Il Prg di Napoli visto dal cantiere sociale
Giovanna D'Alonzo
Il punto di vista di chi si occupa della città da un luogo di cittadinanza attiva, e perciò osserva l’urbanistica con un’ottica diversamente privilegiata. Scritto per eddyburg.it
Il Cantiere sociale Arcipelago Napoli si propone di “costruire ponti per pensare una città diversa”. Con spirito di pontiera quindi ho deciso di partecipare alla iniziativa di eddyburg, “Una città, un piano: Napoli”, che si è svolta dal 24 al 26 aprile scorso, proprio per connettere il lavoro che da mesi facciamo come Cantiere sociale qui a Napoli alla storia di quanti, negli ultimi 20 anni, hanno pensato e disegnato lo spazio urbano.

È iniziato così un viaggio di conoscenza della mia città che per me, non addetta ai lavori e ignorante di urbanistica, è sempre apparsa come un luogo scontato, dove vivo e mi muovo ogni giorno, in cui a volte mi meraviglio e mi incanto per alcuni bellissimi cambiamenti che mi colgono alla sprovvista, e dove a volte soffro per le deturpazioni e il disamore che colgo nei gesti di tanti che la sfregiano. Così, come Alice nel paese della meraviglie, mi sono avviata a questa 3 giorni di visite in luoghi emblematici della città (Ponticelli, San Pietro a Paterno, Bagnoli, le stazioni della Metro collinare). Le sorprese che mi hanno colpita mi hanno sbilanciata da molteplici punti di vista: tante e diverse sono state le emozioni e i pensieri che per mettere almeno un poco di ordine in queste suggestioni sparse è stato necessario un ulteriore approfondimento con Elena Camerlingo, che generosamente e pazientemente mi ha dedicato un intero pomeriggio, e che ringrazio sinceramente. Ovviamente quanto scrivo è frutto della mia esperienza e ne sono la sola responsabile.

Per prima cosa, mi ha colpita la conferma che siamo davvero un arcipelago di solitudini. C’è voluto eddyburg, con la sua scuola di urbanistica itinerante, per fare incontrare pezzi di Napoli simili e complementari tra loro; e la sorpresa è dovuta alla somiglianza del lavoro di trincea con cui, ognuno nel suo pezzo, stiamo attaccati alle nostre pratiche di salvaguardia dei diritti di cittadinanza: chi progettando luoghi inclusivi e sorvegliando sull’attuazione a salvaguardia dei principi ispiratori, ma poco potendo fare sul piano della gestione, se non rammaricarsi laddove a quel livello si vede stravolgere la visione iniziale; e chi invece opera nel sociale inventandosi nel proprio agire e lavorare quotidiano un welfare che non c’è più.

Principio ispiratore della pianificazione urbanistica a Napoli è stato il diritto di cittadinanza attraverso l’accessibilità per tutti, da tutti i luoghi a tutti i luoghi, annullando la gerarchia tra centro e periferia. Per fare questo si è lavorato integrando urbanistica e trasporti, immaginando lo sviluppo della città in funzione del ferro già esistente e di quello ipotizzabile per favorire lo sviluppo e la mobilità sostenibili. Si è colta l’occasione dell’ampliamento della rete dei trasporti per ridisegnare o creare le piazze intorno alle stazioni. Piccoli grandi cambiamenti che hanno modificato il volto e la vita di molti quartieri a Napoli.

Si è pensato agli equilibri necessari, tra centro e periferie, ma anche tra zone rurali e zone edificate.

Si è tutelato il verde come bene primario, e Napoli con il Parco delle Colline ha oggi 2.200 ettari di verde, un quinto dell’intero territorio della città, dove si preserva l’agricoltura urbana, nella lungimirante visione di offrire alla città una produzione agricola locale, a filiera corta, tipica. Qui in particolare emerge subito una contraddizione fortissima, quando lo stesso luogo è contemporaneamente sede di futuribili visioni di città sostenibile e preda, a Chiaiano, dei soprusi governativi per cui, militarizzata e dichiarata in emergenza, diventa sede di ammassi di rifiuti per consentire finti miracoli.

Nel disegno di Napoli, si è puntato ad amplificare al massimo la caratteristica che ne ha fatto nei secoli una città a suo modo vivibile: la mixitè.

