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Piero Bevilacqua
Le ragioni di un Convegno
25 Novembre 2009
A che serve la storia?
La relazione di apertura del convegno “A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità”, Roma, La Sapienza, 24-25 novembre 2009

Le scienze della riparazione.

L’esigenza di questo Convegno, il bisogno di una riflessione collettiva sui saperi del nostro tempo, muove da diverse ragioni. Esso nasce innanzi tutto da uno stato di profondo disagio. E’ il disagio che genera l’osservare le tensioni e i mutamenti che attraversano oggi le Università d' Europa. Il processo di unificazione del Vecchio Continente ha investito negli ultimi anni le strutture dell’alta formazione trascinandole in un vortice di innovazione continua. [1]Ma questa non ha interessato la qualità dei saperi, il rapporto fra le discipline, la natura della formazione. E' una innovazione che riguarda le pareti esterne dell’edificio. Un rovello riorganizzativo che punta all' omogeneità e all’uniformità delle procedure, alla misurazione e quantificazione delle prestazioni, di docenti e discenti, alla fissazione dei criteri di valutazione del merito. Il telos di tale incessante processo riformatore è l’adeguamento delle vecchie strutture formative delle Università ai bisogni di efficienza e di capacità competitiva che il sistema economico chiede alla società e al mondo della scienza. Esso domanda un supporto sempre più ravvicinato ai sui ritmi, alle sue necessità e congiunture, e quindi preme costantemente per una più stringente funzionalità strumentale dei saperi, per una loro più plastica aderenza alle necessità della macchina produttiva e dei consumi. [2]

Diciamolo con la schietta chiarezza che l'intera vicenda merita. Negli ultimi 15 anni le classi dirigenti europee hanno chiesto all’Università dei diversi stati di adeguare le loro strutture alle richieste, ai miti, all'ossessione economicistica di una stagione ideologica del capitalismo contemporaneo. Una stagione ideologica - potremmo dire oggi col linguaggio di Popper - “falsificata” senza appello dal fallimento economico e finanziario in cui ha precipitato il mondo. Com'è noto, l’Università, i ceti intellettuali più diversi, il mondo politico, hanno sostanzialmente ubbidito alle sirene di questa ideologia nella sua versione di riforma didattica. Anzi, con poche eccezioni e proteste, hanno aderito alla richiesta con convinzione e perfino con slancio.

Ma nelle innovazioni che hanno investito l' Università – e che ancora la agitano e la tormentano con un flusso interminabile di cambiamenti normativi e procedurali – non è dato rintracciare nessuna interrogazione profonda sullo stato dei saperi nel nostro tempo, nessuna seria preoccupazione sui caratteri e i bisogni delle scienze contemporanee. Né tanto meno sulle questioni relative al loro studio, apprendimento, trasmissione, se non dal lato puramente tecnico e organizzativo. Didattico, come vuole il linguaggio tecnico corrente.

Eppure, proprio questo è oggi il cuore più profondo della questione: quali saperi si impartiscono nelle nostre Università? Qual è il grado della loro presa e rappresentazione del mondo reale? Come si è trasformata e ristretta, sotto le pressioni della macchina economica, la natura della loro utilità sociale? Quale spazio conservano i saperi disinteressati, le conoscenze finalizzate alla formazione umana e spirituale delle nuove generazioni?

Due grandi e drammatiche evidenze rendono oggi più immediatamente visibili le ragioni di simili interrogazioni.La prima riguarda la grave alterazione degli equilibri naturali della Terra e il riscaldamento climatico in corso. Qui si possono misurare le conseguenze della frantumazione disciplinare delle scienze consumatasi nel corso del Novecento. Tutte impegnate a indagare un ambito sempre più ristretto e ravvicinato di realtà, nessuna di essa è stata capace di uno sguardo globale, nessuna si è accorta, se non tardi, degli effetti generali che il proprio separato operare – a servizio della macchina produttiva - ha sugli equilibri generali del mondo vivente.

L’uso industriale dei gas clorofluorocarburi, ad esempio, che lacerano l’ozono atmosferico e hanno portato a minacciare la vita sulla terra[3], costituisce forse la prima e più clamorosa messa in evidenza di questo squilibrio fra la potenza delle singole applicazioni disciplinari e la conoscenza degli equilibri generali della biosfera.

