A proposito del disinvestimento
Maria Cristina Fabrizio; Gibelli Bottini
A volte sembra che il dibattito sul futuro della città appaia più rivolto a recuperare equilibri passati, che a ipotizzare futuri possibili. E' proprio così? Discutiamone. Con postilla
Ci sono territori abbandonati che spesso non sanno neppure di esserlo. Sono spazi, àmbiti, porzioni e segmenti che qualcuno dimentica di considerare, almeno in uno o più aspetti essenziali. Questa latitanza dell’attenzione innesca l’abbandono, ovvero per inesorabile legge fisica il subentrare di qualcos’altro. Abbandonata è per definizione la periferia urbana: prima dalla campagna che si è ritirata altrove, poi dalle speranze di nuova centralità aggiunta di chi l’aveva progettata, di chi ci aveva investito andandoci ad abitare, aprendo un negozio, ecc. Abbandonate sono anche grandi porzioni di centro storico, o di nucleo metropolitano interno: zone produttive, infrastrutture obsolete. Qui il processo ha anche un nome che riassume un po’ tutto, ed è “disinvestimento”.

Vale a dire che non si investe più a sufficienza, o meglio, che non si investe più realizzando un equilibrio “giusto” (è il termine “giustamente” utilizzato dagli amministratori delle città tedesche per realizzare interventi di riuso misto di aree sottoutilizzate delle periferie -misto soprattutto per quanto riguarda l’offerta abitativa - attraverso il modello “SoBoN”) , perché quello spazio sia vitale, socialmente utile e desiderabile per tutti: per chi ci abita, per chi ci lavora, per chi lo frequenta per i più svariati motivi.
E per la nota legge fisica, lo spazio lasciato libero dal disinvestimento si riempie di altro, mica solo delle classiche erbacce.

Un esempio recentissimo del genere è descritto nel rapporto (disponibile dal 17 novembre sul sito del ministero dei Trasporti britannico www.dft.gov.uk ), curato da Peter Hall e Chris Green, sul degrado delle stazioni della rete ex pubblica, un tempo luoghi centrali per città, cittadine, zone rurali, che prima la diffusione dell’auto privata … e poi certo eccesso di fiducia nella panacea dell’iniziativa privata hanno ridotto a terra di nessuno, a danno di tutti.
Questo della dismissione, disinvestimento, abbandono di territori, è un problema che storicamente nasce dalle ricadute sociali e ambientali dell’innovazione. Una innovazione che ormai pare quotidiana, e con la quale dunque occorre imparare a misurarsi attivamente e positivamente. Farlo tutti i giorni, farlo bene, farlo d’abitudine. In altri paesi si è fatto: possono piacere o meno, ma, a puro titolo di esempio, i grandi progetti per il riuso dell’Est parigino, hanno rilanciato quell’ampia porzione degradata della “periferia storica” ridandole qualità e attrattività e, soprattutto, dando nuove occasioni anche all’artigianato di alta specializzazione (liutai, accordatori,…) e al commercio di prossimità ( Cité de la Science, Cité de la Musique, Palais Omnisport Bercy, etc.).

Significativamente, il rapporto sulle stazioni di Hall e Green si apre con la gloriosa immagine dell’epoca vittoriana, quando le fermate del treno erano il vero nodo e orgoglio della comunità. Spazi moderni, ricchi di servizi e di traffico, centro fisico e nevralgico dell’insediamento, concentrato di interessi, attenzione, aspettative.

Tutto vero? Sicuramente no, le magagne c’erano anche allora di sicuro, e anche da quelle probabilmente sono scaturiti poi i motivi dell’abbandono progressivo. Pensiamo ai nostri centri storici, al loro metabolismo spaziale e sociale. Salta anche agli occhi di osservatori non particolarmente attenti la grande differenza fra quartieri che sono stati oggetto di gentrification, e quartieri che si sono mantenuti sostanzialmente inalterati almeno da un paio di generazioni. Non si tratta semplicemente della migliore manutenzione degli edifici o degli spazi pubblici, ma di una vistosa trasformazione nei tempi e modi d’uso del quartiere. Spariscono le vecchie attività, sostituite da nuove o da nessuna, così come spariscono gli utenti di certi spazi, e spesso il senso, dei medesimi spazi. Qualcosa rimane, magari prospera, ma è lecito chiedersi: perché? come? secondo quali aspettative? In altre parole: chi sta “investendo” nei vari spazi e funzioni dei tanti Soho sparsi per le città contemporanee?

Pensiamo a qualcuna delle piazze italiane più vivaci e tradizionali. I portici, l’angolo dell’edificio pubblico/monumentale, le abitazioni, i locali pubblici, gli imbocchi delle vie, le bancarelle, ecc. Tutto identico? Macché: tutto diverso, e in qualche modo “finto”, esattamente come in un qualunque centro commerciale. Perché quei locali, quelle bancarelle, quelle case, anche negli esempi migliori di relativa continuità e/o graduale evoluzione sociale, non sono vissuti e gestiti da un’utenza più o meno locale, come avveniva una volta. Né offrono le medesime aspettative riguardo al lavoro, al reddito, alla qualità dei servizi. Diciamocelo: chi mai fra noi sognerebbe per sé o per i figli un futuro fatto di sveglia alle tre, qualche ora in coda sul furgone, e poi una giornata a battere i piedi al freddo vendendo fiori o magliette all’ombra di una Loggia? O quando si parla di spopolamento di alcune zone, di degrado di territori per carenze di manutenzione corrente, ci si chiede mai il tipo di qualità della vita media che offre l’abitare e lavorare in quei territori? E chi mai potrebbe, se non costretto dagli eventi, sognare quella vita?

