Razzismo. Immaginario avvelenato
Marco Revelli
“Il nostro immaginario collettivo si sta avvelenando. Ci stanno abituando all'inaccettabile”. Il manifesto, 1 agosto 2009


Dopo il reato di clandestinità le ronde. Dopo le ronde l'esame di dialetto per i professori. Ogni giorno una nuova, piccola croce nell'elenco delle vergogne. E noi a guardare lo spettacolo dell'Italia civile che va giù, incerti tra l'indignazione etica e il disgusto estetico. Tra l'incredulità per la forzatura dei confini ritenuti fino a ieri invalicabili dei diritti umani violati, e lo schifo per l'esibizione di ignorante rozzezza ostentata in forma di legge e di proposta parlamentare. Di reazione politica, neanche l'ombra. Come se quanto accade non fosse in realtà vero. Non si misurasse effettivamente con la nostra vicenda storica. Non costituisse uno strappo reale, un attentato a quella costituzione materiale - e anche, a questo punto formale - che aveva trainato l'Italia tra i paesi all'onor del mondo.

A guardare i telegiornali, i volti bipartisan dei politici esternatori, degli eterni portavoce, con sullo sfondo l'immutabile facciata di Montecitorio, si direbbe che sia tutta finzione. Sceneggiata. Teatrino. Che sì, Bossi e Calderoli le sparano grosse, ma poi tutto si rivelerà per quello che è sempre stato. Farsa. Gioco delle parti per strappare un briciolo di visibilità. Per riequilibrare un rapporto interno. Per controbilanciare le simmetriche sparate «sudiste» di Lombardo e compagni. E nel «pacchetto sicurezza», è vero, molta della nostra civiltà giuridica cade a pezzi, ma solo sulla carta, nella pratica molto si aggiusterà da solo: le badanti «si salveranno» - proprio così, «si salveranno» intitolava un noto quotidiano indipendente nazionale, come se non fossero loro a salvare «noi» quando un famigliare diventa non più autosufficiente, e bisogna risolvere il problema dei nostri vecchi. I clandestini con davvero voglia di lavorare e di lasciarsi massacrare di fatica sul lavoro non finiranno dietro le sbarre, dove d'altra parte non c'è più posto nemmeno per i criminali veri. Le ronde saranno piccole e inoffensive, romperanno più le scatole alla Pubblica sicurezza vera che non ai magrebini o ai rumeni che si attarderanno per strada. Bravi ragazzi che magari giocheranno a fare le «SS» come quelli di Massa, ma «per gioco», appunto. Non esageriamo con gli allarmismi fuori tempo. Non gridiamo al lupo al lupo. Atteniamoci ai fatti!

Già, atteniamoci ai fatti. I fatti ci dicono che in pochi mesi si è realizzata per legge la privatizzazione - per ora interstiziale - dell'ordine pubblico (perché questo sono in effetti le «ronde»: una rottura gravissima del principio proprio della modernità costituzionale che assegna allo Stato il monopolio della forza e della tutela dell'«ordine pubblico»: pubblico non a caso, perché non «privatizzabile»). Si è proposta senza pudore in sede politica - trovando amichevole e compiacente ascolto nella ministra competente - la regionalizzazione della Pubblica istruzione, ridotta anche linguisticamente (il fondamento primo di ogni processo cognitivo) al raggio corto delle comunità locali. Al potere segregante dei muri lessicali. Si è attuata, nel silenzio pressoché generale, la «penalizzazione» dell'alterità: la commutazione dello «straniero» in «nemico». La rottura di quel diaframma che - fin dalla Roma antica - separava l'hospes dall'hostes, rovesciando l'ospitalità dell' «altro da noi» (in visita amichevole) in ostilità verso di esso (identificato come minaccia).

Sono, si dirà, per ora solo fatti «simbolici». Messaggi. Ma - lo ripeteremo fino alla noia - di effetti simbolici le democrazie muoiono. Perché il simbolo lavora su quel materiale incandescente che è l'immaginario collettivo. E il nostro immaginario collettivo si sta, passo dopo passo, avvelenando. Ci stanno abituando all'inaccettabile. Assuefazione, si chiama. Ed è, oltre un certo limite, un male incurabile. Quando poi l'effetto simbolico è veicolato in forma di legge - quando il simbolo mortale ha la potenza della Norma, e il Negativo assume la dimensione dell'Universale che la legge appunto possiede - il Male diventa estremo. In un passato non lontano, nel ventre d'Europa, lungo derive «simboliche» non così diverse, quel Male si è fatto addirittura «assoluto».

Sarebbe bene che i rappresentanti delle varie e disperse «sinistre» alzassero un momento gli occhi dalle loro faccende interne e dai loro tanti avversari «privati» e condividessero, non dico l'azione concreta di contrasto a tutto ciò (quella sembra riservata a minoranze estreme, un po' «fuori dal mondo»), ma quantomeno l'allarme. «Quante volte può un uomo volgere lo sguardo, e fingere di non vedere?», cantava in un tempo meno arreso Bob Dylan.

Quante volte ancora?

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Un’analisi spietata e lucida, critica e autocritica della realtà, una conclusione da inserire nelle pagine memorabili. Il manifesto, 8 marzo 2009
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