Certo, in questo caso la scienza chimica, responsabile del danno, è poi intervenuta ed è venuta a capo del problema. Ma lo ha fatto in funzione riparatrice, intervenendo dopo la rottura degli equilibri precedenti. Ed è questo, di fatto, il modello del comportamento della scienza oggi: intervenire per riparare le alterazioni che la separatezza e l’unidimensionalità delle discipline applicate all’economia di volta in volta producono. Quale scienza si era accorta , per gran parte dell'età contemporanea , che ciascuna per suo conto, contribuendo allo sviluppo economico, cooperava anche al fenomeno generale del riscaldamento della Terra? Né la fisica, né la chimica, né la geografia, né la botanica, né la geologia né la biologia. Tutte chiuse nel proprio ambito disciplinare, operando ciascuna su frammenti del corpo smembrato della natura, solo sul finire del XX secolo alcune di queste si sono accorte di che cosa stava accadendo all’atmosfera terrestre.

Oggi l’IPCC – l’organismo voluto dall’ONU per studiare il cambiamento climatico e che riunisce migliaia di scienziati di diverse discipline - ubbidisce anch’esso a una logica di riparazione, di intervento post-factum. E tuttavia esso mostra anche un modello utile per un cambiamento di paradigma delle scienze. Il dialogo tra i vari saperi per lo studio di un fenomeno complesso, che abbraccia in equilibri multiformi quella speciale totalità che è il clima, è anche un modello di riorganizzazione possibile del sapere scientifico nel tempo presente. Ma esso deve cessare di essere un modello di emergenza e di riparazione. Deve diventare ex ante una modalità della ricerca, della formazione e della trasmissione del sapere in tutte le nostre strutture formative.

Siamo ovviamente consapevoli che la disintegrazione disciplinare del sapere scientifico non è fenomeno recente. Esso ha origini lontane, nella fondazione stessa della scienza moderna. Come ha ricordato Edgar Morin nel suo tomo I de La méthode, “ La fisica occidentale non ha solamente disincantato l'universo, essa l'ha desolato “.[4] Gli ha sottratto la vita e dunque la totalità delle connessioni che legano inscindibilmente il vivente. Uno dei principi costitutivi del paradigma scientifico moderno- ha ricordato ancora Morin - è il “ Principio di isolamento e di separazione nei rapporti fra l’oggetto e il suo ambiente”[5] E così la scienza ha percorso la strada dell'isolamento e dell'astrazione dei fenomeni per strappare i segreti alla natura, manipolarne i frammenti al fine di poter sperimentare, indagare, scoprire.

Ora non si può certo disconoscere che tale strada sia stata coronata dal successo.L'intera società industriale, con le sue ombre ma anche con i suoi enormi vantaggi sociali, sarebbe impensabile senza quel successo scientifico. La potenza raggiunta dalle scienze contemporanee è, per tanti versi, stupefacente. E tuttavia oggi siamo meno abbagliati dal suo splendore, siamo necessariamente spinti a coglierne i lati oscuri e inquietanti.

E' indiscutibilmente giusto rammentare che per buona parte dell'età contemporanea la scienza, pur al servizio delle classi dominanti, è stata anche portatrice di quel potere emancipatorio che sempre accompagna il diffondersi della conoscenza e le acquisizioni culturali, i progressi tecnici che liberano l'uomo dalla fatica, dalle schiavitù naturali. Ma oggi tale orizzonte di emancipazione universale è scomparso alla vista. Anche la scienza si è come dissolta negli impulsi frammentari e disordinati del cosiddetto libero mercato. Il suo fine sociale generale appare non più visibile, mentre si erge davanti a noi, sempre più inquietante, la dismisura del potere della tecnica sul vivente. La natura è già interamente sottomessa, ma è tale sottomissione che ci tiranneggia con nuove dipendenze. Oggi è l’avanzare di questo dominio la sorgente di tutte le minacce che incombono su di noi.

La tecnica non pensa.

Lo sviluppo della scienza, subordinata sempre di più alle ragioni della produzione capitalistica, ha portato ad un esito oggi evidente. Per dirla ancora con Morin, col tempo si è passati dal “manipolare per sperimentare” allo « sperimentare per manipolare “. Sicché “i sottoprodotti dello sviluppo scientifico – le tecniche – sono diventati i prodotti socialmente principali“ [6]

Occorre infatti riconoscere che all'interno del sapere scientifico opera una tendenza profonda, che è diventata sempre più manifesta e incontenibile nel tratto finale dell'età contemporanea. Tale tendenza è per l'appunto la trasformazione della scienza in tecnica, il trasmutarsi del pensiero in procedure replicabili in laboratorio, la metamorfosi della conoscenza generale e disinteressata in procedimenti che danno vita a dispositivi, congegni, materiali, beni, merci. Tutte le conoscenze generali delle singole discipline – dalla fisica alla botanica, dalla biologia alla genetica – esaurita la fase teoretica di fondazione, o di esplorazione di determinati ambiti, precipitano e “degenerano” in tecnica. Ma si tratta di un fenomeno che è inseparabile dal contesto e dallo svolgimento storico in cui esso si è venuto realizzando. Esso esprime un processo materiale, più volte segnalato da Marx, della scienza che diventa” prodotto intellettuale generale dell'evoluzione sociale”[7], parte integrante del modo di produzione capitalistico, che incorpora nei suoi scopi tutti i saperi generati dalla divisione intellettuale del lavoro e tutte le tecniche che la macchina industriale va accumulando.

