Utopia metropolitana
Lodo Meneghetti
Il tema dell’Expo milanese sarebbe ...
Il tema dell’Expo milanese sarebbe incentrato sull’agricoltura e l’alimentazione, sui beni primari per l’umanità. Sarebbe, scrivo, perché osservando gli avvenimenti di Milano e dintorni si notano piani e realizzazioni estranei al tema, anzi rivolti a contrastarlo, a seppellirne le motivazioni originali, a ingannare chi avesse imprudentemente dato fiducia ai promotori, invece sospettabili truccatori di carte. Ora il quadro è in piena luce. Basta radunare le informazioni della stampa negli ultimi mesi, basta aggirarsi in eddyburg fra gli articoli, la posta, gli interventi per sapere che la realtà corre verso un’Expo marchiata da edificazione speculativa intensa come mai: che significa cancellazione di territori agricoli e di aree urbane libere vincolate a verde o a servizi sociali, cementificazione di aree ferroviarie dismesse, costruzione esorbitante di strade e autostrade pura violenza verso spazi agrari irrigui e paesaggi di campagna storica. Altro che opposizione al consumo di suolo dichiarata anche da sindaci, assessori e presidenti. Edificazione distruttiva come moderna rapallizzazione metropolitana (conventrizzazione significò difatti totale distruzione), devastazione di quelle risorse che il falso programma Expo indica destinate ad assoluta tutela e forte aumento. Tutto questo per decisione delle istituzioni pubbliche, Regione, Comune di Milano, certi altri comuni, persino Parco Sud e Provincia di centrosinistra sebbene quest’ultima cerchi di coprire il consenso alla speculazione immobiliare nel Parco trascinata dall’operazione Cerba (Centro europeo di ricerca biomedica avanzata) rivendicando presunte cautele ambientali del nuovo Ptcp. Ad ogni modo la solida piattaforma per tutte le operazioni è l’accordo con i maggiori immobiliaristi e proprietari fondiari, che consiste nelle loro proposte e immediata accettazione degli enti, capintesta la giunta morattiana. Come fa da tre lustri, Milano continua a precedere le proposte di legge urbanistica in parlamento (ce ne sono quattro compresa la vecchia Lupi) basate sull’impari negoziazione fra i privati e l’ente pubblico. E tutto questo indipendentemente dagli effetti della definitiva deregolamentazione voluta oggi dalla destra (solo?) attraverso il dissennato “piano casa”.

D’altronde. Non sono terreni agricoli vincolati quelli su cui sorgeranno le opere dell’esposizione? Non sarà tolto il vincolo affinché a manifestazione terminata i proprietari costruttori Ligresti e Cabassi portino a conclusione l’affare rimpinzando di cemento gli immaginati poveri del mondo cui l’expo destinerebbe il buon cibo propagandato in figura?

Panorama metropolitano disastroso rispetto ai principi e modelli che stanno a cuore a eddyburg, all’urbanistica in cui abbiamo creduto, alla battaglia senz’armi sufficienti (p. es. bravi politici alleati) che cerchiamo di combattere in difesa del piccolo residuo di giustezza e bellezza nel territorio aperto e nelle città. Eppure, avendo studiato la condizione dell’area milanese e la sua trasformazione, avendo assistito al tradimento della mirabile costituzione storica valsa fino alla guerra (territorio policentrico, centri urbani e centri rurali divisi da ampie fasce di terreni agricoli), ho provato a riguardare insieme a bravi giovani la metropoli d’oggi nella parte esterna alla città centrale, ossia il territorio che definiamo nuova periferia per distinguerla anche nominativamente dalla periferia urbana storica addossata e compenetrata alla parte consolidata della città. Insomma l’hinterland, il circondario “dei cento comuni” attorno a Milano. Riguardo al problema del verde agrario preteso e tradito dall’Expo proponiamo, in maniera semplificata ma non astratta, un nostro modello d’azione utopica come potendo da subito far cessare la colata di materia edile che appunto sta colando dappertutto. Questa corona circolare intorno alla città centrale può essere esaminata secondo due semi corone molto diverse.

