La città umiliata
Lodo Meneghetti
Il “concorso” di cinque anni fa per la riedificazione sull’area della vecchia Fiera
Il “concorso” di cinque anni fa per la riedificazione sull’area della vecchia Fiera nel cuore di Milano fu una tappa fondamentale nella storia contemporanea della città riguardo all’architettura e all’urbanistica. Era in corso di completamento la potente operazione immobiliare alla Bicocca concordata fra il Comune e la Pirelli, cioè fra il sindaco Albertini e Tronchetti Provera, che per la prima volta designava a grande scala l’espansione urbana fuori di qualsiasi pianificazione generale e persino di una qualche idea complessiva di città presentata pubblicamente. Una pretesa autoritaria oltre che un grave sbaglio verso la realtà milanese e gli esistenti o futuribili equilibri territoriali e sociali. Con l’iniziativa ex-Fiera (poi “City Life”) fu peggio. Erano coinvolti il destino della città storica, la vita dell’architettura urbana, centro di una questione generale che non è quella di un’architettura isolata quale monumento d’autore, bensì di un’urbanistica che diventa forte se inclusiva di un’architettura civile; insomma, parliamo di architettura della città, la forma funzionale e rappresentativa che ha contraddistinto la storia del nostro paese. Erano in causa all’interno della città compatta la cura e la tutela oppure la trasformazione aggressiva di un consolidato ambiente fisico e sociale. Vinse il nuovo modo privatistico di organizzare, progettare, realizzare; sarà l’unico per il futuro. Il concorso non aveva nulla della forma tradizionale di affidabile confronto, nominativo o no, fra diversi progetti di architetti o équipe professionali. È l’impresa o il gruppo di imprese a gareggiare, se così si può dire dubbiosamente, a offrire il prodotto e il prezzo. Il progettista è al suo servizio, è subalterno, fornisce gli elaborati figurativi adatti a colpire l’immaginazione. Il caso dell’ex-Fiera preluse a una miriade di altri analoghi, diffusi a Milano e in tutto il paese, pseudo concorso o commessa diretta che sia. Una particolare condizione di base li collega tutti: la totale assenza di analisi urbana, di studio del luogo e della società, di considerazione della situazione fisica e sociale al contorno e nell’intera città. Soffermandosi sul progetto vincitore per “City Life”, peraltro il peggiore (è bene ricordare: cordata di imprese Generali-Ligresti-Lanaro-Grupo Lar Desarollos Residential, triade di architetti Hadid-Isozaki-Lebeskind), Alain Croset scrisse di progetto, anziché rappresentativo di una “Nuova Milano”, «emblematico dell’autoreferenzialità di una parte dell’avanguardia internazionale. Nessun riguardo per le relazioni con la città esistente». Nello stesso momento Dejan Sudijc, commentando la mostra della Biennale veneziana (quella curata da Kurt Forster) scriveva che gli architetti «vogliono proporsi come figure creative autonome avulse dalla funzionalità, dal contenuto e persino dalla costruibilità».

Cinque anni non sono passati invano per decretare la sconfitta forse definitiva sia dell’urbanistica sia dell’architettura come le abbiamo considerate e coltivate, unite, nella nostra preparazione disciplinare e nella contesa a favore del bene pubblico e contro lo strapotere di proprietari fondiari e imprenditori. Costoro e i loro architetti detti archi-star o super-architetti a causa della loro appartenenza a un mercato internazionale dell’edilizia “grandiosa”, godono di illimitata libertà; agiscono per così dire extra legem, in conformità a indici di fabbricazione decretati per il luogo dall’amministratore pubblico e dal proprietario o impresario privato accordati: indici tutti a beneficio del secondo per larghezza di sfruttamento e scelta di destinazione, di tipo, di forme e misure, di materiali, senza alcuna preoccupazione delle doti urbane esistenti, locali e generali. Così sorgeranno, fra tanto d’altro astruso per lo più in veste di grattacielo, la banana di Lebeskind, lo sciancato di Hadid, il materasso verticale di Isozaki, il tortiglione di Fuksas alla Magonara di Savona, il doppio fungone di Botta a Sarzana, i nuovi Punta Perotti di Bofill a Savona e di Bohigas a Mola di Bari, i volumi rotti o molli di Gehry e di suoi provinciali imitatori (come per Via Principe Eugenio a Milano), il pretenzioso svettante gigante di Renzo Piano sbeffeggiante la Mole Antonelliana di Torino…

Non esiste un’autorevole critica dell’architettura paragonabile alla critica d’arte. Solo la stampa quotidiana locale è talvolta attenta alle più gravi vessazioni verso la città. Solo la vitalità di certi comitati di abitanti riesce magari a ritardare il danno che gli crea la nuova edificazione distruttiva del loro ambiente, a ottenere qualche modifica di scarso rilievo; non a impedirla. Un articolo del Manifesto del 2 settembre riportato in eddyburg (Un albero di trenta piani) torna sul caso milanese del quartiere Isola. Ci informa della lotta degli abitanti nell’ultima trincea dopo le avanzate del nemico: i giardini, ubicati fra due strade storiche, da sottrarre alla cementificazione prevista da impresa e progettista. I quali continuano a vantare i loro ingannevoli “grattacieli verdi” (perché dotati di terrazze cespugliose) e a trovare consenso anche sulla stampa giacché, scrive Nicola Bertasi, «sono troppo importanti per essere criticati».

Grattacieli… Ormai scelta quasi inevitabile, maniacale degli operatori pubblici, privati, professionali ben conciliati (Comune, proprietario, imprenditore, progettista).

La cultura architettonica rappresentata in questi casi dal progettista di turno si sottopone a diversi dogmi:
- indiscutibilità dell’abnorme densità di fabbricazione e perseguimento fino all’ultimo centimetro cubo dell’inusitata e sostanzialmente illegittima volumetria, mentre sono proprio queste le condizioni di partenza da contestare;
- obbligo, più che preferenza, di edificazione in altezza come menzognera occasione di ottenere grandi superfici verdi in regime di forte densità, mentre per ricavare larghi spazi verdi davvero efficaci la forte altezza deve accompagnarsi con la bassa densità e garantire così grandi distanze fra i volumi;
- accettazione del verde prativo quasi totalmente posato sui solettoni sotto i quali brulicheranno i box per le automobili, falso verde incapace di sopportare la piantumazione di alberi ad alto fusto;
- condivisione morale, umile e umiliante, del fallimento economico dello speculatore, prima accettato a occhi chiusi senza la minima preoccupazione etica, come nella vicenda dell’incredibile finanziere Zunino accudito da Foster per il quartiere Santa Giulia a Milano (lavori sospesi) e da Renzo Piano per il grande progetto sulle aree Falk di Sesto San Giovanni (accantonato).

Sic transit [infelicĭter] gloria ad architécti artem pertĭnens.

Milano, 8 settembre 2009

Vedi anche Nnpp, nella cartella delle Opinioni di Ludovico Meneghetti

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