Agli inizi del '900 Heidegger aveva colto, dal suo particolare punto di vista filosofico, questo aspetto del modo di essere e di procedere della scienza. Egli aveva finito col definire quest'ultima – con evidente parzialità e forzatura, ma cogliendone la tendenza profonda - “ una modalità della tecnica” [8]Ma ad Heidegger dobbiamo anche una testimonianza esemplare del modo in cui la scienza praticata e insegnata si presentava nelle istituzioni del suo tempo:

Gli ambiti delle scienze sono lontani l'uno dall'altro. Il modo di trattare i loro oggetti è fondamentalmente diverso. Questa moltitudine di discipline, tra loro così disparate, oggi è tenuta assieme solo dall'organizzazione tecnica delle Università e delle Facoltà, e conserva un significato solo per la finalità pratica delle singole specialità. Ma il radicarsi delle scienze nel loro fondo essenziale si è inaridito e spento.[9]

Dove per “fondo essenziale” credo si possa intendere l'unità del sapere, le ragioni profonde e generali dell'umano interrogare.

Ovviamente, la situazione denunciata da Heidegger – che tra l'altro si applicava a uno dei migliori sistemi universitari europei – oggi è profondamente mutata. E non certo in meglio. E' cambiato soprattutto il grado e il modo – per dirla con le parole anticipatrici di Marx – della “sussunzione della scienza al capitale”. Vale a dire il grado di subordinazione del sapere scientifico alle ragioni della produzione industriale.[10] Oggi noi abbiamo di fronte non soltanto il pieno dispiegamento di un fenomeno ben visibile già ai tempi di Marx: le scoperte scientifiche e le innovazioni tecniche che entrano nell'industria , esaltano la potenza produttiva del capitale, emarginano sempre più il lavoro che ha storicamente prodotto quel capitale. Non è soltanto l'impresa che si serve delle conoscenze e delle tecniche prodotte dalle Università e dai centri pubblici di ricerca. Ma è la tecnoscienza che si è fatta impresa. La scienza si è messa in proprio come macchina produttiva diretta finalizzata al profitto .

Siamo di fronte a un fenomeno assolutamente inedito nella storia delle società umane. Molte corporation transnazionali fondano oggi tanta parte della loro supremazia economica sulle scoperte e i brevetti dei propri, autonomi gabinetti scientifici. La ricerca biotecnologica oggi si presenta generalmente come una impresa. Noi assistiamo a una disseminazione privatistica della tecnoscienza senza precedenti, che pone problemi nuovi al potere pubblico, alle forme del diritto, sfida gli assetti tradizionali della democrazia.

Ora, in una breve introduzione non si può procedere che per accenni. E tuttavia, per nella limitata economia di queste riflessioni, non possiamo non gettare almeno un rapido sguardo ad alcuni caratteri per così dire epocali della tecnica nel tempo presente. Noi non possiamo certo tacere, né dimenticare in quale orizzonte di dismisura, di rottura e conflitto con le ragioni della vita, si è collocata la scienza e la tecnica nella seconda metà del '900. A volte per lo squilibrio drammatico tra la potenza manipolativa delle singole tecnoscienze e la conoscenza degli equilibri della biosfera. Ne abbiamo già accennato a proposito del buco dell'ozono e del riscaldamento climatico. Ma la dismisura, il travalicamento dell '“istinto di sopravvivenza”[11] degli uomini è avvenuto ancora prima per scelta deliberata della ricerca scientifica. La costruzione della bomba atomica è la svolta che fa epoca. La possibilità di annientare la vita umana sulla terra che i fisici hanno offerto al potere politico-militare resta un vulnus incancellabile e irriversibile della tecnoscienza contemporanea. Nel suo saggio su La bomba atomica e il destino dell'uomo Karl Jaspers ha descritto con poche e decisive parole questo passaggio drammatico nella storia umana :

In ogni tempo la tecnica è servita per la conformazione costruttiva dell'ambiente, ma in ogni tempo anche per la distruzione. Oggi le possibilità tecniche hanno compiuto il salto, dalle distruzioni isolate alla distruzione totale di ogni forma di vita sulla terra.[12]

Certo, tanta potenza distruttiva non è oggi in mani private. Anche se il fatto che essa sia sotto il controllo dei poteri pubblici non sempre e mai del tutto può rassicurarci. Ma oggi sono in mano private potenze manipolative in campo biologico e genetico che pongono problemi inediti di sicurezza, controllo, trasparenza. Oltre a dischiudere scenari inconsueti su questioni etiche di prima grandezza. Nessuno può infatti dimenticare quel che può oggi la tecnica sui viventi umani, dal momento che siamo entrati nell'“epoca della riproducibilità tecnica della vita”. [13]

L'economia come tecnica della crescita.