Gli spazi tradizionali, anche quando appaiono “vitali”, spesso lo sono solo perché qualche rivolo di investimento continua a fluire. Esempio tipico, il flusso di immigrazione da paesi molto lontani, che popola esattamente le stesse bancarelle di cui sopra, e alimenta pure il passaggio di tanta clientela per quelle bancarelle. Ma se si riflette solo un attimo in più sui flussi migratori, il pensiero non può sfuggire all’immagine di ben altri quartieri, che pure si popolano e vivono sulla medesima spinta: i capannoni e depositi dismessi, le ali abbandonate di qualche ex servizio o edificio pubblico, militare, demaniale. È il medesimo ciclo, solo con parecchia brutalità in più: quegli spazi, tutti, vivacchiano in attesa che arrivino investimenti non di pura sopravvivenza.

È questo, molto schematicamente, il motivo per cui quando un certo flusso di investimenti appare consolidato nel tempo, deciso a ribadire nei fatti le proprie intenzioni, forse sarebbe almeno il caso di osservarne anche le potenzialità positive, oltre a sottolinearne giustamente i caratteri di squilibrio. Ad esempio, gli spazi commerciali e di servizio: sono sempre di più anche gli esercenti minori, oltre alle grandi catene organizzate, ad auspicare ambiti di qualità, sicurezza, stabilità. Perché? Perché le aspettative della maggioranza degli operatori, nonché della loro clientela, sono esattamente quelle. Perché evidentemente l’ambiente di lavoro ed erogazione-fruizione dei vari servizi nel centro tradizionale si addice solo ad una minoranza degli aspiranti imprenditori, vuoi per carenze qualitative insormontabili, vuoi per aumento esponenziale delle pure quantità di offerta-domanda. Uno degli orientamenti mainstream della nuova offerta strutturata di spazi, è quello pubblicitariamente sbandierato dei Superluoghi: parola evidentemente derivata dai vecchi non-luoghi di Marc Augé, e che ne sfrutta e ribalta in positivo la notorietà assai diffusa. Una parola e basta, visto che poi sta a connotare investimenti di qualunque genere, purché vagamente mixed-use, a forte concentrazione, a forte capacità decisionale.

E la domanda è: sono spazi in genere auspicabili? Si può rispondere di sì o di no, e articolare queste risposte secondo varie sfumature e opzioni. Certo se si schematizza l’equazione “Superluogo = Corsia preferenziale per l’interesse particolare contro quello generale” la risposta viene da sé. Però esiste anche un’altra domanda: non si possono orientare diversamente, questi flussi di investimento che comunque è semplicistico definire come regressivi? Invece è di sicuro regressivo pensare a un futuro di lavoro nero (di questo vivono le attività tradizionali), di incessante sprawl (lì vanno a finire gli sfollati dai centri e dai contenitori dei riuso strisciante), e di sostanziale fai-da-te urbanistico.
Quelle riassunte sono, tutte, tendenze perfettamente leggibili, e rispetto alle quali il cosiddetto “governo” si è dimostrato, nel nostro paese, storicamente impotente, perché non ha capito, o voluto “governare” l’orientamento delle aspettative.

Nota: invito anche a leggere su Mall l'estratto dal recente L'urbanistica dei Superluoghi di Mario Paris, dove quantomeno si propone una rassegna di casi e potenzialità; alcuni limiti sono già colti da Corinna Morandi nella prefazione allo stesso libro, disponibile in un altro articolo nella medesima cartella Spazi del Consumo (f.b.)

Postilla

In attesa di avere il tempo di rispondere più distesamente vorrei esprimere il mio dissenso per una frase del testo dell'articolo. La frase è questa: "Però esiste anche un’altra domanda: non si possono orientare diversamente, questi flussi di investimento che comunque è semplicistico definire come regressivi?"
Io non so se, come urbanisti, abbiamo il compito di farci carico dei flussi di investimento nel senso di favorire le tendenze degli investitori accettando la logica che le determina. Sono certo però che, come intellettuali, abbiamo in primo luogo il compito di analizzarli e valutarli. Quindi ritengo certamente necessario conoscerli e riflettere su di essi, ma poi dobbiamo esprimere un giudizio.
Il mio giudizio, che ho costantemente sostenuto su queste pagine e altrove, è che quei flussi sono determinati dalla volontà (consapevole o inconsapevole poco importa) di utilizzare tutte le rendite di posizione disponibili, adoperando tutti i mezzi (a partire dalla corruzione) per indurre i poteri poubblici per favorirle e accrescerle. Privatizzazioni di beni comuni (a partire dalle scelte sul territorio), eliminazione delle regole (a partire da quelle della pianificazione), formazione di una opinione comune che accetta come inevitabile quanto sta succedendo: questi sono alcuni degli strumenti adoperati.
Come intellettuali abbiamno il compito di testimoniare, dimostrare e argomentare quanto sta accadendo. Come intellettuali urbanisti abbiamo il compito di rivelare gli aspetti territoriali di ciò che sta accadendo.
E' poi una scelta soggettiva quella di scegliere se accodarsi al mainstream o di contrastarlo e aiutare a costruire, con la pazienza e il senso della durata necessari, una contro-egemonia. Ma in questa occasione voglio ricordare che obiettiivo essenziale di eddyburg è stimolare la formazione di uno spirito critico, e che tra i suoi principi c'è il seguente: "la critica all’appiattimento di ogni dimensione dell’uomo e della società alle pratiche, agli interessi e ai meccanismi di dominio dell’economia data, che caratterizza il mainstream dell’attuale processo di globalizzazione e di insostenibile sfruttamento di tutte le risorse, e la rivendicazione della necessità e possibilità di ricerca di alternative credibili e praticabili".

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