Il saluto del preside della facoltà d Pianificazione del territorio
Domenico Patassini
Il saluto al convegno "La città come bene comune. Vertenza europea", Venezia, 24 novembre 2008
Quando Oscar Mancini mi ha chiesto di ospitare a Cà Badoer questa iniziativa ho accettato senza indugio, perché la Facoltà che dirigo si occupa di questioni importanti e critiche per l’assetto e le prospettive della società, dell’ambiente, dell’economia, in modo specifico del territorio. Essa cerca di sviluppare con modalità diverse i rapporti con territori contigui e lontani. Nelle attività didattiche di tipo laboratoriale in cui si trattano problemi specifici delle comunità locali (mobilità, qualità della vita, residenza, impiego), in attività di tirocinio presso studi, aziende e amministrazioni pubbliche dove si plasmano i ‘mestieri’, con convenzioni di ricerca che non raramente assumono connotati critici nei confronti del pensiero dominante, delle pratiche quotidiane di governo del territorio e di produzione dello spazio fisico.

Sono onorato di essere qui, ‘piccolo’, vicino al vecchio professore Eddy Salzano che mi ha insegnato a considerare il territorio come risorsa scarsa e non rinnovabile in una società di opulenza, povertà e ingiustizie. Assumendo la sua ottica come guida, vorrei consegnarvi in pochi minuti gli elementi salienti di una esperienza che, credo, saranno utili per l’avvio della discussione di oggi.

Nella locandina che accompagna il programma dei lavori della giornata sta scritto: “Città e territorio. L’ambiente della vita, dell’umanità, sono abbandonati dai poteri pubblici”.

Credo che esperienze, inchieste, risultati di ricerche sul consumo di suolo e cronache dimostrino che il vero problema non é l’abbandono. I poteri pubblici sono spesso implicati in modo intenzionale nella distruzione del territorio ed usano a tale scopo strumenti legali. In Italia in modo particolare, ma anche in altri paesi che con noi condividono una discutibile cultura giuridica e una debole considerazione del territorio e del suolo come bene collettivo.

Partendo da questa constatazione è possibile sviluppare un’ipotesi non tanto provocatoria per chi si occupa di pianificazione e soprattutto per chi la insegna. La devastazione del territorio italiano è stata accelerata negli ultimi dieci anni da un rapporto perverso fra ciclo economico, ciclo edilizio e fiscalità locale. Su questo rapporto hanno influito ragioni contingenti, ma anche ragioni che per brevità possiamo chiamare ‘costitutive’. Le ragioni costitutive rinviano ai limiti della pianificazione di sistema propri delle organizzazioni sociali estese e complesse, mentre le ragioni contingenti a diffusi e deprecabili fenomeni di corruzione, illegalità e sopruso. Le due ragioni si integrano facilmente, mettono l’onestà in complicità con il crimine, configurano un modello di sviluppo insostenibile dal punto di vista economico, sociale, ambientale, energetico e giuridico. Gli esiti della sua contabilizzazione sono problematici, ben oltre le note esternalità, soprattutto se considerati nel medio e lungo periodo e in una prospettiva di interesse collettivo. Tutto ciò è reso possibile dall’apparato pianificatorio costruito negli ultimi sessant’anni ed è incorporato nei sistemi di regolazione.

In una ricerca condotta nel Veneto nel 2007 assieme a Alessandra Gattei, Endri Orlandin e Maria Pia Robbe dal titolo “Dalla legge regionale 61/1985 alla nuova legge sul governo del territorio 11/2004: elementi per una valutazione dei processi di pianificazione” sono emersi spunti che fanno riflettere. La ricerca, condotta presso il Dipartimento di pianificazione all’interno di una convenzione per il monitoraggio delle varianti nel periodo di transizione tra le due leggi urbanistiche, ha sperimentato una procedura di analisi del consumo di suolo direttamente alla fonte, dal lato dell’offerta, quindi dove ‘batte’ la pianificazione con i suoi strumenti e le sue regole. Non si sono utilizzate mappe o rappresentazioni, importanti in prospettiva temporale, ma a volte poco efficaci per interpretare il rapporto densificazione-espansione. La procedura seguita va direttamente alla fonte e contabilizza le destinazioni urbanistiche documentate dal modello di monitoraggio delle varianti sottoposte al parere della Regione. Sono state misurate le trasformazioni avvenute nel tessuto urbanizzato e in territorio non edificato dall’entrata in vigore della legge 11/2004 al 31 luglio 2007: il periodo va dal 28/4/2004 al 31/7/2007.

