Un mondo di cose in comune
Giovanni Caudo
Un mondo di cose in comune
di Giovanni Caudo

Per affrontare il tema di quest’anno vorrei partire dal racconto di un lavoro fatto insieme agli studenti lo scorso anno: la lettura di cosa tiene insieme le persone in alcune parti della città di Roma. Proverò prima a restituire i luoghi e gli esiti di questa lettura poi proverò a individuare alcuni fili di ragionamento trasversale mettendo in evidenza come cambia il significato di spazio pubblico.

Cominciare dal racconto delle cose:
1. Porta di Roma, centro commerciale: lì si trova ciò che il quartiere non offre. La sicurezza: addentrandosi nel centro commerciale aumenta la sensazione di sicurezza ma si accetta la diminuzione della libertà di agire.
Spazio limitato, confinato. Spazio condizionato. Spazio recintato. Qui c'è la strutturazione e la definizione funzionale degli spazi. Città come infrastruttura: pronta all'uso
2. Vigne Nuove. Grandi strade incorniciate da anonimi edifici, piazze vuote e grigie, poca gente per le strade. della terra come occasione di appropriazione e caratterizzazione dello spazio. , all’apparenza vaghe ed incolte ma in realtà proprio in quanto tali vissute dagli abitanti, per arrivare infine al margine della città in cui gli abitanti ritagliano il proprio spazio di verde fuori dalla corte stessa, appropriandosi di pezzi di campagna. La vaghezza e l'appropriazione. Costruzione sociale della città
3. Muri parlanti. Lo spazio pubblico come espressione della memoria e del riscatto sociale: quel che le persone hanno in comune, li abbiamo invece trovati sui muri dove elaborati graffiti descrivono sentimenti popolari, come quello che festeggia lo scudetto della Roma del 2001, dolore come quello commemorativo per la morte di un amico o di un genitore, o conflitti e lotte sociali, come le facciate dell’oratorio e del centro sociale Astra. Questi dipinti parlano di solidarietà, memoria, condivisione di una condizione di emarginazione e, allo stesso tempo, voglia di riscatto.

