Dalla bellezza eterna alla bellezza “usa e getta”
Antonietta Mazzette
Il turismo, grande consumatore di città e trasformatore di beni comuni in merci, raccontato a Karlsruhe da una studiosa italiana
L’intervento introduttivo alla tavola rotonda conclusiva del Simposio scientifico internazionale “Roma, la città eterna in mutamento”, Università di Karlsruhe 18-20 aprile 2008

1. I processi di riconversione urbana avviati intorno agli anni ’80 al fine di ridurre la disoccupazione derivante dalla chiusura o crisi delle industrie, e portati a compimento in questi ultimi anni in termini di turismo, cultura e creatività, sono stati un prodotto di complesse strategie di marketing della città, finalizzate ad attrarre visitatori-consumatori, investimenti e flussi finanziari. In Italia i primi esempi di questa riconversione li abbiamo in città tradizionalmente industriali, Torino, Genova, Milano. Soprattutto le prime due oggi rappresentano complessivamente un esempio significativo di trasformazione e un modello di riferimento per altre città italiane, proprio perché sono riuscite a coniugare la riqualificazione urbana con il patrimonio architettonico e le imprese culturali (Bovone, Mazzette, Rovati 2005). Roma, invece, richiede un ragionamento a sé perché non ha vissuto i passaggi dal fordismo al post-fordismo e perché è una ‘classica’ città amministrativa a chiara vocazione turistica.

È in questo contesto che le città storiche italiane stanno assolvendo ad un importante ruolo attrattivo in termini di attività creative, di nuove popolazioni, di consumatori/visitatori. La bellezza (soprattutto quella ereditata dal passato) è diventata uno dei i fattori principali di questa rinnovata centralità. In altri termini, il passato non solo non è più ingombrante e residuale come lo è stato nella modernità (città industriale) ma è diventato una risorsa immediatamente spendibile in termini materiali e simbolici, in quanto elemento che rende unico e riconoscibile il paesaggio urbano.

E se la bellezza concorre al successo urbano in quanto elemento fondamentale di attrazione urbana, la città nel suo complesso è diventata una macchina multimediale che si organizza per produrre eventi e per diventare essa stessa evento (Sgroi 1997; 2001). In questa direzione si sono mosse gran parte delle città italiane, qualunque sia la dimensione e a seconda del patrimonio architettonico e culturale di cui ognuna dispone. Direzione che si alimenta di una forte competizione che tra le grandi città è finalizzata a diventare sede di importanti appuntamenti e che può trasformarsi in ‘lotta senza esclusione di colpi’ - si pensi per ultimo a ciò che Milano ha fatto per aggiudicarsi l’Expo del 2015 -, perché esporre l’immagine della città allo sguardo del mondo, significa riportare alla città concreti risultati in termini di pubblicità, di investimenti finanziari, di rivitalizzazione urbana (in poco tempo si realizzano grandi opere urbanistiche e architettoniche), di riscoperta dell’efficienza e delle capacità organizzative. Mentre la competizione tra le medie e piccole città si esprime inventando mostre e iniziative culturali locali di vario genere, per lo più collocate in palazzi di pregio riconvertiti a questo fine. L’elemento accomunante è che la bellezza come bene culturale è ormai considerata in tutti gli insediamenti urbani (ricchi e poveri, grandi e piccoli) una risorsa economica spendibile.

Ma il successo di questa formula finora è stato possibile soprattutto in quelle città dove si sono verificate almeno alcune delle seguenti condizioni: a) rigenerazione del vecchio ambiente costruito; b) miglioramento infrastrutturale; c) costruzioni di installazioni ‘simbolo’; d) cambiamento della cosiddetta landmark strategy; e) creazione di eventi sempre più nuovi; f) investimenti nel marketing territoriale e locale (place marketing), ovvero tutte quelle attività di comunicazione interne alla città e proiettate verso l’esterno. Investimenti e flussi finanziari possibili solo con un elevato grado di collaborazione tra amministrazioni pubbliche e imprese private (strategie di governance).

