Se il prossimo sindaco di Firenze vuole anche essere il nuovo
Paolo Baldeschi
Dopo un primo ripensamento, Leonardo Domenici, sindaco uscente ...
Dopo un primo ripensamento, Leonardo Domenici, sindaco uscente di Firenze, ha annunciato di volere approvare il piano strutturale adottato nel luglio del 2007, come missione conclusiva del suo mandato. Il piano strutturale, che prevede 6 milioni e mezzo di metri cubi aggiuntivi, è il contraltare di una serie di operazioni in corso sbagliate nel merito e nelle procedure adottate. Tanto vuoto il primo, un vero lasciapassare alla rendita, tanto scoordinate e prive di una vera progettualità le seconde. Mai come questa volta è quindi vero che il prossimo sindaco di Firenze dovrà sviluppare una politica innovativa rispetto al suo predecessore, una svolta radicale.

La prima opzione del nuovo sindaco è di anteporre gli interessi dei cittadini a quelli della rendita immobiliare che, nelle sue varie forme sta paralizzando l’economia fiorentina. Si tratta di uscire finalmente dall’equivoco per cui l’edificazione sempre, comunque e a prescindere, significa sviluppo. Complementare a questa opzione è la scelta politica di porre al centro delle decisioni urbanistiche la partecipazione dei cittadini. Le consultazioni e le assemblee promosse dall’ultima amministrazione nel processo di formazione del piano strutturale non hanno tenuto conto, se non in modo del tutto marginale, dei pareri espressi, delle idee, dei progetti alternativi avanzati dagli abitanti e dai comitati. Ben lontani da una vera democrazia deliberativa ci si è mossi come se gli eletti avessero avuto una delega una tantum degli elettori. Sottovalutando, oltretutto, il fatto che un’autentica partecipazione dei cittadini è condizione indispensabile per il successo di progetti complessi, che interessano una pluralità di soggetti, in cui i benefici futuri possono essere oscurati dai costi immediati.

E qui nasce una seconda fondamentale opzione. Il grande problema di Firenze è di spendere l’eredità medicea non solo per vendere scarpe, borse e souvenir e servizi di bassa qualità ai turisti, per affittare appartamenti scalcinati agli studenti o costruire alberghi di lusso. In un territorio ormai saturo si può e si deve costruire solamente se dietro a ogni operazione immobiliare vi è un progetto che contribuisca a diversificare e modernizzare l’economia della città. Un esempio è la recente proposta di Diego Della Valle – patron della Fiorentina - di costruire il nuovo stadio di calcio e una cittadella dello sport e del commercio nell’area di Castello di proprietà della Fondiaria. Si è molto discusso e polemizzato sulle destinazioni e sul carico urbanistico. Meno ci si è chiesti se le infrastrutture esistenti e progettate (ma con quali tempi di realizzazione?) sarebbero in grado di reggere una domanda di mobilità concentrata in alcune ore di punta. Nessuno si è domandato se dietro alla proposta vi sia un serio progetto industriale: chi gestirà i futuri insediamenti commerciali e le altre attività previste; e con quali profitti e quali conseguenze sulle attività ancora presenti nella città. In sintesi: l’intera operazione porterà vantaggi ai cittadini di Firenze? una domanda cruciale ma assente nelle trattative intercorse fra vertici della Fondiaria e amministratori pubblici.

Una terza opzione riguarda la questione delle infrastrutture di trasporto, in particolare, le linee della tramvia. L’annuncio del candidato del PD, Matteo Renzi, di volere rivedere i progetti delle linee 2 e 3 è condivisibile per due motivi. Il primo è che gli attuali progetti sono in più punti sbagliati; il secondo è che comunque non sono coerenti con le scelte urbanistiche, per quanto confuse, e con gli interventi in corso nel territorio fiorentino. Valga il fatto che recentemente ci si è accorti che la tramvia, così come progettata, non avrebbe servito l’aeroporto di Peretola e l’insediamento di Castello. E’ logico perciò rivedere in modo coordinato tutte le previsioni su trasporti, parcheggi, nodi scambiatori, modalità integrazione con le linee ferroviarie e riverificarne la fattibilità non solo in termini di investimenti, ma anche dal punto di vista dei programmi finanziari e gestionali. Senza dimenticare che la costruzione di infrastrutture come la tramvia dovrebbe essere l’occasione per riqualificare le zone più sacrificate della città, per dotarle di nuovi spazi pubblici, come è accaduto in tutte le altre città europee interessate da analoghe operazioni

Infine: in attesa di sviluppare il suo programma, la prima decisione del nuovo sindaco di Firenze dovrebbe essere di arrestare il perverso processo di densificazione in cui si manifesta, anche simbolicamente, la politica pregressa. Cortili dove al posto di un qualche magazzino o stabilimento artigianale dismesso nascono palazzi multipiano, in una situazione urbanistica già congestionata, priva di servizi e di verde. Dove i soliti noti riescono a strappare, con l’ausilio degli uffici comunali, permessi a costruire nelle pieghe dei regolamenti o nell’ illegalità, come è dimostrato dal numero crescente degli interventi sanzionatori della magistratura. Una decisione che si scontrerebbe con il solito muro dei diritti pregressi e consolidati che meglio sarebbe chiamarli interessi contrattati; tuttavia, una decisione coraggiosa che alcuni grandi sindaci – a Firenze o altrove – avrebbero preso senza esitazione, sicuri di fare l’interesse della città. Ne sarà capace la nuova amministrazione? Una risposta positiva sarebbe un motivo di speranza e il segnale che realmente qualcosa di nuovo si muove nella politica fiorentina.

Per ciò che riguarda l’amministrazione uscente, cosa saggia sarebbe di lasciare alla prossima la revisione e l’approvazione del piano strutturale. Sarebbe una scelta ampiamente motivata. A meno che vi siano troppi impegni che attendono di essere onorati; ivi compresa l’opzione apparsa in extremis di una variante (proposta addirittura come controdeduzione alle osservazioni, costume riprovevole e nella sostanza illegale) che permetterebbe l’edificazione di quasi mezzo milione di metri cubi, non dimensionati nel PS adottato, in aree ferroviarie da dismettere. Il suggello finale di una gestione urbanistica che ha fatto della rendita il suo faro politico.

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