Neocolonialismi
Maria Pia Guermandi
All'inizio di luglio ho trascorso ...
All'inizio di luglio ho trascorso qualche giorno in Tunisia coi colleghi dell’Università e del Ministero per un progetto comune sulla salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali in area mediterranea. Il progetto è attualmente fortemente sponsorizzato dal governo locale, che vi intravede la possibilità di positive ricadute per l’incremento del settore turistico: risorsa sulla quale tutto il Maghreb sta puntando molto.

In realtà il turismo rappresenta ormai il settore trainante di tutta l’economia in un numero sempre maggiore dei paesi in via di sviluppo: già Rifkin, fra gli altri, ci aveva insegnato che il turismo era destinato a divenire l’attività prevalente nel passaggio che la globalizzazione sta accelerando fortemente fra un’economia a produzione industriale ed una nella quale prevarrà la produzione culturale. In questo ambito il mutamento è già compiuto: da alcuni anni, infatti, il turismo rappresenta la prima industria mondiale; con un giro di affari di $ 500 billioni annui e il 35% dei servizi esportati, l’industria turistica rappresenta il settore che, secondo gli analisti economici, è destinato ad avere la crescita più rapida nell’economia globale: nel 2020 il traffico turistico mondiale si attesterà vicino a 1.6 billioni di arrivi. L’Europa sarà destinata a cedere il primato assoluto che tuttora conserva, pur rimanendo per molto tempo ancora una delle destinazioni preferite, anche se superata dalla Cina.

In tale contesto ben si comprendono gli sforzi che in tale direzione i paesi in via di sviluppo stanno compiendo: la torta è troppo ghiotta per poterci rinunciare, ma gli ingredienti rischiano di essere, in larga parte, molto indigesti. Così come altrove, in queste aree, il modello di sviluppo turistico largamente prevalente si sta rivelando un giano bifronte che distrugge le ricchezze sulle quali prolifera. Il capitale principale, spesso assolutamente l’unico di cui dispongano questi paesi, è costituito da una natura incontaminata e da una cultura indigena autentica: la loro salvaguardia è un problema che ci riguarda da vicino soprattutto perché noi turisti occidentali siamo fra i principali fruitori – distruttori di queste risorse. I pericoli insiti in questo modello sono stati più volte analizzati con grande lucidità anche in numerosi interventi di eddyburg (cfr. soprattutto Ravaioli), ma vale forse la pena sottolinearli ancora una volta, con attenzione particolare a contesti extraeuropei.

Cominciamo dall’urbanistica. Lungo le coste del Mediterraneo, il secolo scorso ha visto la crescita e l’addensamento di strisce a forte urbanizzazione, un vero e proprio sprawl costiero, scarsamente connesso con le zone dell’interno e fruito da una popolazione che raggiunge picchi altissimi stagionali per poi decrescere drasticamente in alcuni mesi dell’anno. In brevissimo volgere d’anni sono sorti villaggi, resorts, alberghi dalle architetture improbabili e assolutamente sciatte che nulla hanno a che fare con le tradizioni costruttive locali. Il panorama è peggiorato, in Tunisia, ma non solo, dal compresente fenomeno per cui gli spazi vuoti della costa, fra un enclave e l’altro, sono devastati da pessime costruzioni nella quasi totalità appartenenti alla tipologia della casa unifamiliare e ascrivibili ad uno stile che potremmo definire arabo modernista, sconfortante oltre che nei moduli raccogliticci che assembla, per la desolante ripetitività. Percentualmente numerosissimi, poi, all’interno di questa ‘villettopoli’ di serie b che assume il carattere di una vera e propria lottizzazione dispersa, gli scheletri di edifici: un pessimo effetto di dejà vu per chi ha anche superficiale esperienza di certe zone del nostro meridione.

Sul piano ambientale, l’irragionevole dispendio di risorse provocato da questo modello di sviluppo turistico è ben esemplificato dall’uso dell’acqua: uno studio delle Nazioni Unite ha calcolato che le risorse idriche necessarie a 100 turisti per 55 giorni, sono equivalenti all’acqua necessaria a coltivare una quantità di riso sufficiente per nutrire 100 abitanti locali per 15 anni (avete letto bene, ‘anni’).

