La favela di Mumbai che decide le elezioni
Marina Forti
Storia, antropologica, urbanistica ed elettorale, del più esteso slum della città indiana. Da il manifesto, 5 maggio 2009 (m.p.g.)
A Dharavi, cuore della circoscrizione Mumbai sud-centro, la questione che più muove gli elettori è un controverso progetto di «riqualificazione» urbana. La parola stessa, redevelopment, evoca speculazione edilizia, e si capisce bene perché: questo slum esteso su 175 ettari, circa un milione di abitanti, una città nella città, si trova ormai in una zona centralissima di Mumbai - in un triangolo formato dalle due grandi linee ferroviarie metropolitane, a vista dei grattacieli di appartamenti chic che stanno ridisegnando la skyline della città. Più che un singolo slum è una serie di insediamenti contigui, cresciuti in modo disordinato e «spontaneo» dai primi del '900 senza precisa pianificazione ai bordi di quella che allora era la città, una stratificazione umana che rispecchia le ondate migratorie che hanno costruito la metropoli e le sue fortune economiche.

Nel bastione del Congress
Col tempo parte delle baracche sono divenute case di muratura, le botteghe artigiane sono diventate fabbrichette. Più tardi la municipalità ha aperto due grandi viali che tagliano lo slum, anche se nella parte centrale resta l'ammasso di baracche e vicoli di terra. Perché di «risviluppare» Dharavi si parla da tempo: il primo progetto fu voluto da Rajiv Gandhi nel 1991, e sono comparsi allora i primi edifici di parecchi piani (oltre alle prime opere idriche e fognature) nelle zone periferiche dello slum: case popolari ad affitti bloccati ma pur sempre più cari delle casupole precedenti, così che a ogni «riqualificazione» qualcuno resta fuori e lo slum si perpetua. Ora il governo municipale progetta di abbattere altre 100mila vecchie baracche e costruirvi al posto nuovi complessi di case popolari, un progetto da 150 miliardi di rupie, oltre 2 miliardi di euro.

Questa dunque è diventata la principale preoccupazione per gli elettori, che qui hanno votato ben più numerosi che in molte zone borghesi della città: la municipalità ha propagandato il suo piano offrendo nuovi alloggi di 21 metriquadri per famiglia, ma gran parte delle vecchie case sono più spaziose, anche perché spesso sono pure il luogo di lavoro: dalle botteghe dei vasari nella zona chiamata potter's colony, alle officine di meccanici, alle mini-fabbriche di dolci e snacks che poi sono venduti nei negozietti lungo le arterie principali dello slum oppure in città: Dharavi sopravvive e prospera perché ha un'alta concentrazione di «self made» imprenditori. Di fronte alle opposizioni, il governo municipale (del Congress) ha rivisto i piani, dice che i nuovi alloggi saranno di 28 mq per famiglia. Il candidato sfidante, del partito fascistoide Shiv Sena, offre 37mq.

Dharavi è da sempre un bastione elettorale del Congress, che qui ha ricandidato Eknath Gaikwad, deputato uscente di questo stesso collegio: è un dalit (fuoricasta, una volta chiamati intoccabili) come molti abitanti di qui, l'unico dalit tra i deputati del Congress eletti a Bombay. «E' una persona stimata, uno che è rimasto avvicinabile anche quando è andato in parlamento, risponde agli elettori», dice Kalpana Sharma, giornalista e autrice del miglior libro su questo famoso slum (Rediscovering Dharavi, Penguin India, 2000). Il voto di Dharavi è essenziale: oltre il 60% degli elettori del collegio Mumbai sud-centro vivono in slum, e oltre la metà sono qui. Lo slum è misto, quanto a gruppi sociali: ci sono i tamil (dell'India meridionale), i nuovi arrivati dal Bihar o dal Bengala occidentale, gente di tutta l'India; ci sono alcune moschee, una chiesa cristiana e parecchi templi dedicati a numerose divinità hindu (diverse comunità hanno diversi dèi). «Dharavi ha conosciuto un solo momento di scontro intercomunitario, nel 1992-93, ed è stato istigato da bande del Shiv Sena venute da fuori lo slum», spiega Sharma. Quelle violenze sono ricordate semplicemente come «i riots» di Bombay, quando intere zone popolari sono state teatro di un pogrom contro i musulmani con centinaia di morti.