Semi corona settentrionale: la sua condizione storica contraddistinta da agricoltura povera su terreni asciutti e poi, anche per questo, da vocazione industriale accompagnata da un fitto sistema infrastrutturale non ha consentito, per così dire, alcuna difesa dalla gigantesca trasformazione degli anni Cinquanta e Sessanta, dalle ulteriori espansioni e dagli incessanti tumulti edificatori pervasivi, inoltre dalla complicità degli enti pubblici e compiacenza di troppi urbanisti. Qui è il mondo del più spiaccicato sprawl.

Semi corona meridionale: la permanenza di agricoltura irrigua intensiva e più tardi anche la creazione del Parco hanno preservato in buona parte la struttura policentrica e di conseguenza il vasto spazio aperto. Non si sono instaurati gli stessi processi che a nord, quelli costituiti da migliaia di episodi edilizi; l’agricoltura forte è servita a evitare il rivestimento edilizio della terra come se la città centrale esplodesse. Tuttavia si sono insediati sparsi fronti edificatori particolarmente aggressivi. Il policentrismo storico è ancora riconoscibile, il territorio evidenzia ancora il valore dell’agricoltura di tradizione capitalistica, ma certe violenze dotate di supporti nuovi hanno provocato conseguenze laceranti. Qua e là si è assistito al passaggio non da una produzione a un’altra (da agricola povera a industriale) ma da agricoltura altamente qualificata, seminativo irriguo di forte produttività, a grandi insediamenti terziari o residenziali sostenuti dalla finanza dei misteri. Il primo fu l’incredibile insediamento di Sesto Ulteriano (San Donato), un’accozzaglia di duecento capannoni, per lo più magazzini deserti, cittadella di stoccaggio che dobbiamo attraversare quando vogliamo andare dall’abbazia di Chiaravalle a quella di Viboldone. Apparve l’insensato Quartiere Zingone a Trezzano sul Naviglio. Piombò il fallimentare complesso “Girasole” sulla campagna di Lacchiarella. Cabassi realizzò i torvi benché colorati fabbricati per uffici ad Assago detti “Milanofiori” (ora sappiamo che vuole aggiungere lì, in quella campagna, una “Milanofiori 2”). Il fratello di Berlusconi fondò “Milano 3” per 10.000 abitanti surclassando il piccolo comune di Basiglio e i suoi antichi campi irrigui. Ligresti costruì diversi gruppi di edifici alti per uffici con i due ultimi piani abusivi. Altro seguirebbe nell’elenco. E i nuovi pericoli dovuti alla liberalizzazione diciamo istituzionale di aree vincolate in comuni del Parco? Dobbiamo però sapere che sono i processi strutturali a provocare i danni irreversibili. Infatti la trasformazione consiste nell’abolizione di fior di aziende capitalistiche o a conduzione diretta efficiente a causa della proprietà già caduta nelle mani di potenti società immobiliari.