I pacchetti all inclusive costituiscono già oggi la tipologia prevalente in Tunisia, ma non solo: i grandi operatori turistici, sempre più globalizzati, (le ‘7 sorelle’ dell’era dell’accesso?), stanno espandendo ed omologando questo tipo di offerta secondo una consolidata tecnica di progressivo controllo dei mercati. Le analisi al proposito, del resto, evidenziano come, in un pacchetto all- inclusive, circa l’80% delle spese del turista vadano a compagnie aeree, hotels, altre compagnie internazionali: alle economie locali rimangono le briciole, quindi.

Altre pesanti ricadute negative sono costituite dall’aumento del costo della vita per i locali determinato dalle richieste dei turisti, primo fra tutti quello delle abitazioni. L’industria turistica, inoltre, per lo più esclude l’imprenditoria locale di medio e basso livello innanzi tutto per la sua incapacità di investire risorse adeguate, come per la mancanza di contatti, e l’insufficiente gestione del marketing: attività anche questa largamente monopolizzata dai circuiti degli operatori finanziariamente più consistenti.

Complessivamente, infine, l’economia fondata solo sul turismo è fragile, largamente dipendente da troppi fattori esterni: crisi politiche, terrorismo, disastri ambientali, cambio delle mode. Le infrastrutture richieste dagli investitori turistici sono molto alte e richiedono sforzi notevoli da parte dei governi che spesso, con l’illusione di ritorni economici a breve termine, stornano risorse da altri settori (educazione, assistenza sanitaria, ecc.) per adeguarsi alle richieste degli investitori stranieri. Il carattere stagionale del lavoro incrementa la precarizzazione: l’incertezza della continuità lavorativa è un elemento ormai globalizzato…

Per quanto riguarda la Tunisia, la ricchezza del suo patrimonio culturale è risaputa: alcuni dei siti romani, ampiamente diffusi su tutto il territorio, sono fra i più belli di tutto il Maghreb, per non parlare delle testimonianze dell’architettura araba e dei siti berberi cinematograficamente pluricelebrati dalla saga di Star Wars. Eppure anche qui il modello ampiamente più diffuso è quello costituito da enclavi rigidamente separate dal resto del territorio. In villaggi vacanze e resorts spesso suddivisi per nazionalità e dall’accesso sorvegliatissimo (motivi di sicurezza, ci si dice) un turista non particolarmente motivato dal punto di vista culturale può trascorrere un’intera vacanza senza alcun contatto con la realtà locale se non quello costituito dalla presenza di personale autoctono e dalle serate a tema: vale a dire per 6 giorni su 7 si mangiano spaghetti e per una volta ci si traveste da beduino e si mangia cous-cous. Tali situazioni sono vissute con ostilità crescente dalla popolazione ‘esterna’, tanto più che le possibilità di lavoro che offrono ai locali si limitano a mansioni dei livelli più umili: il resto del personale (direttori, animatori, ecc.) è di ‘importazione’. A ciò si aggiunga che tali strutture sono nella quasi totalità dei casi estremamente dispendiose dal punto di vista delle risorse energetiche e ambientali: chissà perché prati all’inglese e piscine di ogni foggia e dimensione (anche a bordo mare) sono considerati imprescindibili, così come la presenza di temperature irreali dovute alla presenza costante di aria condizionata in ogni ambiente. Comincia a diffondersi anche qui la perversa moda dei campi da golf, idricamente costosissimi e per favorire i quali le amministrazioni locali non esitano ad espropriare a bassissimo prezzo terreni agricoli contribuendo ad espellere da attività di sostentamento tradizionali percentuali sempre più rilevanti di popolazione locale.

Al di fuori di queste zone franche, i turisti trasmigrano intruppati lungo gli itinerari più reclamizzati e spesso si limitano a gironzolare alla ricerca del ricordo di viaggio per medine e souk, dove i pochissimi manufatti di artigianato locale cedono sempre più spazi all’invasione globalizzante dei gadget Ferrari o di derivazione calcistica. In questi giorni di altissima presenza turistica abbiamo visitato, in perfetta solitudine, gli straordinari siti di Sufetula, Cillium, Haidra, mentre qualche straniero in più (non italico) era presente nelle famosissime aree di Dougga e Bulla Regia.