Punti fermi intorno ai quali si è progettato lo spazio urbano: fare muovere le persone e non le auto puntando sui trasporti pubblici e restituendo agli usi sociali gli spazi pubblici (vi ricordate Piazza del Plebiscito quando negli anni ‘70 era il mega parcheggio del centro?); distribuire funzioni pregiate in tutte le parti della città evitando specializzazioni che emarginano e gerarchizzano i quartieri: ogni quartiere ad esempio deve avere il suo parco pubblico a verde. Ci si deve poter muovere, se si vuole, ma non deve essere indispensabile. A Napoli, anni addietro, gli abitanti di quartieri periferici erano obbligati ad andare alla Villa Comunale per una passeggiata in un parco: oggi possono scegliere se farla nel proprio quartiere, e hanno anche la rete dei trasporti pubblici per evitare di usare l’auto.

La metropolitana collinare ha avvicinato la periferia al centro di Napoli. L’idea di spostare in periferia alcune funzioni importanti come l’Università era un modo per equilibrare gli spostamenti da e verso il centro, annullando la gerarchia, laddove la direzionalità prevalente definisce la subordinazione di un quartiere ad un altro.

Si è provato a facilitare la mixitè spostando funzioni pregiate e necessarie laddove si correva il rischio di avere solo un dormitorio o un ghetto, per distribuire a tutti i cittadini un pari diritto di cittadinanza nella propria città. Tutto questo ha dovuto e deve fare i conti con il pensiero oggi dominante dell’esclusione in nome della presunta sicurezza, per cui molti abitanti dei quartieri centrali di sentono “invasi” dalla metropolitana collinare, che di colpo ha annullato le difficoltà di mobilità dei cittadini delle periferie verso la loro preziosa gabbia dorata.

Si è lavorato a recuperare la contaminazione come fattore di inclusione sociale, contro il pensiero dominante della sicurezza propinata attraverso l’esclusione di tutte le diversità, la militarizzazione dei territori e i recinti, che nulla hanno a che fare con la sicurezza percepita, che diminuisce ad ogni recinto e ad ogni evidente segregazione, per cui è facile immaginare quanto questo approccio della pianificazione sia stato e venga tuttora ostacolato nella attuazione e nella gestione. D’altra parte una popolazione separata e ghettizzata è facile preda di demagogiche politiche securitarie, e consente forme di controllo sociale e spazi di interesse privato a prezzi veramente scontati.

Purtroppo i tempi dalla pianificazione alla attuazione e successiva gestione sono troppo lunghi, attraversano troppi periodi amministrativi, e corrono il rischio ad ogni passaggio di venire stravolti e “re-interpretati” in funzione di interessi particolari piuttosto che per il bene comune.

Se poi tra i livelli amministrativi di pianificazione-attuazione-gestione si inserisce anche l’elemento dell’operatività dei servizi sociali, non più esclusivamente servizio pubblico ma in gran parte erogato da operatori privati e del terzo settore sulle cui spalle si è buttata la responsabilità di rientrare in principi di economicità dei servizi, le zone opache di scarsa comunicazione aumentano vistosamente. Quanto era stato pensato negli anni di welfare forte e innovativo, oggi viene gestito in una situazione di welfare ridotto all’osso, pretendendo di inserire nell’erogazione di servizi essenziali per garantire cittadinanza e dignità a tutti, principi di economicità assolutamente insufficienti almeno fintanto che non si riesca a farli rappresentare anche attraverso variabili di benessere sociale.

A questo punto si chiude il cerchio delle suggestioni, e i pezzi del puzzle trovano ognuno la propria giusta collocazione. Ritorno alla sorpresa iniziale dell’arcipelago di solitudini di coloro che a Napoli lavorano, ognuno per suo conto, a credere ancora che un altro mondo è possibile. Siamo caduti anche noi nella trappola dell’esclusione e della separazione, che ci preclude la mixitè attraverso cui, se riuscissimo a metterci davvero in rete, diventeremmo improvvisamente forti e visibili. Per questo come Cantiere Sociale a Napoli abbiamo anche provato a lanciare, insieme ad altri che come noi credono che valga la pena di provarci, dei Segnali di fumo. Ma questa è un’altra storia, e ve la racconteremo un’altra volta.

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