Il potere senza controllo
Stefano Rodotà
14 mesi di “stravolgimento continuo del sistema delle garanzie al quale sono affidate le possibilità stesse di funzionamento della democrazia”. Che fare. La Repubblica, 10 agosto 2009
Sì, è vero, nessun governo è riuscito a fare in quattordici mesi quel che ha fatto il Governo Berlusconi. Ma non nella dimensione fantastica dove un Supereroe insonne sforna un "colpo di genio" dietro l´altro, salva la Nato, evita una nuova Guerra Fredda, promette lenzuola cifrate ai terremotati. Piuttosto nella concretissima dimensione istituzionale dove, invece, si è realizzato uno stravolgimento continuo del sistema delle garanzie al quale sono affidate le possibilità stesse di funzionamento della democrazia.

Consideriamo quel che è avvenuto solo nelle ultime settimane. Si è andati all´assalto della Banca d´Italia e della Corte dei Conti. Si è stravolto in forme sconcertanti l´uso del decreto legge. Si è inflitta l´ennesima mortificazione al Parlamento, con un ricorso al voto di fiducia che azzera l´autonomia di deputati e senatori e conferma l´ostilità mai nascosta di Berlusconi per l´istituzione parlamentare. Si è realizzata una nuova blindatura del sistema televisivo intorno agli interessi delle reti Mediaset, ai quali vengono subordinate le reti che dovrebbero essere pubbliche. Si è manifestata una volta di più l´ostilità per la libertà di informazione e di critica, con toni variamente intimidatori verso chi scrive cronache sportive o riferisce di vizi privati che annientano le virtù pubbliche. Un comune denominatore unisce queste diverse iniziative. Il bisogno di un potere sciolto da ogni controllo; l´insofferenza per una opinione pubblica critica e vitale, non ridotta a "carne da sondaggio"; il disprezzo per ogni "governo delle leggi" che dia la regola al "governo degli uomini".

Alcuni guai sono stati evitati, almeno per il momento. Grazie al provvido intervento del Presidente della Repubblica vengono salvaguardate l´autonomia della Banca d´Italia e la possibilità della Corte dei Conti di continuare a esercitare il controllo sul funzionamento delle amministrazioni pubbliche. Il Presidente della Camera, anche se inascoltato, non si stanca di ricordare quale sia il valore, davvero non negoziabile, della democrazia parlamentare. Ma più passa il tempo più la tenacia di Napolitano e Fini si rivela come il segno di difficoltà gravi del sistema istituzionale, la cui buona salute non può essere affidata ad una sorta di guerriglia istituzionale divenuta ormai quasi quotidiana.

Intendiamoci. La "custodia" della Costituzione garantita dal Presidente della Repubblica è preziosa, ma rivela pure come garanzie e controlli fondamentali non siano più patrimonio dell´intero sistema, ma vadano rifugiandosi in alcuni suoi luoghi soltanto, appunto la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, di cui cresce la responsabilità. I casi ricordati prima, infatti, non sono una eccezione o una emersione casuale di pulsioni autoritarie. Rappresentano la conferma di una linea avviata fin dall´inizio della legislatura: con il Lodo Alfano e gli attacchi ripetuti e le minacce rivolte a giudici costituzionali e ordinari; con la drastica riduzione dei poteri di controllo della magistratura e del sistema dell´informazione affidata al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche; con la negazione della stessa separazione dei poteri, che ha avuto la sua manifestazione più clamorosa, ma non unica, in occasione del caso Englaro, quando si cercò di cancellare in via legislativa una sentenza già passata in giudicato.

Proprio questa vicenda consente di cogliere l´altra faccia della politica istituzionale di questo governo e della sua maggioranza. Mentre si opera tenacemente per affrancare il potere esecutivo da ogni forma di controllo, questo medesimo potere agisce anche con violenza per assumere il controllo della vita delle persone, cancellando diritti, negando l´idea stessa d´una moderna cittadinanza come patrimonio inalienabile e non comprimibile d´ogni persona. La logica dei controlli democratici è così capovolta.