I dati estratti da un campione significativo su un universo di 4000 varianti consentono di stimare il consumo di suolo nel periodo considerato. Si tratta di circa 3000 ettari per le 2000 varianti sottoposte a parere. Per le varianti semplici e a sportello unico non si dispone di dati precisi e per questa ragione si sono fatte due ipotesi, una di minima e una di massima. Sulla base di parametri specifici, la prima assume che le varianti abbiano un peso equivalente (un terzo rispetto al totale delle varianti considerate, corrispondenti a circa 1000 ettari); la seconda assume che pesino per la metà (1500 ettari circa). La stima di consumo di suolo complessiva oscilla, quindi, fra 4000 e 4500 ettari.

Il risultato può essere proiettato nel periodo di stima, tenendo conto della fase precedente l’applicazione della legge 11. L’andamento degli strumenti adottati nel periodo che precede la legge registra una forte impennata a partire dal 1998, una sorta di anticipazione, uno ‘sconto’ sulle opportunità che, secondo i più ottimisti, la nuova legge avrebbe eliminato. Sfortunatamente, questa anticipazione è stata la sperimentazione reale della nuova legge urbanistica regionale, certamente più densa e ‘strategica’ delle discutibili esperienze sui piani di struttura.

Nel 1998 non si raggiungono i livelli del periodo successivo, ma se si considera che l’intervallo è più lungo (gennaio 2000-aprile 2004) si può tentare una stima verosimile di consumo di suolo. Nel periodo 2000-2007 si stima che siano stati consumati dagli 8000 ai 9000 ettari. Ricordando che la disponibilità di suolo trasformabile prevista dalla legge 11 è di 9358 ettari nel decennio 2000-2010, si può facilmente intuire come il fenomeno delle varianti nel periodo ponte abbia pressoché esaurito la disponibilità del nuovo ciclo di pianificazione inaugurato da Pat e Pati.

Gli interventi a variante sono generalmente sparsi, senza una visione di insieme, con strategie private di valorizzazione, assunti come ‘dati’ nei quadri conoscitivi e nei nuovi schemi strutturali. A rendere la situazione ancor più critica è la riapertura dei termini. In data 12/7/2008 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato un nuovo testo di modifica alla legge 11 che riapre i termini per la presentazione di ulteriori varianti, semplici e a sportello unico, ai sensi della precedente legge urbanistica. Ciò annuncia un nuovo ‘massimo’ con effetti disastrosi per il territorio e l’ambiente anche in zone meno compromesse, come quelle collinari della ‘città del pedemonte’. Le previsioni dei nuovi Pat e Pati, che nei prossimi anni in numero considerevole concluderanno l’iter di approvazione, si andranno a sommare a quanto trasformato o reso trasformabile dalle varianti, rischiando di vanificare ogni ipotesi di contenimento di consumo di suolo e di riqualificazione dell’esistente che la legge 11 riconosce tra i suoi principi generali.

Lo stato in cui si trova il territorio regionale e le condizioni operative della stessa pianificazione motiverebbero l’avvio di un periodo decennale di moratoria, eccezionale sospensione del corso dei termini per l’adempimento delle obbligazioni di piano riconoscendo che la distruzione del territorio è assimilabile a pubblica calamità. In questo periodo tutti i nuovi strumenti urbanistici potrebbero essere calibrati sul parametro ‘consumo nullo di suolo aggiuntivo’ e ridisegnate le armature ambientali, infrastrutturali e storico-culturali per aree vaste o per i 39 ambiti di paesaggio riconosciuti dal nuovo Ptrc (2008-9). Valutazioni in contesti locali dimostrano come moratoria e ‘consumo zero’ non producano effetti depressivi sul ciclo edilizio, ma lo qualifichino in modo più integrato con il ciclo economico generale, la spesa pubblica e la fiscalità locale.

A questo punto ritorna con maggiore pertinenza il quesito: cosa significa che i poteri pubblici ‘tirano i remi in barca’ quando la situazione evidenzia come gli strumenti di pianificazione del territorio e gli strumenti di pianificazione urbanistica risultano così sovra esposti a pressioni edificatorie? In realtà, i poteri pubblici non tirano affatto i remi in barca, ma si comportano spesso da vettori privilegiati e diffusi dei processi di edificazione con intuibili effetti su paesaggio, ambiente ed economia.

Con queste brevi notazioni credo di aver interpretato almeno lo spirito della giornata, offrendo la disponibilità della Facoltà di pianificazione a svolgere con chi presidia il territorio (e ne ha cura) attività di analisi e studio. E’ con queste osservazioni continue che si riesce a capire come funzionano i meccanismi reali, quali siano i limiti e le responsabilità della pianificazione e come si possono costruire dispositivi di risposta più attenti alla tutela e alla giustizia.

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