Eddytoriale 53 (27 agosto 2004)
Eddyburg
Ha avuto coraggio Renato Soru, il presidente della Regione Sardegna, ha avuto coraggio la Giunta regionale nell’approvare il provvedimento di salvaguardia temporanea delle coste. Un atto, oggi, controcorrente. Un atto controcorrente in un’Italia in cui scoppiano le rivolte contro i “termovalorizzatori” perché si è appaltata ai privati la loro localizzazione, invece di farne l’oggetto di una pianificazione regionale, trasparente e partecipata. Un atto controcorrente in un’Italia in cui il governo vuole sottrarre alle regioni la preoccupazione della tutela dell’ambiente (e i “Governatori” non insorgono come un sol uomo).
Su questo argomento Eddyburg ha pubblicato tre articoli: due del manifesto del 13 agosto, dove la redazione informa dell’atto e delle reazioni suscitate e Sandro Roggio argomenta culturalmente e tecnicamente la scelta regionale, e uno della Repubblica del 12 agosto, dove Giovanni Valentini, pur nell’ambito di una valutazione che sembra complessivamente positiva (come ci si aspettava, da uno dei pochi giornalisti attenti all’impatto ambientale delle trasformazioni territoriali) adombra alcune critiche. Mentre rinvio agli articoli del manifesto chi voglia più puntuali informazioni sul contenuto del decreto, vorrei soffermarmi su alcune critiche sollevate, esplicitamente o implicitamente, da Valentini.

Una prima critica Valentini la formula al fatto che il provvedimento vincola (temporaneamente, per tre mesi) una fascia indiscriminata di 2.000 metri. Qui Valentini fa propria una eccezione che era stata subito sollevata, nell’isola, dagli amici (per professione operativa o per interesse patrimoniale) del cemento turistico, o dai loro rappresentanti con la fascia tricolore.

“Per un´isola frastagliata come la Sardegna – afferma Valentini - due chilometri possono anche essere troppi o troppo pochi. Dipende, tratto per tratto, dalla configurazione della costa. Sarà opportuno perciò verificare in concreto, comune per comune, le caratteristiche particolari di questo o quel territorio per decidere di conseguenza. Sul piano del metodo, un confronto aperto e democratico con le amministrazioni locali comunque s´impone”.

Giusto. E infatti sia nella relazione del decreto, sia nel disegno di legge presentato contestualmente, ci si impegna a procedere a quella verifica “in concreto, comune per comune”, delle “caratteristiche particolari di questo o di quel territorio per decidere di conseguenza”. Ma si decide di farlo nell’unico modo corretto in una società moderna e democratica: cioè con un piano: con uno strumento che consenta gli approfondimenti necessari, la sintesi tra le diverse esigenze, e una procedura trasparente nell’ambito della quale tutti possano conoscere, esprimere le proprie osservazioni, essere considerati nelle loro proposte.

La questione è proprio questa. Si denuncia e si depreca, giustamente, quando questa o quell’altra iniziativa minaccia di deturpare il paesaggio o di degradare l’ambiente, ma ci si dimentica che gli strumenti attraverso i quali minacce e degradi possono essere durevolmente contrastati non sono articoli di giornali. Sono quegli strumenti complessi che la cultura liberale ha promosso, istituito, e in paesi fortunati praticato; sono i piani urbanistici e territoriali, magari “con specifica considerazione dei valori paesaggistici e ambientali”, secondo le parole di Giuseppe Galasso (un liberale, appunto). Certo, i piani sono una cosa seria, richiedono tempo, intelligenza e determinata volontà politica per essere formati. Se la “tutela intelligente” che essi consentono non c’è, e su quel territorio sussistono tensioni edificatrici e privatizzatici minacciose, occorre un atto di “tutela stupida”, come quel vincolo generalizzato che il decreto Soru provvidenzialmente ha istituito.

Un’altra critica che Valentini raccoglie (e il fatto che la raccolga un giornalista con i suoi crediti la dice lunga sulla forza dell’ideologia dominante) è quella che il vincolo (temporaneo) sulla fascia costiera si tradurrebbe in una valorizzazione delle proprietà immobiliari esistenti. Afferma Valentini: “c´è il rischio di favorire gli interessi forti, quelli di chi già possiede abitazioni, residence, ville o alberghi sulle coste sarde. O peggio ancora, di alimentare involontariamente una bolla speculativa, come quella finanziaria ai tempi d´oro di Internet”.

Se si volesse tradurre in indirizzi pratici questa preoccupazione si dovrebbe allargare a dismisura l’edificabilità delle coste sarde. Con esiti prevedibili per chiunque, e certo distanti rispetto alle attese dei difensori del paesaggio, tra i quali certamente il giornalista di Repubblica merita di essere annoverato. E con buona pace di quegli economisti (anch’essi liberali) i quali, da Davide Ricardo a Luigi Einaudi si sono affannati a dimostrare che la rendita immobiliare non segue le medesime leggi di mercato che governano le merci fungibili.

Una terza osservazione di Valentini merita di essere raccolta, poiché anch’essa esprime un martellante idolum fori.

“Per crescere e prosperare, alla Sardegna serve un modello di sviluppo economico-sociale, moderno, compatibile con la difesa dell´ambiente e con la valorizzazione di tutte le sue risorse, a cominciare proprio da un turismo sostenibile” afferma Valentini. E prosegue ammettendo che “ha ragione il governatore Soru a dire che questo non si può identificare con l´attività edilizia”. Ineccepibile, fin qui. Purtroppo prosegue: “Ma è pur vero che non deve ispirarsi a un paradigma ‘cavernicolo’, fatto esclusivamente di campeggi, tende, roulotte e caravan. La ‘perla del Mediterraneo’ ha bisogno di essere protetta dai nuovi barbari, non di essere blindata e diventare un´isola off limits”.
In queste affermazioni davvero si riflette una concezione del turismo, e più in generale della fruizione del paesaggio, che definire arcaica è poco. Impedire l’edificazione indiscriminata significa soltanto arrestare quello sfruttamento rapace e distruttivo della risorsa stessa che alimenta le correnti di visitatori. Significa porre le premesse per un turismo né devastatore e privatizzante (come quello dominante in tanta parte delle coste sarde) né ispirato al “paradigma cavernicolo”, altrettanto distruttivo. Un turismo, invece, capace di definire un equilibrato rapporto tra la capacità di carico delle risorse e le presenze di visita e soggiorno, di estendere la fruizione a tutte le numerosissime aree ricche di qualità ambientali e paesaggistiche, di programmare l’offerta turistica in modo da evitare che l’unica discriminante alla fruizione sia quella del reddito.

Sviluppare un turismo siffatto non è certamente facile, e richiede intelligenza, impegno, volontà politica duratura, capacità di guardare al futuro. Richiede però che si compia un primo passo. Proprio quello che ha fatto Renato Soru: mettere un fermo a quel turismo cementizio che oggi è il protagonista della devastazione delle coste. Sarebbe bello se la Sardegna diventasse davvero off limits per quel turismo, che fu oggetto – sulle pagine stesse di Repubblica – delle memorabili sacrosante invettive di Antonio Cederna. In anni lontani. Quando alla pianificazione del territorio si credeva; se non in Sardegna, nelle regioni amministrate dalla sinistra (e non esclusivamente in quelle).

Gli articoli del manifesto sul decreto Soru
L'articolo di Repubblica sul decreto Soru
Il termovalorizzatore della Campania
Il governo incrimina lo Statuto della Toscana

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