove auto che circolano per l'Appia». Chiusa l'era delle ville per cinematografari, qui impera l'abusivismo commerciale. Si sfrutta la principale qualità dell'antica strada romana, gioiello dell'ingegneria repubblicana (fu progettata nel 312 avanti Cristo), quella di collegare rapidamente il centro dell'Urbe, il Lazio e il Sud Italia. Pur avendo scarse competenze di urbanistica dei primi secoli, Salvatore Bonanno ha ritenuto che il luogo migliore per impiantare la più grande concessionaria romana della Hyunday fosse qui, in un bellissimo fienile ottocentesco, dietro la tomba di Geta. Dalla strada non si vede granché, ma se si sale sul tetto dell'edificio di fronte, una cartiera dismessa dove ha sede l'Ente Parco, si resta senza fiato: sul retro del fienile, rubando terreno al Parco della Caffarella, sono sistemate un'autofficina, un deposito di pezzi di ricambio, un autolavaggio e uno spaziosissimo piazzale colmo di macchine luccicanti al sole. Tutto l'immobile è di proprietà del Comune di Roma, che pur avendo dato la disdetta dieci anni fa, continua a incassare l'affitto. Contemporaneamente i vigili, che dipendono anche loro dal Comune di Roma, hanno denunciato Bonanno per una sfilza di abusi. Ma il giorno stesso in cui arrivarono le ruspe per demolire una costruzione, arrivò a Bonanno anche la residenza, nell'edificio da abbattere, per sé e per la vecchia zia: come si fa a buttar giù una casetta con due persone che ci abitano? Sono infinite le coincidenze che agevolano la vita di Bonanno. Per esempio quella di avere come avvocato un ex vigile. O quella di vedersi trasferito il numero civico del fienile-concessionaria da una circoscrizione all'altra (e con il numero civico anche le pratiche per gli abusi, che ripartono daccapo). O infine quella di farsi sostenere da Forza Italia, per la quale si candida, senza successo, alle elezioni circoscrizionali. L'Appia non è tutta così. Dietro la Hyunday si estende la valle della Caffarella, che in buona parte è pubblica (132 ettari) ed è percorsa da viali che costeggiano il ninfeo di Egeria e si spingono fino al monumento che Erode Attico costruì per la moglie, Annia Regilla. Più a sud si allunga la tenuta della Farnesiana, con i suoi tre casali e la cupola di San Pietro che spunta da una siepe. E verso l' Ardeatina luccicano gli olmi e i pioppi di Tor Marancia. Qui era previsto che sorgessero due milioni di metri cubi di cemento, ma l'amministrazione di Walter Veltroni ha deciso di convertire l'area a parco pubblico. Nessuno ci credeva. Salvo quel testardo di La Regina, aiutato dai comitati sorti fra l'Ardeatina e la Garbatella, che a furia di chiedere la luna, qualche volta riesce a ottenerla.

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