Ma qual è l’agro romano
Vezio De Lucia
Il progetto di legge per la tutela dell’agro romano della Regione Lazio e le sue "dimenticanze", nell’analisi di eddyburg, 12 marzo 2009 (m.p.g.)
Mi pare indispensabile raffreddare l’entusiasmo con il quale Adriano La Regina in un articolo su la Repubblica di Roma ha salutato la proposta di legge recentemente presentata al consiglio regionale del Lazio relativa a "Conservazione e riqualificazione agricolo-ambientale dell’Agro Romano". Condivido ovviamente fino in fondo gli argomenti esposti per sostenere la necessità e l’urgenza di tutelare la campagna romana, e soprattutto va sottolineata la riflessione che La Regina conduce riguardo all’aspetto dei luoghi, che è "il riflesso dei modi d’uso del suolo", e alla necessità quindi di mantenere e ripristinare le attività che hanno determinato i paesaggi. L’agricoltura, nel caso dell’agro romano.

Il dissenso riguarda il fatto che, nella proposta di legge regionale di cui trattiamo, l’agro tutelato è rappresentato dai territori perimetrati in una cartografia allegata. Sono spazi discontinui, che riguardano il comune di Roma e alcuni comuni limitrofi e non c’è una riga né nella relazione né nelle norme che attesta e documenta in base a quali criteri sono stati disegnati. Si legge solo che l’agro romano comprende "le parti del territorio extraurbano non urbanizzato […] prevalentemente utilizzate per attività produttive agricole o comunque destinate al miglioramento delle attività di conduzione agricola del fondo e che, in prevalente condizione naturale, presentano valori ambientali essenziali per il mantenimento dei cicli ecologici, per la tutela del paesaggio agrario, del patrimonio storico e del suo contesto". Con il massimo rispetto: sono chiacchiere. Dell’ambito di applicazione delle leggi si diceva un tempo ubi voluit dixit. Nel nostro caso, evidentemente, la proposta di legge non volle. E allora non sappiamo perché ci sono ambiti tutelati nel comune di Gallicano del Lazio e non a Pomezia. Perché Riano sì, Formello e Sacrofano no? Delle ragioni certamente ci sono, e allora si dicano. Lo stesso vale per le aree tutelate all’interno del comune di Roma che certamente non sono state scelte a caso.

Il problema che sollevo credo che meriti di essere discusso soprattutto in riferimento alle norme transitorie (art. 3) che disciplinano il, presumibilmente, ahimè, lunghissimo periodo di tempo intercorrente dall’approvazione della legge a quando i comuni avranno adeguato i propri strumenti urbanistici ai precetti del piano paesaggistico regionale, cui spetta di dettare le norme definitive di tutela. Nella lunga fase transitoria, vigono, secondo il progetto di legge, criteri d’uso del suolo abbastanza severi e rigorosi, comunque certamente molto più restrittivi di quelli attualmente in essere nelle ordinarie zone agricole o comunque non urbanizzate. Perciò, non c’è bisogno della zingara per immaginare che nel consiglio regionale del Lazio, intorno al perimetro delle aree sottoposte a tutela, si scateneranno furiosi tentativi per ridurne l’ampiezza. E che, in assenza di criteri oggettivi, scientifici, precisamente definiti e difendibili, si rischia di aprire un inverecondo e micidiale mercato. È evidente infatti che, una volta approvata la legge, un’area non urbanizzata non inclusa nei perimetri di tutela avrà guadagnato un valore enormemente superiore a quello attuale, e sarà difficilissimo difenderla dalla speculazione.

A confermare il mio pessimismo sta il riferimento che lo stesso Adriano La Regina fa alla proposta per salvaguardare le aree dai forti caratteri storici e ambientali della Cecchignola e del Colle della Strega inserendole nel parco dell’Appia Antica. Ma la proposta, scrive La Regina, "ha finora trovato forti ostacoli nella stessa maggioranza della Regione Lazio" e sul medesimo argomento interviene oggi su la Repubblica nazionale Giovanni Valentini. Le aree della Cecchignola e dei Colli della Strega sono comprese nel perimetro delle aree tutelate di cui discutiamo? O no?

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