Picconatori dell’unità nazionale
Adriano Prosperi
“È forse necessario ricordare che ben prima di Mazzini e di Garibaldi è stata la lingua italiana a unificare la penisola?”. La Repubblica, 8 agosto 2009


C’è una singolare concordia bipartisan nel giudicare cosa non seria la proposta del presidente dei senatori della Lega on. Bricolo di «recuperare i simboli identitari» delle regioni. Con bandiere e inni distinti, che fa seguito all’altra proposta, quella relativa ai dialetti. Eppure queste proposte hanno un senso e una logica di cui bisogna tenere conto. L’appuntamento del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia è un’occasione per riflettere su dove stiamo andando e su che cosa sappiamo e pensiamo di un paese dove pezzo su pezzo quell’unità si sgretola.

Prendiamo come guida la celebre definizione di Alessandro Manzoni: «Una d’arme, di lingua, d’altare». Una d’arme: oggi registriamo il ritorno con le ronde a un’imitazione edulcorata delle squadracce fasciste e l’avvio della fine di un carattere essenziale dello Stato moderno – il monopolio della violenza, il rifiuto del farsi giustizia da sé. Una d’altare: quale altare? Oggi l’intolleranza della Chiesa scatena il fanatismo di una sua verità senza carità contro le leggi dello Stato, contro il rispetto dei diritti costituzionali dell’individuo e dei principi della laicità e del pluralismo. Qui si deve parlare chiaro. Abbiamo seguito con attenzione il crescere dell’indignazione morale in mezzo al clero di base davanti al dilagare del fiume di immondizia che ha trasformato i palazzi del potere in nuove stalle di Augia. Ma com’era facile prevedere la dirigenza ecclesiastica non ha trovato niente di serio da dire contro un potere dal quale si attende concessioni tanto più generose quanto più chi ne è il titolare e il simbolo è oggi bisognoso del suo sostegno. Dai tempi di Enrico IV a Canossa questa è la situazione preferita dal papato. Un giorno qualcuno indagherà su questi silenzi così come si è fatto per i silenzi papali e i sussurri dei palazzi apostolici ai tempi della Shoah. Ma spetta a noi cercar di capire dove questa politica della Chiesa mira a portare il paese.

L’importanza della Chiesa in Italia è innegabile. Non per niente la riflessione di Antonio Gramsci sulla funzione degli intellettuali e sulla costruzione di una nuova egemonia prese a modello il clero come "intellettuale organico". Oggi c’è un legame tra lo stato di crisi della cultura italiana e le pulsioni integriste e fondamentaliste del blocco sociale che ha trovato nella benedizione della Chiesa la sua espressione culturale "seria". Non importa se la saldatura mette insieme pezzi solo apparentemente eterogenei come il divieto cattolico dell’aborto e l’immoralità grossolana di chi tratta il corpo femminile come merce da esibire e consumare, sul letto privato o sulle poltrone pubbliche. Per l’alta dirigenza ecclesiastica il diritto fissato dalla Costituzione e sancito dalle leggi di disporre del proprio corpo è intollerabile: invece l’umiliazione della dignità femminile da qualunque parte venga non urta una cultura clericale tradizionalmente ostile alle donne.

Ma veniamo all’ultimo termine della definizione manzoniana: la lingua. Oggi il "paso doble" di un leader che fa strame di moralità pubblica e privata e di un partito – la Lega – che persegue senza ostacoli il disegno della cancellazione dell’unità del paese è arrivato all’ultimo baluardo: la lingua. È forse necessario ricordare che ben prima di Mazzini e di Garibaldi è stata la lingua italiana a unificare la penisola? Questo è il patrimonio immateriale del paese. Patrimonio altissimo, non solo dell’Italia ma dell’umanità: non c’è bisogno di un riconoscimento dell’Unesco per sapere che l’Italia vive nel mondo in grazia di una tradizione letteraria e intellettuale che spinge genti lontane a studiare la lingua di Dante e di Boccaccio, di Machiavelli e di Galilei – una lingua condivisa ben al di là dei confini statali, tanto che, come ha detto una volta il presidente Napolitano, potrebbe essere considerata la lingua franca del Mediterraneo. Cancellate quella lingua e scomparirà il paese Italia.

Lingua come cultura? Oggi non si dice più cultura. Si dice identità. La cultura è parola buona per assessorati e ministeri, per l’industria pubblica del divertimento, del sogno e dell’evasione. Mentre eravamo distratti, mentre la volontà di voltar pagina faceva illudere che si potesse semplicemente dimenticare il "secolo breve", il vocabolario è cambiato: oggi si dice "identità". E si intende diritto del sangue e del suolo, chiusura, esclusione. Allora le classi dirigenti italiane scelsero la chiusura culturale e sognarono il cupo sogno della purezza della razza italiana. Sappiamo bene com’è finita. Oggi il virus torna, solo apparentemente innocuo. Invece di ridere o di scandalizzarsi, sarebbe utile chiedersi in quanti abbiano arato e concimato il terreno su cui cade oggi la proposta del senatore Bricolo di dare espressione ai "simboli identitari" delle regioni; e magari contare i palazzi pubblici che inalberano già bandiere e simboli del genere. Quanta esaltazione del tipico e del locale, quante sagre strapaesane sono state pagate col taglio delle risorse per scuole, biblioteche, musei, con la svendita e la cementificazione del paesaggio.

Il "sacro egoismo" degli otto milioni di baionette fu negli anni Trenta la morale pubblica di un regime liberticida e razzista. Oggi, nel paese dei nove milioni di auto sulle vie delle vacanze, il sacro egoismo è quello del Nord contro il Sud, delle gabbie salariali, dei muri e delle prigioni per gli immigrati. Allora nel carcere di Turi Antonio Gramsci iscrisse sull’agenda politica della rinascita del paese la necessità di una riflessione sul Risorgimento, sulla questione meridionale, sulla funzione degli intellettuali. Oggi questi sono i temi che ci tornano davanti come un rimorso, a ricordarci che la cultura è confronto, dialogo, arricchimento nel continuo confronto tra passato e presente, tra noi e gli altri.

Nell'iicona Petrarca, dipinto da Alichiero da Zevio, 1372 Padova

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