I musulmani svantaggiati
Mumbai ha conosciuto altre esplosioni di violenza dopo quei riots, dalle bombe alla Borsa nel 1993 (la «vendetta» di gruppi estremisti musulmani indiani legati al sottobosco della mafia della città, si disse), alle esplosioni sui treni metropolitani nel luglio del 2006: eventi sempre in qualche modo legati a dinamiche politiche interne all'India (a differenza dell'attacco subìto dalla città il 26 novembre scorso). Dharavi però non ha visto ripetersi gli scontri «comunalisti» del '92-'93, anche grazie al lavoro di dialogo condotto da alcune leader delle comunità che vi abitano. Tanto che anche un partito sciovinista come il Shiv Sena, riconosciuto come il principale istigatore di quei riots (e di altre violenze), qui ha schierato un candidato noto per moderazione, che ha fatto grandi sforzi per corteggiare gli elettori musulmani.
Già, i musulmani. Sono la minoranza più consistente di questa nazione multiculturale, multietnica e multireligiosa: quasi il 14% degli indiani al censimento del 2001, circa 140 milioni di persone. A Mumbai città superano il 36%. E i musulmani sono una minoranza «svantaggiata» dal punto di vista sociale ed economico, ha documentato una commissione d'indagine voluta dal governo centrale, nota come Commissione Sachar: nel rapporto presentato al parlamento indiano nel 2006 ha mostrato che gli indiani musulmani sono meno alfabetizzati della media nazionale, sono sottorappresentati negli impieghi pubblici, ricevono meno welfare e hanno meno accesso al credito, possiedono meno terra, mentre sono sovra rappresentati nelle statistiche sulla povertà.

Le violenze comunaliste
Rappresentano un bel numero di voti, però: così in questi giorni molti candidati qui a Mumbai come in tutta l'India promettono di applicare le raccomandazioni della Commissione Sachar. Il Nationalist Congress Party, partito del Mahrashtra alleato del Congresso a livello nazionale, ha promesso di riservare quote negli impieghi pubblici ai più poveri delle comunità svantaggiate, inclusi i musulmani (il Congresso «nazionalista» è nato una decina di anni dalla scissione di un boss regionale del Congresso, il potente Sharad Pawar, che rifiutava la «straniera» Sonia Gandhi come leader del partito).
Ma queste promesse potrebbero non bastare: «I musulmani sono stufi di essere usati come "banca di voti"», mi dice Meena Menon, giornalista della redazione di Mumbai del quotidiano The Hindu: «E hanno la memoria lunga. Le violenze comunaliste, e l'insabbiamento del rapporto Srikrishna sui riots del 1992-93, hanno lasciato il segno». Sì, perché dopo quei pogrom anti-musulmani lo stato centrale aveva affidato a una commissione d'inchiesta presieduta da un magistrato, Srikrishna, il compito di accertare fatti e responsabilità. Il suo rapporto era un forte atto d'accusa verso il Shiv Sena e verso le forze dell'ordine, che avevano chiuso entrambi gli occhi limitandosi a intervenire spesso solo a incendi e uccisioni avvenute. Ma a Mumbai il Shiv Sena era al governo, il rapporto Srikrishna finì in un cassetto, la commissione sciolta. Solo in anni recenti il governo del Maharashtra (ora guidato dal Congress) ha istituito tribunali per giudicare quei fatti, e ancora nessun caso è arrivato a una sentenza - 16 anni dopo.

«Il Congress si è sempre presentato come il partito inclusivo che rappresenta le minoranze», dice Meena Menon: «Ma l'offerta elettorale si è ampliata, altri partiti hanno schierato candidati musulmani sperando di intercettare il loro voto». Così si divide il voto della Mumbai popolare, tra slum come Dharavi e quartieri operai insidiati dalla speculazione edilizia: guardando un po' alle appartenenze («qui si vota per casta e per religione», ci aveva detto un simpatizzante del Shiv Sena davanti a un seggio elettorale), un po' alle questioni di «pane e burro»: la casa, il lavoro, i piani di risanamento, i palazzinari in agguato.

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