4. Parco delle Valli. Questi venti ettari di conche verdeggianti, sentieri di ghiaia, piante ed alberi rigogliosi sono fatti, a ben guardare, di parole. Parole di persone che hanno desiderato condividere i valori fondamentali che costituivano la loro idea di città per lasciarli impressi sulla città reale. Il racconto che dà vita a questo parco non è politico o ideologico, non è una storia autobiografica, ma un mito di fondazione scritto da una comunità che scopre di essere tale attraverso una battaglia. Quello che tiene in comune le persone qui è una narrazione.
5. Infra tempo. Quel tempo senza utilità, il tempo dell’attesa, quello in cui ci si ferma per forza ad aspettare, il tempo che sta tra le cose fatte e quelle ancora da fare, quello spazio di tempo che si spera duri il meno possibile perché è solo un ritaglio tra un qualcosa e un qualcos’altro. Un tempo sospeso, fuori dalla routine che scandisce le nostre giornate, trascorso in luoghi in cui incontriamo altri che aspettano come noi, anche loro sospesi tra un andare o un tornare. E l’interazione si crea grazie alla prossimità fisica, al dover trascorrere quel tempo insieme ad altri, con i quali abbiamo in comune solamente l’attesa.
6. Termini. In uno sviluppo della città in cui la dimensione pubblica tende a ridursi, chi si ferma si pone in contrasto con la “normalità”. Ciò svela una sorta di meccanicizzazione ben rodata e una ritualità imposta. L’assenza di gerarchie e la molteplicità di funzioni indeterminate portano il fruitore alla confusione. Nello smarrimento ci si orienta grazie a riferimenti riconoscibili e condivisi: i segni. Questi producono una lettura dello spazio che determina relazioni simbolico-visive immediate tra persone e oggetti, azzerando le potenziali relazioni interpersonali.
7. Colosseo. Eventi che raccontano micro-realtà vissute attraverso percorsi e attraversamenti. Micro-realtà collettive e private fatte di azioni di svago, di incontro e di solitudine. Ognuna di queste azioni sembra inscritta nella traccia visiva del Colosseo, in modo da creare un filo narrativo continuo, un testo composto dagli usi prodotti e dalle loro tracce temporanee. Ogni luogo connesso al Colosseo vive di una linfa di significato assunta dalla sua imprescindibile presenza. La diramazione di strade che lo vedono come fulcro diventa la diramazione di tanti eventi di vita quotidiana.
8. Piazzale Ostiense. La comunità polacca, che da lungo tempo si ritrova al quartiere Ostiense, improvvisa ogni domenica un pic-nic in quella che, per la città, sembrerebbe solo un’aiuola che fa da rotatoria per le auto e il tram; al capolinea degli autobus della stazione Ostiense, si ritrovano, invece, alcuni nordafricani, che utilizzano la griglia di aerazione dei garage sottostanti come fosse un enorme sofà dove incontrarsi, fermarsi a chiacchiere, a volte mangiare insieme. In entrambi i casi ciò che per la cittadinanza è un mero spazio di passaggio, si trasforma, per queste comunità in uno spazio di incontro e ritrovo, grazie allo spostamento negli spazi pubblici di attività tipiche di luoghi domestici.
9. Garbatella. Garbatella, le corti interne e i giardini, i parchetti pubblici, molti rigorosamente recintati, alcuni attrezzati, finemente arredati. Sono gli spazi “sicuri”, a volte controllati, lontani dal pericolo della strada. Spazi in cui la comunità si riunisce al sicuro e lascia un segno. La continua ricerca della domesticità sta negli oggetti posti in quello spazio. Gli oggetti come simbolo della libertà dell’individuo, dell’utente, che ricerca in questi luoghi il suo spazio. Intorno all’oggetto posto, con il tentativo di a-propriazione, attraverso l’oggetto posto, accadono eventi naturali: la comunità di anziani si riunisce, quella dei bambini gioca.
10. Giardino dell'EUR. dall’altro quella che, esplorando il deserto dell'anonimato della società contemporanea, ne scopre gli aspetti più positivi. Arrivando all'estremo, quest'ultima strada rappresenta addirittura lo stare insieme in senso assoluto, il bene disinteressato, non solo verso il singolo, ma verso tutta la comunità. Nella città è difficile scovare questo tipo di stare insieme, poiché normalmente l'anonimato si mostra con la sua faccia più negativa. A modificare il nostro punto di vista entrano in gioco gli spazi marginali, e le pratiche sociali al limite (il cruising). In queste condizioni estreme traspare la possibilità di un modo nuovo di stare assieme nella metropoli o nel suburbio.
11. Spinaceto.
Lo spazio architettonico della metropoli romana nelle sue recenti espansioni è stato spesso disegnato e concepito come un macrocosmo, organizzatore a grande scala dei territori coinvolti. Spinaceto costituisce uno dei primi rami dell’espansione della città dentro l’agro romano. All’interno di questo macrocosmo, gli abitanti, unità elementari della città, hanno costruito nel tempo dei microcosmi urbani, spazi misurati e vivibili, luoghi propri della relazione, dell’incontro nell’esperienza quotidiana, unificando le esperienze individuali in percorsi collettivi. Le differenti destinazioni d’uso standardizzate: RESIDENZA-VERDE-SERVIZI sono state concepite, concentrate e separate in ambiti specifici, costruendo così una lineare omogeneità distributiva del sistema residenze-attrezzature. Nel corso del tempo gli abitanti hanno costruito vari percorsi comunitari, fondati su necessità e obiettivi differenti: POLITICA-AMBIENTE-CULTURA-QUOTIDIANO ridefinendo l’uso degli spazi.

Temi trasversali: domesticità, appropriazione, tempo, infra, memoria, anonimato, socialità
Spazi pubblici: costruzione sociale (vaghezza)
Spazi pubblici: infrastruttura pronta per l’uso (ridondanza)
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