La seconda evidenza che sta alla base delle nostre interrogazioni – e dunque al fondo delle ragioni che motivano il presente convegno - riguarda un'altra dismisura della tecnica in età contemporanea.

Ci riferiamo all'economia, alla scienza economica. Siamo sufficientemente informati che questo campo del sapere è oggi attraversato da incursioni e deviazioni dal suo main stream che ne arricchiscono, sia pure ai margini, il pluralismo. Chi non sa che da tempo, ad esempio, esiste anche una environmental economy con diverse scuole e tendenze? E sappiamo bene che non mancano certo i singoli grandi economisti in grado di travalicare l ' unidimensionalità disciplinare del loro mestiere. Ma l'economia che domina il nostro tempo, ispira la condotta dei governi e delle istituzioni internazionali, domina nelle banche centrali, nelle Università, nelle riviste specializzate, nella divulgazione giornalistica ha subìto un mutamento evidente. Essa ha cessato da tempo di essere una scienza sociale. Nelle sue espressioni dominanti l'economia è diventata “ una tecnologia della crescita “. Una pura tecnica dell'andare avanti, dell'incremento senza sosta del PIL. E la tecnica – e qui ci permettiamo di riprendere e modificare Heidegger – “ la tecnica non pensa”.

Ora, lo stato presente di questo sapere trasformato in tecnica, merita una breve riflessione. Oggi è possibile osservare che esso procede verso il suo fine con sempre meno riguardo per ciò che la crescita economica produce nella condizione umana del lavoro, nelle giunture della società, nelle relazioni fra gli individui, negli istituti della democrazia, nella cultura e nelle psicologie collettive, nella vita privata delle persone, nel fondo spirituale della nostra epoca. E' come se esso si fosse ritagliato un ambito iperspecialistico, affidato alla sofisticata strumentazione di modelli matematici, lasciando ad altri saperi il compito riparatore delle distruzioni che compie nel suo procedere. Lo stesso operare post-factum delle altre scienze.

Ma tale modello appare poi in tutta la sua inoccultabile distruttività nei rapporti con il mondo naturale. Tutto il pensiero economico moderno che giunge fino a noi è figlio di un gigantesco meccanismo di rimozione della natura dal processo di produzione della ricchezza. Ancora oggi esso non è disposto se non a vedere nel mondo fisico che “ un potenziale da dischiudere con mezzi tecnici”[14] Un potenziale esterno, un illimitato deposito che di volta in volta appare come utensile, materia prima, energia. Eppure la vita economica, la produzione di beni e merci, altro non è – per dirla con le parole dello studioso che ha più profondamente pensato su questi temi, Hans Immler - che “ il movimento e lo svolgimento di un processo di natura (Naturprozeβ ) “ [15] . Tutto ciò che chiamiamo economia non è, in ultima istanza, che manipolazione del mondo fisico, cooperante insieme al lavoro - fornito da quell'essere naturale che è l'uomo - a produrre i beni circolanti nella società.

Ora, la scienze economiche dominanti sono ancora interamente segnate da questo peccato originale: esse ignorano di fondarsi su un mondo fisico di cui sconvolgono gli equilibri locali e planetari, di operare all'interno di una biosfera che ha sue regole e limiti ancora inesplorati. Esse non soltanto fingono di non vedere la finitezza del mondo, la limitatezza delle risorse disponibili per proseguire nella corsa, ma ignorano di alterare gravemente quella complessa “ eco-organizzazione” del mondo vivente a cui diamo il nome di natura, e a cui sono interamente subordinati anche gli uomini , esseri pur sempre naturali malgrado la loro potenza tecnica.[16]

La rimozione del mondo naturale dal campo visivo del pensiero economico moderno costituisce uno dei più stupefacenti miracoli che l'ideologia capitalistica della rimozione è stata in grado di produrre. Ma oggi essa non può più nascondere lo scacco storico di una scienza. Osserviamo, en passant, che il pensiero economico non è stato ancora in grado neppure di abbozzare una teoria della riproduzione della natura, della rigenerazione degli immensi materiali e beni che produzione e consumo richiedono costantemente. Esso contempla solo la riproduzione di due fattori: il capitale e il lavoro. E invece pensa e rappresenta la natura non come fattore destinato anch'esso alla riproduzione, ma come una cava, un fondo esterno sfruttabile all' infinito. Per questo oggi - di fronte alla compromissione di alcuni cicli riproduttivi delle risorse ( l'acqua, la terra fertile) e al riscaldamento climatico[17] – appaiono con tanta evidenza i fallimenti predittivi di un sapere settoriale e separato, privo di una visione olistica del mondo.