Di nuovo vicende recentissime. Questi sono i giorni dell´entrata in vigore del pacchetto sicurezza e dell´attacco all´autorizzazione all´uso della pillola Ru486. I diritti delle donne e degli immigrati vengono esplicitamente messi in discussione, con un inquietante ritorno verso forme di discriminazione e stigmatizzazione sociale. Quale sia l´idea di dignità e libertà femminile coltivata da questa maggioranza lo ha rivelato la "cultura" messa in campo dai comportamenti del presidente del Consiglio e dalle difese apprestate dalla sua corte. Una cultura, peraltro, che continua a fare un uso spudoratamente strumentale del riferimento alla tutela della privacy per assicurare coperture ad una figura pubblica per definizione, come il presidente del Consiglio, e per far passare norme autoritarie in materia di intercettazioni telefoniche, mentre si approva una più generale riduzione delle garanzie modificando, per asserite ragioni di efficienza, l´articolo 1 proprio del codice sulla privacy. Schizofrenia istituzionale o manifestazione ulteriore del doppio movimento in materia di controlli, inaccettabili per i potenti e costrittivi per le persone?

Un inquietante "efficientismo penale" percorre il testo sulla sicurezza appena entrato in vigore. Ne conosciamo le caratteristiche. Una pericolosa privatizzazione della sicurezza pubblica attraverso le ronde. La negazione della cittadinanza come insieme di diritti che accompagnano la persona in qualsiasi luogo del mondo in cui si trovi attraverso il reato di immigrazione clandestina che porta con sé la cancellazione di diritti fondamentali come quelli di sposarsi o di avere una abitazione, e rende precaria la possibilità del diritto alla salute, all´istruzione, al riconoscimento e alla educazione dei figli (dove sono gli scatenati difensori della famiglia?). Ce lo ha appena ricordato il Presidente della Repubblica, sottolineando che la piena integrazione degli immigrati e la sicurezza sui luoghi di lavoro "sono diritti fondamentali ed esigenze totali e civili", in un messaggio significativamente letto dal presidente della Camera in uno dei luoghi simbolo della tragedia dell´emigrazione italiana, Marcinelle.

La regressione culturale e civile incarnata dagli ultimi provvedimenti è evidentissima, e ha la sua origine e il suo fondamento soprattutto nella politica della Lega, la cui influenza è cresciuta a dismisura e sta producendo una curvatura del sistema istituzionale nel senso dell´accettazione della logica della diseguaglianza e della discriminazione come via per la legittimazione di identità separate e della costruzione di una cittadinanza a geometria variabile, non solo tra italiani e immigrati, ma tra gli stessi italiani in base alle appartenenze regionali. Non sono folclore i test di cultura regionale, già presi in considerazione dal ministro dell´Istruzione, o il "pluralismo delle bandiere" o il modo in cui si propongono le gabbie salariali.

Più si seguono le iniziative politiche della maggioranza, più si fa pesante il bilancio istituzionale di questi quattordici mesi. Siamo di fronte a una strisciante revisione costituzionale, ad un vero e proprio abbandono della logica della Costituzione repubblicana proprio nella sua parte più significativa e impegnativa, quella dei principi e dei diritti. Le istituzioni repubblicane si scompongono lungo strategie che parlano di dissoluzione, non di federalismo. Sono le dichiarazioni di esponenti politici con impegnative responsabilità pubbliche, e non aggressive interpretazioni "laiciste", a dare la prova di una crescente debolezza dello Stato, di una sua perdita di autonomia di fronte alle gerarchie vaticane, come sta accadendo con la pretesa di far intervenire Parlamento e governo per bloccare il ricorso alla pillola Ru486.

Per evitare di essere sempre più prigionieri di questa perversa "costituzione materiale", servono almeno due mosse. La prima riguarda la necessità di uscire da una forma di schizofrenia politico-istituzionale robustamente presente nel mondo del centrosinistra: si può continuare a fare analisi che rivelano i guasti di questi anni senza chiedersi se all´origine di tutto questo non vi sia pure quell´ingegneria costituzionale che ha secondato la personalizzazione del potere? La seconda rimanda alle proposte di riforma indicate come le più urgenti, in primo luogo quella dei regolamenti parlamentari che, almeno in alcune proposte, assomiglia pericolosamente a una semplice razionalizzazione delle prassi che oggi vengono indicate come spoliazione delle prerogative delle Camere. Di tutto questo bisognerà discutere, liberi dalle malie che il presidente del Consiglio cerca di esercitare su una opinione pubblica sempre meno informata e, soprattutto, dalle arretratezze di cui sono ancora prigionieri troppi suoi oppositori.

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