In generale, infine, l’esperienza della cultura locale diviene qualcosa di completamente asettico che può addirittura prescindere dal contatto con la popolazione locale: ciò che Daniel Boorstin definisce pseudo-evento. Ma anche laddove il contatto sia ricercato, l’istinto profondamente tradizionalista del turista tipo spinge affinchè il “colore locale” rimanga immutato anche a costo di mantenere zone di degrado. In tal senso è stato verificato, da studi recenti, come talune aree, quali il South Bronx a New York, stiano diventando meta turistica proprio perché consentono, al turista un po’ più avventuroso, il brivido dell’esperienza fuori dalle regole. Ad evidenziare quanto tali meccanismi incidano poi sulle politiche urbane delle amministrazioni locali, basterebbe ricordare il celeberrimo e nostrano affaire di Piazza della Signoria a Firenze, dove uno straordinario palinsesto archeologico messo in luce durante i lavori di ripavimentazione della Piazza è stato ricoperto a furor di popolo perché non consono alla perpetuazione dell’atmosfera medicea del luogo. I beni culturali quando sono capitalizzati a fini esclusivamente turistici sono vissuti, insomma, come esperienze chiuse scarsamente efficaci sul piano della divulgazione e dell’interazione culturale.

"Trionfo di Bacco", Museo archeologico di Sousse (Tunisia)
Di fronte alla constatazione di un paesaggio dall’aspetto ormai diffusamente predesertico, i colleghi tunisini ci hanno sottolineato come il degrado ambientale non sia solo un fenomeno legato ai tempi moderni. L’espansione agricola dei romani distrusse buona parte delle foreste della Tunisia (dal 30% stimato in epoca romana si è arrivati a meno del 2% di oggi), con una conseguente grave perdita di biodiversità: scomparso per sempre l’ampio campionario zoologico che popolava gli splendidi mosaici di domus e villae. L’equilibrio biologico degli altipiani è stato distrutto per sempre e la Tunisia perde ogni anno all’incirca 23.000 ettari di terra coltivabile a causa dell’erosione. Le regioni del Tell dedicate alla coltura dei cereali fin dall’epoca romana sono segnate da profonde gole causate dai fenomeni erosivi e molti terreni un tempo agricoli oggi sono adatti solo a pascolo. Gli enormi consumi idrici richiesti dall’industria turistica hanno abbassato il livello dei pozzi artesiani e prosciugato le sorgenti: questa situazione è evidente soprattutto a Djerba dove le esigenze idriche degli alberghi e dei resorts dell’isola hanno minacciato la sussistenza dell’agricoltura e reso l’acqua non potabile.

A buon diritto si può affermare quindi che i turisti abbiano assunto il ruolo dei nuovi coloni delle zone costiere del mediterraneo. Certo l’attività turistica è destinata a provocare, seppur in maniera più limitata del dovuto, anche ricadute positive; così il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi determinato e spesso imposto dalle grandi compagnie di turismo, produce, in ogni caso vantaggi anche per i residenti e le popolazioni locali e consente spesso rapidi miglioramenti di reti idriche, elettriche, stradali. Proprio perché fattore determinante e ormai irrinunciabile di sviluppo, il fenomeno va quindi piuttosto governato e ridefinito, alla luce di differenti obiettivi come quelli di salvaguardia culturale e ambientale, gli unici compatibili, del resto, con proiezioni di sviluppo economico a lungo termine. Occorre insomma uscire dall’alternativa esiziale: sottosviluppo attuale vs depauperamento a medio e lungo termine. Alla fase di stagnazione del modello Butler cui le attuali tendenze rischiano di condurre inevitabilmente queste aree e che è caratterizzata da un uso eccessivo delle risorse e dalla crescente opposizione locale oltre che all’esplicitarsi di problemi ambientali e sociali, bisogna contrapporre azioni di aggiustamento e vera e propria riduzione dei ritmi di crescita, così come imposto dalle sempre più urgenti azioni di protezione delle risorse.

Gli introiti derivati dal turismo debbono rimanere nei paesi ospitanti ed essere destinati a opere di protezione ambientale.