Alla luce di ciò, soprattutto le città storiche sono diventate la sede ‘naturale’ di attrazione per un pubblico vasto e composito, dove musei, opere di risanamento e opere costruite ex-novo, luoghi tradizionali di cultura (università, teatri e sale concerti) e nuovi luoghi di produzione culturale si mescolano ai luoghi di consumo e del divertimento, per diventare ‘la cartolina’ da esibire e vendere (Ingersoll 2004). In relazione a tutto ciò, negli ultimi anni si è diffuso un fenomeno di ‘dilatazione’ del centro, nel senso che aree sorte nella prima metà del Novecento, a ridosso dei centri e che fino a pochi anni fa erano considerate semi-periferie, tendono oggi a rappresentarsi come centro storico: un esempio significativo a Roma sono le aree attorno alle mura aureliane.

E se l’urbanistica continua ad essere assente da questi processi, l’architettura è ridiventata il collante principale di questa rivitalizzazione e costituisce il marchio (Amendola 1997) che può rendere unico il luogo e gli avvenimenti che vi si organizzano. Così, le singole opere architettoniche diventano esse stesse ragione di rivitalizzazione e di attrazione. Un esempio per tutti è la Biosfera di Renzo Piano a Genova.

2. Questo complesso processo di attrazione e competizione si accompagna al fatto che i paesi a sviluppo avanzato sono diventati paesi dal punto di vista sociale e territoriale estremamente mobili, e una delle cause principali della mobilità è il consumo, materiale e immateriale.

I due tipi di consumo non sono separabili, anzi, l’uno non può esserci senza l’altro perché il consumatore è diventato un soggetto sociale estremamente abile che, quanto più esplica grandi capacità di accesso e di selezione - è, per così dire, un soggetto blasé nel senso simmeliano del termine - tanto più accede alle risorse urbane.

In questo gioco di attrazione e di competizione gran parte delle città italiane, seppure non abbiano le caratteristiche delle città globali (Sassen 1991), hanno adottato politiche e strategie di rivitalizzazione urbana (urban regenaration), utilizzando come motore principale il nesso produzione culturale, servizi, consumo. Al centro di questo nesso va ricompreso il patrimonio architettonico, l’arte, il saper fare delle culture locali, il variegato sistema dei servizi tradizionali ed avanzati e, in modo particolare, il consumo di beni materiali e immateriali, a partire dal consumo di territorio. Grazie a tutto ciò, le città sono riuscite a produrre trasformazioni specificamente in tre tipi di aree: a) quelle centrali e con patrimonio storico-architettonico, più o meno ricco a seconda della lunga durata della singola città; b) quelle semiperiferiche e dismesse dove vi erano gli insediamenti industriali; c) i vasti territori di congiunzione tra un insediamento urbano e l’altro. E se nei primi due casi vi è stata una riconversione funzionale ed estetica che ha avuto un’immediata ricaduta economica e ha rinviato un’immagine di successo urbano (Sgroi 2001), nel terzo caso vi è stata la proliferazione di un insieme composito di periferie e che Koolhaas ha definito città generica, ovvero la città senza storia (2006). Questa apparente dualità tra centro e periferie ha a che fare direttamente con questioni controverse come ‘segni identitari’, ‘passato/presente’, ‘appartenenza territoriale’ e così via.

