Schema della lezione di Mauro Baioni
Mauro Baioni
Dall’affermazione di un diritto alla deriva operativa.
I cosiddetti “standard urbanistici”, fissati con il decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, costituiscono il principale strumento attraverso il quale la pianificazione urbanistica assicura l’esistenza, all’interno delle città, di spazi pubblici e d’uso pubblico in misura sufficiente. La loro introduzione nella legislazione urbanistica si inquadra all’interno di un’ampia concezione dell’urbanistica pubblica che, a partire dagli anni ’80, ha conosciuto un progressivo declino.
La necessità di realizzare opere e servizi riducendo i costi per le pubbliche amministrazioni, indotta dalle politiche nazionali di bilancio, si è tradotta nella progressiva rinuncia al governo pubblico della costruzione della città. Delegando all’iniziativa privata le decisioni sulla localizzazione delle opere, sulle funzioni da insediare, sul disegno e sull’assetto degli spazi, si sono traditi lo spirito e le finalità del decreto ministeriale del 1968, anche rispettandone formalmente i contenuti. Analoghe ragioni giuridiche e contabili spingono per una sostanziale equivalenza tra attrezzature private di uso collettivo (strutture sportive, ricreative e assistenziali e simili) e attrezzature pubbliche, contribuendo ulteriormente alla progressiva privatizzazione degli spazi.

Riportare lo spazio pubblico al centro della pianificazione
La pianificazione ha tra le sue finalità principali quella di rendere effettivo il diritto agli spazi pubblici (componente fondamentale del diritto alla città di cui ha parlato Ilaria Boniburini nella prima giornata della scuola). Per svolgere questo compito è necessario innanzitutto recuperare – in chiave necessariamente aggiornata – il concetto di standard urbanistico, battendosi contro la deriva a cui assistiamo quotidianamente. Tuttavia, il modo in cui la pianificazione urbanistica si occupa degli spazi pubblici non si esaurisce nell’applicazione delle disposizioni ministeriali. Le radicali modificazioni nell’assetto e nel funzionamento delle città e i nuovi fabbisogni determinati dai cambiamenti sociali ed economici, rendono necessario un ripensamento complessivo. Vogliamo focalizzare l’attenzione su tre temi, a nostro avviso cruciali, che la pianificazione urbanistica potrebbe trattare con molta più incisività di quanto non faccia ora.

Oltre gli standard: tre questioni cruciali
Beni comuni e fruizione collettiva. Gli spazi pubblici attrezzati costituiscono un tassello di un più ampio sistema – esistente in nuce in tutti gli insediamenti – costituito da risorse ambientali, paesaggistiche, sociali e infrastrutturali che possono essere fruite dai cittadini. Tanto più la società e le abitudini mutano rapidamente, quanto più è importante mantenere un legame con il patrimonio che ci deriva dal lavoro congiunto di natura e storia. Nel nostro paese, in particolare, la fruizione dei beni culturali e ambientali può essere ritenuta un elemento peculiare della dimensione pubblica, attraverso il quale rafforzare l’idea stessa di cittadinanza.

Lo spazio pubblico nella città esistente. Poiché riteniamo essenziale arrestare la dilatazione degli insediamenti, dobbiamo affinare e rafforzare il modo di intervenire all’interno della città esistente, riqualificando e recuperando alla fruizione collettiva i luoghi degradati, sottoutilizzati, congestionati, recintati, privatizzati. Un compito che richiede una migliore comprensione del modo di fruire la città da parte dei cittadini, con particolare riferimento alle nuove generazioni e ai nuovi abitanti; per tali ragioni, i piani urbanistici devono costituire la premessa e l’inquadramento di politiche urbane intese come sequenze organizzate di iniziative (materiali e immateriali, sui luoghi e sulle attività sociali), da accompagnare con grande attenzione nel loro sviluppo temporale.

Lo spazio pubblico nella città dello sprawl. La dilatazione e dispersione degli insediamenti connotano negativamente la “provincia” italiana. Rispetto ad altri contesti internazionali, tuttavia, possiamo parlare di un’urbanità deformata, ma non cancellata nei territori dello sprawl: beni comuni e un tessuto molto diffuso di attrezzature e servizi di prossimità sono ancora riconoscibili, seppure soffocati nel magma di costruzioni che ha invaso le pianure, le coste e i fondovalle. In queste aree a bassa densità di popolazione, provincie e associazioni di comuni possono promuovere forme di pianificazione coordinata e di gestione condivisa degli spazi pubblici e dei beni comuni, orientando la loro azione lungo una direzione lungamente evocata a parole (il concetto di rete è tra i più usati e abusati nella pianificazione) ma ancora largamente inesplorata nelle pratiche.

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