Sotto questo particolare, ma rilevantissimo profilo, ci prendiamo la responsabilità di affermare che l'economia come scienza, è un sapere in buona parte obsoleto, una moneta di pregio, ma fuori corso, una sopravvivenza dell'era industriale finita nel secolo scorso. Allorquando trionfava la grande finzione di un mondo fisico illimitato. E tale giudizio – mi sia consentito rammentarlo - riguarda quasi interamente le culture economiche ufficiali oggi in circolazione, anche quelle ispirate da paradigmi e valori progressisti. Se l'economia non incorpora in un nuovo sistema di pensiero la conoscenza della natura – quella natura che non solo è centrale nel processo economico, ma è al tempo stesso il mondo complesso, fragile e finito che ospita i viventi - rimane un sapere mùtilo, anche se accoglie in sé il vasto spettro dei fenomeni sociali che esso alimenta. Resta pur sempre drammaticamente insufficiente in un'epoca in cui lo sconvolgimento ambientale si pone già esso stesso come fenomeno economico di incommensurabile portata.

Ora, questa scienza non solo soffre della parzialità settoriale che ha limitato per secoli gli orizzonti di tutte le altre discipline. Nel corso della seconda metà XX secolo e ancora oggi essa ha signoreggiato tutti gli altri saperi, subordinandoli ai suoi modelli di plasmazione della vita sociale e di organizzazione del potere e delle istituzioni. Si è guadagnata una sovranità senza precedenti non solo nel mondo del potere economico e finanziario, ma anche, ovviamente, nelle Università, nei centro-studi, nella pubblicistica scientifica, nella stampa, nei media. Mentre l' ossessione della crescita economica l'ha trasformata in una ideologia del dominio, ispiratrice della cultura del breve termine, dei tempi sempre più accelerati del produrre, consumare, inquinare, vivere.

Ma non è tutto. La potenza manipolativa conseguita dalla scienza – o meglio, dalla sempre più rapida utilizzazione tecnologica delle sue scoperte – dà all’industria e in genere alle attività produttive delle società industriali una capacità senza precedenti di alterazione del mondo vivente. Questa capacità, in mano a potenze private sempre più grandi, è ispirata e orientata da un sapere divenuto una tecnica. E' questo dispositivo del produrre e consumare che fornisce oggi all' homo oeconomicus i mezzi per alterare gli equilibri del pianeta come mai era avvenuto in tutte le epoche passate.

Questa disciplina, nata come economia politica all'interno della cultura umanistica nella seconda metà del XVIII secolo, è entrata nel campo delle scienze cosiddette esatte e nella seconda metà del '900 ha sostituito la fisica come Big Science nelle società dell'Occidente. Sempre di più la sua invadenza imperialistica nella società e nelle istituzioni culturali ha sottoposto a severo scrutinio tutti gli altri saperi, ha chiesto ad essi ragioni della loro utilità. Ma non una utilità sociale generale, ma una utilità economica, sempre più immediata, sempre più strettamente subordinata ai tempi stretti e veloci della redditività economica. I saperi umanistici sono stati così messi nell'angolo, costretti a indietreggiare, a giustificarsi, a offrire spiegazioni del proprio operare, del proprio valore di mercato. La filosofia, la storia, la letteratura, l'arte a che servono, quali sono i loro ritorni, a quale mercato del lavoro devono servire? Sono ancora oggi queste le richieste che sentiamo risuonare sulla scena pubblica.

Una nuova centralità dei saperi umanistici

Ebbene, credo che sul piano strettamente teorico e culturale la legittimità di tali richieste sia ormai interamente naufragata. Siamo a un passaggio d'epoca che rende lo scacco storico delle scienze tradizionali non più occultabile. Oggi sono i “ saperi inutili” che devono interrogare. Sono essi che oggi ritrovano nuove e potenti ragioni di critica e di giudizio. Costituirebbe un segnale di grave arretramento di civiltà se oggi non fossero i saperi umanistici ad uscire dall'angolo e a porre essi, all'economia, e a tutte le altre tecnoscienze, domande fondamentali.