Vorrei però sottolineare il fatto che solo le città che hanno adottato e saputo applicare le politiche di rigenerazione hanno mantenuto il loro potere di monopolio e di ‘esclusività’ (target) e hanno trasformato in beni economici quell’insieme di caratteri che appartengono al passato e alla storia locale urbana - come esigenza rinnovata del cosiddetto ‘postmodernismo’ – e che si basa su quella che Urry ha definito “disease of nostalgia” (1990). Il tutto mescolato con tutte quelle attività che appartengono al tempo da dedicare allo svago e al consumo seguendo quelle note dinamiche, che coniugano i termini divertimento e intrattenimento (entertainment) con un insieme di attività ad essi complementari racchiusi in quattro sistemi di consumo: lo shopping, il mangiare, le attività educative nel loro significato più tradizionale e la cultura (Hannigan 1998). Dinamiche che non riguardano più soltanto le città più avanzate - come Roma e Milano -, ma che hanno contagiato tutti i territori.

Il binomio turismo/consumo lo si ritrova ormai ovunque, seppure con livelli differenziati di successo, ma tutti i territori (urbani ed extra-urbani) hanno adottato strategie attrattive simili, modificandosi nelle funzioni e nella forma giacché hanno assunto il consumo e lo svago come funzioni primarie, mentre le altre funzioni, soprattutto quelle abitative e quelle produttive nel senso materiale del termine, hanno subito un processo di periferizzazione o un valore di nicchia, a seconda dei casi.

3. Quali sono stati gli effetti più eclatanti di questi cambiamenti?

Innanzitutto, la città si è trasformata da luogo da vivere a luogo da consumare prevalentemente in senso turistico, trasformazione che ha accentuato i processi di spopolamento delle aree centrali, o città storiche, proprio perché le esigenze del mercato urbano sono nei fatti incompatibili con quelle di chi vi abita stabilmente. All’interno di questa trasformazione si possono individuare i segni di gentrificazione all’italiana e di folklorizzazione del centro (Mela 1996; Strassoldo 2003) che si affermeranno pienamente a partire dagli anni ’80 e ’90, al di fuori di qualunque programmazione urbanistica. Gentrificazione e folklorizzazione che in Italia fanno perno sulla bellezza, qui intesa nel senso estetico del termine.

In secondo luogo, il fatto che nella nostra epoca l’individuo da homo politicus sia via via diventato homo consumens (Bauman 2007), significa che i nuovi nomadi, i visitatori/consumatori, si sono appropriati della città pur essendo per definizione estranei ad essa, nel senso che il loro senso di appartenenza al luogo è provvisorio, così come è provvisorio il loro stare nel luogo. Questo determina una sorta di dissesto sociale e culturale i cui effetti sono ancora sottovalutati e poco studiati, non ultimo perché è difficile calcolare i costi della perdita dell’anima sociale di una città, o di parti di essa. In questo quadro, la bellezza è una merce al pari di qualunque altro prodotto, e perciò suscettibile di obsolescenza.

In terzo luogo, si è andato estendendo il consumo del suolo in senso urbano. Mi riferisco al fenomeno dello sprawl che riguarda il consumo del territorio e che rinvia sia al fatto che i mutamenti funzionali degli insediamenti non rispondono più a un’immagine di città compatta ed articolata per ambiti specializzati e rispondenti a un ordine razional-funzionalista, sia al fatto che lo sprawl è causa ed effetto della crescita della mobilità privata e individuale. Ossia, non si sarebbe potuto creare sprawl se non fosse stato portato a compimento il duplice processo di acquisizione della mobilità come una delle funzioni centrali e di dilatazione sociale del consumo tout court. Nel caso italiano lo sprawl è anche il prodotto di una mai dichiarata forma di deregulation, ovvero, le regole del mutamento sono state in buona misura dettate dalle forze economiche e dai nuovi protagonisti sociali di questi spazi urbani (Salzano 2006).

In quarto luogo, si è stabilito un difficile rapporto tra consumo e cittadinanza, perché acquisire come prevalenti le regole del consumo, significa avere come interlocutori individui che hanno una forte capacità di rappresentanza degli interessi di cui sono direttamente o indirettamente portatori; mentre, adottare gli strumenti di governo pubblico significa avere come interlocutori i cittadini, portatori di diritti e di doveri che prescindono dalle loro capacità individuali economiche e di rappresentanza politica.

