L’Italia che frana quando piove
Vezio De Lucia
Perché l’Italia frana quando piove. È l’endecasillabo che recitava Antonio Cederna ...
Perché l’Italia frana quando piove. È l’endecasillabo che recitava Antonio Cederna dopo ogni alluvione, frana, dissesto. E spiegava che c’è un solo fattore che mina l’integrità fisica del territorio: la mano dell’uomo. La pioggia è il più naturale dei fenomeni atmosferici. Se si trasforma in catastrofe, quando supera anche di poco i livelli medi, è per l’uso dissennato che si è fatto e si continua a fare del nostro territorio. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove più violentemente sono stati alterati antichi e fragili equilibri.

Spero che almeno per un po’ di tempo si smetta di piangere sul fatto che sono troppi i vincoli che frenano l’attività edilizia e le spinte alla trasformazione del suolo. I giornali portano la contabilità dei danni, sette morti all’anno per frane, centinaia a partire dalla tragedia del Sarno di dieci anni fa. Già allora, tutti i cronisti misero a nudo la fragilità del territorio, i disboscamenti, la devastazione della natura, l’abbandono dell’agricoltura, l’abusivismo, le cave gestite dalla malavita, l’espansione caotica delle città, la speculazione edilizia. Si lessero serie indagini sul deficit di cultura civile che sta all’origine di tutti i guai del Mezzogiorno, dove le catastrofi cosiddette naturali svelano sempre disastri sociali: l’imprenditoria miserabile, l’intreccio fra l’economia legale e quella malavitosa, il controllo camorristico dei beni pubblici, la rassegnata solitudine, o la fuga, dei cittadini migliori.

Ieri, dopo poche ore di pioggia, di nuovo lutti e devastazioni. Non si può che ripetere, ancora una volta, la solita predica. Non serve inseguire l’emergenza e pensare a politiche straordinarie. Straordinario deve essere solo l’impegno a recuperare il tempo perduto. E a mettere mano alle cose che finora non sono state fatte, in primo luogo all’attuazione dei piani di bacino, obbligatori per legge da circa vent’anni. Che però, in particolare nelle Regioni meridionali, sono oggetti sconosciuti. I piani di bacino sono il cardine della politica di difesa del suolo. Vanno elaborati con grande cura, utilizzando risorse tecniche e scientifiche di prim’ordine. E pretendono un’attuazione rigorosa, eliminando, per esempio, le costruzioni sorte nelle aree a rischio. Le autorità di bacino dei grandi fiumi del Centro-Nord operano abbastanza efficacemente. I guai sono nel Mezzogiorno. Dove la difesa del suolo, la gestione dell’acqua non possono essere affidate a istituzioni da troppi anni inadempienti. E’ indispensabile che intervenga il governo centrale, sostituendo le Regioni incapaci. Ma figuriamoci.

E poi c’è il capitolo abusivismo che continua senza freni, più intenso proprio dove non sono garantite condizioni di sicurezza. Un solo dato: a Roma le domande di condono presentate nel 2003 sono state oltre 85 mila, quasi la metà del totale nazionale. Riguardano gli anni dal 1994 al 2003, quando in Campidoglio sedevano prima Francesco Rutelli, poi Walter Veltroni. 85 mila abusi denunciati in nove anni significa che nella capitale non c’è controllo del territorio. Resta Rita Paris, la benemerita archeologa che si occupa dell’Appia Antica, intrepida e imperterrita a denunciare, per lo più inascoltata, lo scandalo delle costruzioni abusive a ridosso della regina viarum che il comune continua a sanare.

Su eddyburg, documenti e articoli sulla frana di Agrigento del 1966 che rivelò agli italiani le conseguenze dell'uso dissennato del territorio

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