Qui come altrove, qui più che altrove, occorre costruire in maniera eco-compatibile. Complessivamente vi è quindi la necessità di compiere uno sforzo intellettuale per immaginare approcci alternativi, dal punto di vista urbanistico e culturale prima di tutto. In questa direzione e in tempi recentissimi, qualcosa si sta muovendo: ad esempio ad opera di gruppi di urbanisti- architetti spagnoli che propongono, oltre all’istanza ‘zero consumo’ di nuovo territorio, un sistema di azioni destinate ad attivare un turismo ‘attivo’, fondate sulla molteplicità e sovrapposizione di usi di una determinata area e creatrici di quella che viene definita “intelligenza di costa”. Analogamente, in un’altra area mediterranea dove ci si confronta da alcuni anni con le conseguenze di questo turismo invasivo, la Croazia, attraverso il Matra Projects Program finanziato dal ministero degli affari esteri olandese a sostegno del processo di trasformazione nelle aree del centro ed est europa, si sta sostenendo l’attività dell’Associazione di architetti croati che ha elaborato una serie di progetti fondati su un’impostazione ideologica alternativa ai modelli correnti. Secondo tale impostazione i cambiamenti territoriali possono essere solo il frutto di una intelligenza collettiva, debbono coinvolgere tutti i rappresentati dello spazio sociale e si pongono come fine, oltre ad un diverso modello di sviluppo del territorio, una forma di democratizzazione della società stessa.

Infine, la rete. Anche in questo ambito Internet può dare una mano dispiegando innanzi tutto le proprie potenzialità di strumento di critica attiva. La rete può innescare positivi dispositivi di autorganizzazione: così come ha contribuito ad un generale abbassamento dei costi dei viaggi aerei ed ha incrementato una reale competizione fra tour operators, così può contribuire a creare e consolidare, ad esempio, le comunità e le pratiche del turismo fair-trade, che attualmente seppur in crescita, rappresentano ancora percentuali troppo minoritarie per poter incidere sull’impatto globale. Attraverso Internet si possono diffondere notizie per itinerari meno banali e scontati e accrescere una maggiore consapevolezza nei confronti dei luoghi visitati, dando voce ad opinioni alternative e soprattutto al punto di vista dei locali e proponendo alternative ai circuiti chiusi e rigidamente consumer-oriented della maggior parte dei tour operators e della consona documentazione di viaggio oggi disponibile.

Durante una riunione di lavoro al museo del Bardo, ci sono giunte le notizie degli attentati londinesi: nello smarrimento iniziale, con sottile inquietudine, ho avvertito come i commenti dei nostri ospiti fossero improntati oltre che alla dovuta pietas nei confronti delle vittime, anche ad una sorta di neutrale constatazione dell’inevitabile. Anche lì, nella laica, occidentalizzata, modernista Tunisia, dove i rigurgiti di integralismo islamico, pur esistenti e periodicamente riafforanti come fuoco sotto la cenere, sono stati sempre stroncati, a volte brutalmente. “Non cambieremo il nostro stile di vita” abbiamo ripetuto – noi occidentali – in quei giorni, eppure l’impressione, da quei luoghi, è che se per molti aspetti non impareremo a farlo (ovviamente in altro senso da quello prefigurato da terroristi brutali), chi è dall’altra parte troverà motivi altrettanto forti del mantenimento di uno status quo.

E pensare che poche sere prima, durante il concerto di Riccardo Muti nell’anfiteatro romano di El Djem, alle 10,30 il maestro aveva interrotto ex abrupto l’esecuzione perchè il muezzin della vicina moschea potesse recitare la sua preghiera: in quell’atmosfera irreale e fantastica creata da un silenzio sospeso e dalle mille candele che illuminavano i fornici di pietra rosa una convivenza possibile era sembrata, a tutti noi, così vicina, così inevitabile.

* Il ciclo Butler ( http://www.geographyonline.co.uk/sitetour/resources/leisure/info3.html ) utilizzato per l’analisi dell’evoluzione del fenomeno turistico è contraddistinto dal succedersi delle fasi di: esplorazione, coinvolgimento dei locali, sviluppo, consolidamento, stagnazione, cui può eventualmente seguire una fase di ripresa.

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