4. In riferimento a questo processo generale Roma si colloca in modo originale, anzitutto, perché non ha dovuto subire la crisi cosiddetta post-fordista e perché i primi segni di folklorizzazione della bellezza vi sono già intorno alla seconda metà degli anni ’70 con la rapida affermazione di quella che venne definita ‘politica dell’effimero’, inaugurata a Roma dall’allora assessore Nicolini nel tentativo di ‘far incontrare’ i giovani delle borgate con le bellezze del centro e utilizzando il divertimento come medium culturale al fine di rendere il centro una zona sicura; inoltre, perché le ragioni dell’attrazione e del consumo sono legate alla sua storia certamente unica nel mondo (e non solo perché è capitale di due Stati); infine, perché l’architettura contemporanea ha un ruolo attrattivo - se si vuole - marginale perché le architetture del passato continuano ad essere la ragione centrale di attrazione: l’esempio della teca di Richard Meier per l’ARA PACIS, è significativo, giacché, nonostante tutte le polemiche che ha sollevato quel tipo di opera, i visitatori vi si recano per vedere il contenuto (l’Ara Pacis), più che il contenitore seppur ideato da un architetto-star.

Nonostante ci siano profonde differenze tra Roma e le altre città italiane, gli effetti sono abbastanza simili in termini di cambiamento delle funzioni, di spopolamento della città storica, di mobilità ed estensione urbana, di consumo, a partire da quello del suolo. Il PRG recentemente approvato non solo non coglie questi nodi critici, ma sembra volerne accrescere le criticità (in merito rinvio al ricco dibattito presente nel sito di Edoardo Salzano eddyburg.it) (De Lucia 2003; AA:VV. 2007). Il che significa che mobilità, spopolamento e sprawl diventeranno per Roma fattore emergenziale e non di governo ordinario, ma su questo entrerò nel merito nella tavola rotonda.

5. Riferimenti bibliografici

- AA.VV. (2007), Modello Roma, Odradek edizioni, Roma;

- Amendola G., (1997), La città postmoderna, Laterza, Roma-Bari;

- Bovone L., Mazzette A., Rovati G. (2005), (a cura di), Effervescenze urbane, Angeli, Milano;

- Bauman Z. (2002), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.

- Bauman Z. (2007), Homo consumens, Erickson, Trento.

- De Lucia V. (2003), Il nuovo piano regolatore di Roma e la dissipazione del paesaggio romano, in “Meridiana”, nn. 47-48

- Hannigan J. (1998), Fantasy City, Routledge, London and New York.

- Koolhaas R. (2006), Junkspace, Quodlibet, Macerata.

- Ingersoll R. (2004), Sprawltown, Meltemi, Roma.

- Mazzette A. (cur.), (2003), La città che cambia, Angeli, Milano.

- Mazzette A., Sgroi E. (2007), La metropoli consumata, Angeli, Milano;

Mela A. (2006), Sociologia delle città, La Nuova Italia Scientifica, Roma.

- Salzano E. (2006), Introduzione: su alcune questioni di fondo, in Gibelli M.C., Salzano E., No Sprawl, Alinea editrice Firenze.

- Salzano E. (2007), Ma dove vivi?, Corte del Fontego, Venezia;

- Sassen S. (1991), The Global City, Princeton University Press, Princeton N.J.

- Sgroi E. (1997), Mal di città, Angeli, Milano.

- Sgroi E. (2001), La città nel XX secolo: il successo infelice, in “Enciclopedia Italiana. Eredità del Novecento”, Treccani, Roma.

- Strassoldo R. (2003), “Aspetti sociologici dell’urbanistica postmoderna”, in Mazzette A. (cur.) La città che cambia, Angeli, Milano.

- Urry J. (1990), The Tourist Gaze, Sage Publications, London.

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