Come è stato possibile, nel giro di pochi decenni, trasformare un orizzonte di prosperità crescente, per lo meno nelle società industrializzate, in un avvenire dagli esiti sempre più incerti e inquietanti? Da quali cause discende la trasformazione di un dominio sempre più vasto degli uomini sulla natura in una generale minaccia ai viventi? Per quali ragioni le prospettive globali si presentano oggi come minaccia: dalla qualità del cibo alla continua ricorrenza delle pandemie? Com'è possibile che nelle società più ricche cha mai siano apparse nella storia umana l'ossessione che asservisce le persone è quella di produrre e consumare sempre di più? Che cosa giustifica il fatto che la prosperità dei Paesi ricchi – mentre lascia centinaia di milioni di persone nella miseria e nella fame nel Sud del mondo– non si traduca in accrescimento spirituale, in umana liberazione, in mitezza delle relazioni, ma alimenta rancori, paure, conformismi, conflitti etnici, svuota le democrazie , favorisce torsioni autoritarie nelle gestione del potere?

Potremmo anche porre delle domande più precise e mirate. Perché nelle Facoltà di Economia oggi dominano discipline tutte curvate a servire immediatamente le imprese, i bisogni mutevoli delle tecnologie e del mercato del lavoro, i caratteri più aggressivi dell'economia del nostro tempo? Chi dà uno sguardo ai piani di studio della Facoltà di Economia non può non rimanere stupito della presenza di così tante economie aziendali, di marketing, di matematica finanziaria. E quali economisti vengono plasmati da simili curricula? E che cosa sapranno mai questi giovani economisti europei della società in cui l'economia si svolge, di come essa trasforma le relazioni sociali, di che cosa accade al lavoro umano? Non è il lavoro, ancora oggi, componente essenziale del mondo produttivo e dei servizi? E perché mai è del tutto assente una storia del lavoro, una sociologia del lavoro in queste Facoltà? E da quale disciplina questi giovani economisti apprenderanno mai ciò che l'economia che essi sono chiamati ad alimentare e servire produce nella società dei paesi poveri, sotto forma di mercati asimmetrici, di saccheggio delle risorse naturali, di asservimento del lavoro indigeno, di indebitamento finanziario? E come potranno, questi nuovi cittadini e intellettuali dell'Europa unita, comprendere le cause profonde del sommovimento di popolazione che da vari angoli della Terra si muove verso di noi in cerca di lavoro, di condizioni più umane di vita? Non dovrebbe rientrare tale gigantesco processo in atto nello studio dei fenomeni economici? O lo lasciamo ad altri specialismi, ai demografi, ai sociologi, agli antropologi perché lo studino ciascuno per proprio conto? Ma non è anche da questa frammentazione e divisione dei saperi che procede la presente ingovernabilità del mondo ?

Non dobbiamo dunque chieder conto della sua parzialità e frantumazione conoscitiva a una scienza che ha dominato interamente il corso della nostra società? Non dobbiamo denunciare la sua crescente inadeguatezza a cogliere i fenomeni sempre più interrelati e sempre più globali che dobbiamo affrontare? Eppure la limitatezza di tale approccio, di tale orizzonte di razionalità, appare sempre più evidente. Come ricordava Edgar Morin, con tale procedere:

I grandi problemi umani scompaiono a vantaggio dei problemi tecnici particolari. L'incapacità di organizzare il sapere sparso e compartimentato porta all'atrofia della disposizione mentale naturale a contestualizzare e a globalizzare.

L'intelligenza parcellare, compartimentata, meccanicista, disgiuntiva, riduzionista, spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, separa ciò che è legato, unidimensionalizza il multidimensionale. E' un'intelligenza miope che il più delle volte finisce con l'essere cieca.[18]

Noi l'abbiamo appena visto all'opera questa “intelligenza cieca”. La crisi in cui si dibatte l'intera economia mondiale e la gigantesca perdita di ricchezza che ne è seguita è figlia legittima di questo sistema di razionalità. E' davvero degno di nota il fatto che tutta la raffinata ingegnosità matematica, la costellazione luminosa di algoritmi costruita dai cervelli della finanza internazionale negli ultimi anni, sia stata assolutamente incapace di predire alcunché. E' rimasta cieca davanti alla catastrofe che avanzava. Eppure si tratta di tecniche che fondano sulla previsione, sulla divinazione del futuro, tutte le loro ragioni operative, oltre che la loro superbia intellettuale. Perfetta e completa prova che le più sofisticate creazioni della tecnica economica sono chiuse in gusci specialistici, utensili ciechi destinati al fallimento di fronte all'indomabile complessità del mondo.