Nel territorio dello sprawl (e anche nelle sacche meridionali di forte espansione edilizia, per esempio Rozzano), non è possibile in quasi tutto lo spazio il rilancio di un’agricoltura per un’effettiva produzione. Tuttavia resistono in zone ancora irrigate, soprattutto a est verso l’Adda, modesti assetti aziendali non del tutto degradati. Qui potrebbe fondarsi una ripresa agraria al fine di custodire il paesaggio storico, opporre fronti produttivi alla devastazione dell’ambiente in qualsiasi modo possa essere minacciata. (Dicono che in urbanistica e in edilizia noi siamo il partito del no. Di certo, lo siamo, e dovremmo rafforzarne il principio. Il modello utopico si basa sul blocco completo delle costruzioni in tutte le aree libere del circondario milanese in esame). Invece nella parte più diffusa e confusa della conurbazione la terra libera si distingue da una parte per poche ma non trascurabili aree dove la vecchia coltivazione ridotta a gerbido non potrà più riprendere vigore, da un’altra per numerosissimi interstizi fra le edificazioni e le infrastrutture, specie fra i confini irriconoscibili di insediamenti dotati degli antichi nomi comunali. Il programma utopico consiste nella determinazione di una politica del grande verde per gli spazi privati e pubblici. Un piano totalizzante e preciso per una vasta piantumazione. Salvate le aree aziendali ancora adatte al seminativo irriguo (est/sud-est della semi corona) costruiamo l’architettura di una foresta metropolitana partendo da masse alberate erette nelle aree a gerbido, proseguiamo l’impianto in tutte le superfici interstiziali libere, inseriamolo poi capillarmente nell’edificato più o meno aggregato dei comuni come filare di strade o magari boschetto urbano in angoli dimenticati. Un fiume selvoso con i suoi emissari, sia per crescita da piante pioniere secondo proposta degli agronomi sia per applicazione di un disegno geometrico a griglia o a linea. Spetterà agli agronomi la scelta delle essenze, specialmente riguardo alle piante pioniere. Per noi sarebbero benvenuti dappertutto alberi come quelli più resistenti e belli di Milano, parte di quei centosessantamila sopravvissuti alla guerra del traffico, dello smog, degli impresari edili, della stessa amministrazione comunale: platani, bagolarie, aceri, ippocastani. Quanti? Non possiamo conoscere il totale degli spazi liberi nei comuni. Calcoliamo la possibilità di piantarne almeno cinquecento per ettaro di terra nuda e uno ogni quattro metri al massimo nei filari. Valutando un modesto incremento della superficie grazie ai margini meno compromessi di nord ed est, è plausibile un obiettivo di un milione di piante, unica possibilità di parziale riscatto del territorio in causa. Sarebbe interessata una superficie complessiva di circa duemila ettari in una miriade di episodi, però realmente o idealmente collegabili fra loro. Poco, rispetto alla semi corona settentrionale dell’hinterland? O troppo, rispetto al fastidio istituzionale (e popolare?) verso le piante, i boschi, i viali alberati, i parchi, i giardini?

Per il territorio meridionale il progetto utopico non lo è troppo giacché non può che scegliere la strada dell’incondizionata protezione del paesaggio agrario esistente, salvo applicare il medesimo modello di piantumazione nei luoghi contrassegnati dai citati insediamenti ivi caduti come estranei ultracorpi dallo spazio. Il progetto significa qui riscoperta e rilancio dei valori di un’architettura proveniente dalla vocazione umana alla lavorazione della terra in maniera coerente alle risorse naturali o reperite, e dalla costituzione dei suoi fondamenti strutturali (aziende capitalistiche o a conduzione diretta su fondo di misura adeguata). Cos’era una marcita dagli undici sfalci annuali se non un eccezionale esempio di architettura del suolo e dell’acqua? E vuol dire difesa e sostegno delle aziende la cui attività assicurano produzione e produttività, restauro degli spazi agrari, partecipazione dell’agricoltura alla vita della metropoli. Questo è il nodo non da sciogliere ma da tener ben stretto: appartenenza necessaria del paesaggio agrario alla metropoli, solidità del principio che se la metropoli lo interiorizza, così come interiorizza la foresta, salva la parte residua ma importante della propria storica conformazione policentrica indispensabile alla sua stessa vita.

Da una parte la forestazione, dall’altra l’agricoltura vera, non imbalsamata quale mera reminiscenza, avanzano come il bosco del Macbeth per abbattere gli schemi concettuali e le abitudini progettuali che contraddistinguono l’urbanistica e l’architettura divise e subalterne ai loro committenti pubblici e privati: considerare l’espansione edilizia “sviluppo”, misurare gli spazi liberi agrari e no come “vuoti” da riempire. È lo spazio aperto vivo, vegetale, non degradato che può impedire la fine della metropoli. Il problema sollevato dall’economista statunitense Henry George centoventicinque anni fa si è enormemente aggravato e descrive la nostra mortale separazione dal paesaggio naturale o umanizzato: “Le numerose popolazioni di queste grandi città sono del tutto frustrate dei gradevoli influssi della natura. La maggior parte di esse non riesce mai, tra un anno e l’altro, a camminare sulla terra” (1884).

Milano, 15 marzo 2009

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