Ora, per concludere, ritorniamo al centro del nostro tema con qualche considerazione di prospettiva. Anche se le istituzioni universitarie tardano a prenderne atto, è fuor di dubbio che oggi le scienze sono attraversate, grazie soprattutto all'ecologia, da una tensione al dialogo fra di esse sempre più significativa[19]. Sapere delle connessioni che intercorrono fra i viventi e fra questi e il loro habitat, l'ecologia non può più essere ignorata da nessuna disciplina. Nessuna di esse può più isolare i fenomeni strappandoli dal contesto complesso in cui essi si svolgono. Si tratta di una conquista del pensiero umano da cui non si torna indietro. E senza dubbio tale dialogo apre nuove prospettive di collaborazione con le culture umanistiche, con la filosofia, innanzi tutto, ma anche con la psicologia, con la storia, l'antropologia. Nuovi scenari possono dischiudersi per la ricerca, nuovi e diversi interrogativi possono porsi le scienze stesse, grazie all'innesto e al dialogo con saperi che hanno percorsi, tradizioni, obiettivi diversi d'indagine. E ciò non solo per una normale ricerca di nuove strade di esplorazione conoscitiva, ma sopratutto per una ragione fondamentale: una ragione che segna una svolta radicale rispetto alle scienze che abbiamo ereditato dal XX secolo.

Oggi non abbiamo più alcuna ragione di perpetuare e accrescere il dominio sulla natura. I bisogni dell'umanità presente e futura vanno in altre direzioni. Ciò che l'interesse generale dei popoli della terra chiede alla scienza è un rapporto di cura e di conservazione degli equilibri naturali, dai quali dipende l'avvenire economico delle nuove generazioni e le possibilità stesse della vita futura. La scienza deve procedere sulla strada della ricerca e della conoscenza secondo un'etica di responsabilità, capace di contenere la dismisura della potenzialità distruttiva che essa ha raggiunto.

Allo stesso modo noi dobbiamo chiedere alle scienze economiche di incorporare nei propri orizzonti conoscitivi e nei propri fini una nuova cultura degli equilibri naturali, della complessità del mondo vivente. Oggi abbiamo sempre meno bisogno di mettere l'intelligenza, la cultura, l'umana creatività alla servizio della crescita economica. Occorre poter affrontare problemi complessi, incrementare il benessere collettivo, migliorare la qualità del vivere sociale. E non può certo più essere l'accrescimento continuo di beni e servizi il fine dominante dell'economia, ma un obiettivo più ambizioso, richiesto dalla presente epoca planetaria:la distribuzione della possibilità di vita per tutti i popoli della terra, una vita degna, ovviamente, in equilibrio con i limiti delle risorse esistenti, in accordo e non in conflitto con la casa comune che ci ospita. Una casa che sarà sempre più affollata nei decenni a venire.

Sono dunque questi i problemi che devono fare il loro ingresso dirompente nelle aule delle nostre Università. E' il mutamento di paradigma dei saperi, l' organizzazione della loro cooperazione e del loro dialogo il vero fronte riformatore che occorre mettere in piedi. E su questo terreno le culture umanistiche possono tornare a giocare un ruolo di prima grandezza. Innanzi tutto perché esse sono in genere portatrici di visioni universali. Costituiscono il più salutare antidoto alla frantumazione specialistica delle scienze novecentesche. E al tempo stesso sono promotori di utilità generali. Pensiamo al ruolo che deve avere il diritto, la sociologia, la politologia. l'antropologia in tutte le questioni globali che abbiamo di fronte, nella formazione di una nuova cittadinanza universale, nella costruzione del cosmopolitismo del nostro secolo.

Ma non meno rilevante è il peso e il rilievo che occorre dare ai saperi disinteressati. Ad essi, alla letteratura, alla storia, alla filosofia, alla musica, all'arte, ai grandi patrimoni spirituali della nostro civiltà, alle fonti della consolazione dell'uomo sulla terra spetta un grandissimo compito: contrastare la razionalità strumentale che ossessiona la nostra epoca, risvegliare le nostre società dal sonno dogmatico di un utilitarismo cieco e devastatore. Occorre costruire una razionalità che rappresenti e governi non una fase di regresso nella storia umana, ma una nuova pagina di civiltà.[20]

Ma le culture umanistiche, in Europa, oggi hanno anche il compito di formare una gioventù non più chiusa in una visione eurocentrica della storia umana, ma aperta e preparata al dialogo interculturale, capace di arricchire il proprio patrimonio universale con l'universalità delle altre culture.

Ma questo fine – lasciatemelo dire in conclusione - è irraggiungibile senza che le Università vedano confermata e accresciuta la loro natura pubblica. In un'epoca in cui così tante tecnoscienze particolari e disperse sono in mano privata è ancor più necessario che l'Università pubblica abbia un profilo dominante, capace di rappresentare l'interesse generale nelle scelte strategiche della ricerca e della formazione e in grado di orientare lo sviluppo dei vari saperi. Senza di essa, d'altra parte – com'è facile intuire – l'autonomia e la libertà stessa della ricerca e dello studio appaiono gravemente compromesse e a rischio.

In questi ultimi mesi di tracollo economico-finanziario tutti abbiamo potuto vedere che cos'è, in ultima istanza, lo stato. Che cosa diventa il potere pubblico nel momento del pericolo, allorché l'azione predatoria dei privati ha portato sull'orlo del baratro l'intera architettura economica e finanziaria del mondo. Che cos'è dunque il potere pubblico? In simili casi, esso non è che l'interesse generale in forma di potere. E dunque tale interesse deve valere solo come argine di ultima istanza? Deve intervenire solo quando è prossima la catastrofe? Deve limitarsi anch'esso, come le scienze, a svolgere un ruolo post factum e riparatore? O deve ex ante coordinare l'insieme degli interessi privati, piegarli al suo fine superiore e universale ?

[1] Cfr. C. Lorenz, L'Unione Europea e l'istruzione superiore: economia della conoscenza e neoliberismo, in « Passato e presente>>, 2006, n.69

[2] Per gli USA, ma all'interno di una politica incomparabilmente più generosa in termini di risorse, S.Aronowitz, Knowledge factory.Dismantling the corporate university and create true higher learning, Beacon Press, Boston,, 2000, p. 160 e passim

[3] Cfr. T. Flannery, I signori del clima. Come l'uomo sta alterando gli equilibri del pianeta, Corbaccio, Milano 2005, p.255 e ss.

[4] E.Morin, La méthode.Tome I.La Nature de la Nature, Edition du Seuil, Paris, 1977, p. 365.

[5] Cfr. M.Ceruti e E.Laslo (a cura di ) Physis: abitare la terra, Feltrinelli Milano, 1988, p.18

[6] La Nature, cit. p. 366

[7] K.Marx, Il Capitale.Libro I. Capitolo VI inedito. Presentazione, traduzione e note di B.Maffi, La Nuova Italia, Firenze, 1969, p. 89

[8] M.Heidegger, Meditazione sulla scienza (giugno 1938) in Discorsi e altre testimonianze del cammino di una vita (1910-1976), A cura di H.Heidegger, ed. it. a cura di N.Curcio, il melangolo, Genova 2005, p.315

[9] La frase è un'autocitazione di Heidegger dalla Lezione inaugurale di Friburgo (1929) contenuta nel Colloquio con Martin Heidegger(17 settembre 1969), in Discorsi, cit. p. 624

[10]« Allora l'invenzione diventa un'attività economica e l'applicazione della scienza nella produzione immediata un criterio determinante e sollecitante per la produzione stessa.>> (K.Marx,Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, Presentazione, traduzione e note di E.Grillo,La Nuova Italia, Firenze 1970, vol.I, p. 399.) Ma, com è noto, questo tema è presente in tutta l'opera matura di Marx. Si veda ora per questi aspetti il saggio di S.Aronowitz, Post-work.Per la fine del lavoro senza fine, Derive Approdi, Roma 2006, pp 131-177.

[11]A proposito della bomba atomica e della costruzione delle dighe in India Arundhaty Roy, ha scritto: « Si tratta di emblemi del ventesimo secolo, che marcano il punto in cui l'intelligenza umana è andata oltre il suo stesso istinto di sopravvivenza>> ( La fine delle illusioni, Guanda Parma, 1999, p. 87)

[12]K.Jaspers, La bomba atomica e il destino dell'uomo (1958), il Saggiatore Milano 1960, p 290

[13] M.De Carolis, La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollatti Boringhieri, Torino 2004

[14]H.Immler, Natur in der ökonomischen Theorie,Westdeuscher Verlag, Opladen,1985, p. 18

[15]Id, Vom Wert der Natur. Zur Ökologischen Reform von Wirtschaft und Gesellschaft, Westedeutscher Verlag, Opladen 1990, p 33

[16]E.Morin, Il pensiero ecologico(1980) Hopeful Monster, Firenze 1988, p. 11 e ss.

[17]Fra tanta pubblicistica ricordiamo una testimonianza recente, C.Flavin e R.Engelman, La tempesta perfetta.in Worldwtch Institute, State of the world 2009. In un mondo sempre più caldo. Rapporto sul progresso verso una società sostenibile. Edizione italiana a cura di G.Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2009, p 39 e ss.Più in generale va almeno ricordata l'opera di Vandana Shiva, di cui rammentiamo qui, Il bene comune della terra, Feltrinelli, Milano 2006.

[18]E.Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001, p. 43

[19]E. Morin, L'anno I dell'era Ecologica. La Terra dipende dall'Uomo che dipende dalla Terra. Seguito da un dialogo con Nicolas Hulot, Armando Editore, Roma 2007, p. 36

[20]Su questi temi si vedano le riflessioni di S.Latouche, La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

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